Abbiamo sopra e sotto gli occhi il soffitto della biblioteca di casa Bagatti Valsecchi: se uno prova a sollevare il mento, vedrà gli affreschi e le grottesche al loro posto, immobili, lì dove devono stare. Poi, come s’abbassa lo sguardo, le volte appariranno ribaltate, specchiate, riflesse sulla superficie dell’Enigma che Bertozzi & Casoni hanno voluto apparecchiare per quest’occasione, per questa mostra inderogabilmente tanatocentrica che per poco più d’un mese si farà carico di rinnovellare il discorso che Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi hanno lasciato sospeso soltanto in apparenza. Ora, uno vede questi affreschi sul soffitto e può pensare che i due fratelli non avessero l’abitudine d’usare particolari cortesie ai loro ospiti: è che non si capisce bene cosa siano, non sappiamo se siamo piombati dentro un qualche rimasuglio rinascimentale, se stiamo guardando il lavoro d’un qualche discepolo del Pinturicchio della Libreria Piccolomini capitato chissà come a Milano, o se invece è tutta una finta, e allora oggi serve leggere un cartello per rendersi conto che sì, avevamo fatto bene a sospettare, queste grottesche troppo precise e perfette per esser vere sono frutto dell’ingegno d’un pittore ottocentesco, Luigi Cavenaghi, che oltretutto era un maestro del restauro ed era amico di Icilio Federico Joni, uno che campava dipingendo finti dipinti del Tre e del Quattrocento da vendere a collezionisti il più delle volte ignari. Oggi serve leggere un cartello ed è facile, ma quando qui abitavano i due fratelli toccava fidarsi di quel che dicevano (anche perché le sale abbondano d’oggetti genuini: ci sono pale d’altare, ci sono armature, ci sono pezzi d’affreschi strappati dalle loro chiese, ci sono rilievi rinascimentali, torciere, sgabelli, cassoni, orologi, tutta roba che i fratelli raccoglievano da mercanti, antiquari, rigattieri). La padrona di casa, Camilla Bagatti Valsecchi, dice che siamo dentro un’illusione abitativa, dentro una specie di quesito percettivo, dentro qualcosa che sembra fatto apposta per disorientare, e siccome anche le opere di Bertozzi & Casoni sono strumenti di sfida alla materia, allora, aggiunge il direttore Antonio D’Amico, la stratificazione semantica che ne risulta è del tutto consentanea all’eredità lasciata dai due fratelli.
Si dirà che, in questo senso, la mostra è perfettamente riuscita, e sono inevitabili i confronti con la tranche de vie che il duo allestì tre anni fa a Imola, a Palazzo Tozzoni. Son però due cose diverse, anche se entrambe le mostre han cercato di convincerci che una casa può essere un’opera d’arte, anche quando finge di non esserlo, e che un’opera d’arte può essere una casa, anche quando non se l’aspetta. I conti Tozzoni dimorarono dentro quel palazzo per cinque secoli, che è un tempo sufficientemente lungo perché l’abitare diventi una sorta di professione, specie per una famiglia che è esistita per cinque secoli (e non solo una professione: era anche una questione di rappresentanza, dettaglio non da poco quando una famiglia ha ruoli pubblici nella vita della propria città, e quindi sale da aprire per faccende solenni). Bertozzi & Casoni sono arrivati nella casa dei Tozzoni come dei riattivatori, si potrebbe dire, come due ospiti abbastanza impertinenti da pensare di confabulare coi fantasmi coltivando l’idea di rimettere in funzione una casa: ne era sortita una presenza quasi istituzionale, discreta, una presenza che voleva ricordare a quella