C’era una volta il Rinascimento. C’era una volta il disegno, c’era una volta la pittura intesa come architettura di figure e prospettive. Poi è arrivato Tiziano ed è cambiato tutto: è nata una nuova idea di natura, un modo inedito di concepire il mondo e lo spazio pittorico, il colore, e soprattutto è nato il “paesaggio”, anche attraverso il medium del disegno.
Siamo in Cadore, culla natia di Tiziano e della famiglia Vecellio. Qui il paesaggio, proprio come in un suo quadro, non si limita a fare da sfondo: ci cade addosso. Un dettaglio non irrilevante per la futura pittura europea, se le imponenti Dolomiti cadorine, con le loro vette illuminate di rosa, la maestosità dei boschi e lo specchio di luce del Piave e dei laghi, hanno plasmato l’occhio e l’anima di un giovane artista fino a comportare, attraverso i travasi dei secoli, un ribaltamento rivoluzionario nella pratica pittorica e grafica, e non soltanto sua. Da questa bellezza Tiziano è rimasto sedotto fin da bambino e, ben presto, ne ha trasferito i suoi elementi più seducenti sulla tela. Ed è attraverso un’idea nuova che il “paesaggio”, da questo momento in poi, smetterà di essere considerato e trattato come una semplice quinta decorativa per diventare l’anima portante della composizione: uno stravolgimento, questo, assolutamente inedito dei canoni pittorici usati in Italia, anticipato soltanto dalla pittura fiamminga.
Del resto, seguendo il fil rouge tessuto dai curatori di una raffinata e accurata mostra inaugurata il 18 luglio e che abbiamo visto a Pieve di Cadore, ne siamo rimasti sedotti anche noi. Di sala in sala siamo rimasti incantati dalla storia che ci è stata raccontata in modo emozionante dai curatori, Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa. Il cuore della mostra è proprio la rivoluzione pittorica di Tiziano Vecellio, che si esplica nella grandiosa sintesi di disegno e colore. Ma prima di addentrarci nel concept dell’esposizione dobbiamo ricordare due aspetti fondamentali, utili anche per entrare meglio nelle intenzioni della mostra. Primo: l’innovazione della composizione di Tiziano, in realtà, s’intercetta dapprima con quadri come la cosiddetta Pala Pesaro, perché qui il pittore inizia ad abolire la prospettiva centrale rinascimentale. La Vergine, nel quadro conservato nella chiesa dei Frari a Venezia, risulta, infatti, spostata a destra e le imponenti colonne decentrate creano uno spazio teatrale dinamico, pensato per essere fruito lateralmente. Ma questo è solo un esempio: diverse saranno nel corso della pittura di Tiziano le declinazioni di questa novità compositiva.
Secondo: l’altro grande rovesciamento della pittura del Vecellio è l’uso del tonalismo. Maestro assoluto del colore, al punto da legare il suo nome al celebre “rosso Tiziano”, il pittore di origini cadorine, attraverso un suo uso sapiente, ha saputo esprimere ogni aspetto tematico della pittura, dalla rappresentazione della figura femminile nella fusione tra anima sensuale e fedele (come per la Flora e la Venere di Urbino), alla penetrazione psicologica nella ritrattistica su fondo scuro (come nel celebre ritratto dell’amico Pietro Aretino), fino, appunto, al paesaggio integrato nella composizione, e non più inteso come quinta scenica.
È l’ultimo aspetto che si è voluto indagare a Pieve di Cadore. Ed è proprio il tema del paesaggio colto, nel tratto disegnativo e grafico, mediante dettagli più precisi o reso, nella pittura, attraverso velature vaporose, il fulcro di questo ambizioso progetto firmato dalla Magnifica Comunità di Cadore, dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore e dal Comune di Pieve stesso. Tiziano e il Paesaggio è una mostra dossier di forte impatto non solo emotivo, ma soprattutto scientifico e dall’alto