casa d’esser stata una casa, a quei locali d’esser stati ambienti dove i suoi abitanti mangiavano, leggevano, dormivano, bevevano, correvano, annaffiavano, studiavano, sporcavano, suonavano, morivano, dimenticavano, giocavano. Ovviamente il palazzo era zeppo d’inganni e trabocchetti (“un grande laboratorio del dubbio”, l’aveva detta il suo curatore, Diego Galizzi), ovviamente non si potevano scacciare quegl’indizi di morte che nell’arte di Bertozzi & Casoni affiorano ovunque (persino Pinocchio, all’epoca, era diventato un vecchio malridotto con la pelle vizza, anche se rimaneva fatto di legno), e c’era financo una scimmietta che, all’ingresso, s’arrampicava sulle carte da parati damascate e avvisava il pubblico. Al Museo Bagatti Valsecchi è un’altra cosa. Un’altra cultura abitativa, tanto per cominciare: a Palazzo Tozzoni nessuno ha mai fatto finta d’esser altro da sé (o, se lo ha fatto, non era di proposito). Nella casa dei Bagatti Valsecchi ogni solidità svapora nella recita d’un sogno rinascimentale. Poi, un altro genere di contraddizione, di paradosso: a Palazzo Tozzoni c’era da far sembrare viva una dimora che viva non è più. Al Museo Bagatti Valsecchi c’era da aggiungere una messinscena alla messinscena. E infine, verrebbe da dire, una certa difformità teleologica, quanto meno in apparenza, poiché se a Palazzo Tozzoni si celebrava una sorta di continuità, di sopravvivenza degli oggetti, al Bagatti Valsecchi si finisce inevitabilmente per parlare di trapasso, se non altro come destino della rappresentazione stessa.
C’è da domandarsi, ancor prima di cominciare, se occorre usare Bertozzi & Casoni per leggere il Bagatti Valsecchi, o se tocca usare il Bagatti Valsecchi per leggere Bertozzi & Casoni: si rischia però d’uscire senz’aver trovato una risposta alla domanda, perché in certi passaggi si ha quasi l’impressione d’assistere a una gara a chi mente di più. Sono le parti più giocose della mostra: si prenda, per esempio, la sala dell’affresco, col portale rinascimentale finto che introduce allo spazio con l’affresco rinascimentale vero, ora molestato dalle orchidee di Bertozzi & Casoni, da quei fiori che accolgono, se si guarda bene, due camaleonti che si mimetizzano tra i petali. Oppure tutti quei vasi, a cui si rischia di non badare, perché li si potrebbe pensare parte dell’arredamento, quando sono in realtà degl’insolenti intrusi di ceramica. Ci son fiori che fanno finta d’appassire davanti a un polittico del Quattrocento, mazzi di rose sotto ai tondi con le Madonne e i santi quasi incapaci di rivelarsi per pezzi di ceramica, borsette poggiate con disinvoltura sui canterani (poi uno vede che dalla pochette escono farfalle e allora comincia a far caso a quel che vede), custodie di violini appese dentro la Sala della Stufa Valtellinese (poi uno vede che dentro ci sono dei tagli di Fontana e allora comincia a far caso a quel che vede). C’è una tartaruga che guarda un’altra tartaruga, una è di Bertozzi & Casoni (e peraltro, al pari delle borsette, al pari dell’Enigma sistemato dentro la Biblioteca, al pari del grande Prelievo sistemato dentro la sala da bagno, al pari d’altre quattro opere più piccole sparpagliate per le sale, è opera nuova, eseguita per l’occasione), mentre l’altra è un curioso oggetto dei due fratelli, che s’erano evidentemente divertiti a immaginare un rettile corazzato impegnato a portare in giro una stadera, e l’han voluto metter dentro casa loro. Ogni ambiguità è lasciata irrisolta.
Poi è chiaro che uno può (e forse dovrebbe) uscire dal Museo Bagatti Valsecchi divertito da tutto questo spiegamento di bizzarrie, da tutta questa soverchieria di mimetismo, da tutta quest’abbondanza di verosimile poco credibile. O quanto meno uscirà ammirato dall’abilità tecnica: alle mostre di Bertozzi & Casoni c’è pieno di gente che chiede se è davvero di ceramica quel guscio di nocciolina, se è davvero di ceramica quel tre di bastoni, se è davvero di ceramica quella matita ben temperata, se è davvero di ceramica quel cucchiaino di plastica, se è davvero di ceramica quella tazzina da caffè di ceramica. In questa ulteriore montatura, la mostra del Museo Bagatti Valsecchi non pretende d’avere caratteri d’eccezionalità. Succede però che la questione comincia a farsi più seria quando le stanze vengono invase da un’idea di morte esplicita e cruda, un’ipotesi di turbamento che invade la camera da letto di Fausto Bagatti Valsecchi con teschi e ossa. È curioso rendersi conto che sul comodino di Fausto Bagatti Valsecchi abita un orologio a forma di teschio, di manifattura francese o italiana, un macabro, prepotente oggetto in rame e ottone dorato composto da un teschio privato della sua mandibola, sistemato sopra due femori incrociati, e agghindato d’un quadrante, attaccato al cranio, una roba che doveva servire a ricordare che ogni ora che passa è un’ora in cui sei più vicino alla tua morte. Bertozzi & Casoni hanno aumentato l’aggravio con un Avanzo ch’è forse l’opera più antica in mostra, un memento mori in cui, all’immagine mortifera del teschio, s’aggiunge lo sfacelo dei rifiuti che lo aggrediscono, e poi con un mucchio d’ossa di scimmia (Chimpanzèè) sistemate nel camino, polvere alla polvere.
Non esiste motivo per non pensare che l’arte di Bertozzi & Casoni sia anche arte dello sfacelo, della putrefazione, del deterioramento, della corruzione, del decadimento. E qui non c’è niente da fingere: nella decomposizione l’arte di Bertozzi & Casoni trova una dimensione ch’è più vera del vero. È solo che uno, preso da questo iperreale millimetrico, confondente e confusionario, luccicante e sbalorditivo, falotico e importuno, preso dal virtuosismo, dal kitsch, dal trash, dalla storia dell’arte, dal trompe-l’oeil, ecco, preso da tutto questo tende a non pensarci, e forse fa anche bene a non pensarci, perché vorrebbe dire che s’è provato a sciogliere la menzogna, e sarebbe deprimente trasformare una menzogna splendente in una traslitterazione del reale. È però interessante anche notare che Bertozzi & Casoni non descrivono la morte, la corruzione. Certo, verrebbe naturale pensarlo, dacché a tutta prima sembra sia tutto morto, immobile. Un mucchio d’ossa cos’è se non un mucchio d’ossa, tracce di qualcosa che prima era vivo? Una sparecchiatura cos’è se non una colazione o una cena in avanzato stato di decomposizione? E poi fiori con la testa chinata, pile di rifiuti, avanzi d’imbadigioni sontuose, di pasti che nessuno più si sognerebbe di consumare, sepolti sotto la cenere, insidiati dagli animali che banchetteranno in mezzo a quei resti. Non è però descrizione: si legge, piuttosto, l’intenzione di cogliere un momento, un momento anche piuttosto preciso: ecco allora le lucertole e gli scoiattoli che sgusciano in mezzo ai resti, e non è razionale pensare che rimarranno lì per sempre, al limite rimangon per qualche secondo, il tempo di succhiare quello che avanza da un uovo o da una tazza per poi tornare a rintanarsi. Ci son pezzi di cioccolata che non s’è ancora sciolta, frutta intera che non è ancora marcita, teste di polli che non son state ancora importunate dagl’insetti necrofagi, farfalle che volano sulle ossa. Sul Vassoio del 2005 ci sono financo le tracce, freschissime, di un sontuoso cumshot che non potrà aver più di qualche minuto di vita, segno che anche in mezzo agli avanzi c’è qualcuno che si diverte, segno di vita in mezzo a quel degrado che da sempre affascina Bertozzi & Casoni, per loro stessa ammissione, segno che anche lo sfacelo può essere qualcosa d’irrefutabilmente carnale. E poi uno prova anche a immaginare: prima o poi qualcuno s’accorgerà che un camino non è esattamente il posto più adatto dove devono stare delle ossa di scimmia, e allora le butterà da qualche altra parte, finiranno da qualche parte sottoterra o in mezzo a una discarica, gli acidi e l’umidità scioglieranno il calcio, l’osso si fratturerà, si sbriciolerà, diventerà polvere.
Si legge, piuttosto, l’idea della decomposizione come d’un passaggio, un passaggio da catturare, e dunque da cogliere in tutta la sua luminosità: impostazione che, del resto, non può dirsi incoerente col luogo che ospita la mostra, ovvero con una casa di due fratelli che avevano un sogno e ch’è diventata un museo dopo che il sogno è morto. Anche il sogno era un passaggio. L’Enigma composto per l’occasione, teschio col naso lungo alla De Dominicis che trafigge una pila di libri come fosse uno spiedo, è sopravvivenza warburghiana di simboli, fa notare il curatore della mostra, Alberto Mattia Martini, è conoscenza che tende a ripetersi e a trasformarsi. Dove Come Quando, testa mozzata d’un cervo dalle corna trasformate in rami gemmati, è metamorfosi in purezza: peraltro, era stata prodotta per una mostra a Palazzo Te, ed era stata concepita per riassumere uno spiazzamento, quello di Palazzo Te, “che è lo spiazzamento”, scrive Marco Tonelli che aveva curato quella mostra, “che Bertozzi & Casoni ripropongono nella nostra epoca, senza farne drammi, tragedie, questioni sociologiche né politiche, pur se qualcuno vi ha letto anche questo e pur se lo si possa fare a ragione: una maniera dei nostri tempi in cui l’ansia e la crisi, oramai endemiche di questo nostro tempo, vengono risolte in fantasie e giochi di parole”. Opera in cui pertanto la morte era parte di quell’otium visivo ch’è lo stesso che ha generato le visioni di Palazzo Te. Il Prelievo, altra opera ch’è stata eseguita apposta per il Bagatti Valsecchi, è un ulteriore ritratto di quest’ambivalenza: humus e scarti, rettili e mozziconi, iris che crescono e foglie morte.
Ogni opera di Bertozzi & Casoni somiglia allora a una tensione, a una forma di dialettica fra la tenebra e la luce, dove però nessuna delle due dimensioni riesce a prevalere sull’altra. Se la decomposizione è un abisso, vicino a quell’abisso si dà comunque un chiarore che, per quanto frammentario, per quanto sghimbescio, per quanto occasionale, per quanto passeggero, per quanto forse persino illusorio, costringe a constatare che in mezzo allo sfacelo non succede niente forse perché può ancora succedere qualcosa. Anche il degrado, ricordavano i due artisti in occasione d’una loro mostra più di vent’anni fa, è una visione del mondo. Anzi: è una visione del mondo dotata d’una particolare intensità. “Nel degrado trovi la vera essenza della vita, perché tutto il resto è addomesticato, è fatto per anestetizzarci. Nel degrado vedi la vita vera, vedi l’essenza dell’uomo”.
Tutto quello che partecipa a un sogno sta già partecipando alla sua fine, ma tutto ciò che partecipa alla fine partecipa anche a qualcos’altro, solo che lo fa in una condizione diversa. Ed è poi, a ben vedere, quello che han fatto i due fratelli Bagatti Valsecchi con le loro anticaglie raccattate dai rigattieri, coi polittici del Rinascimento, coi lacerti d’affresco, ed è esattamente quello ch’è accaduto ai due fratelli, è quello ch’è accaduto alla loro casa. Può essere che non si siano chiesti cos’è che sia vero nel momento in cui s’assume la consapevolezza ch’è tutto un passaggio. Però c’è da scommettere che anche loro sapevano bene, e se non lo sapevano sicuramente lo sentivano, che la morte ha sempre l’indole dell’eternità e la vocazione alla materia.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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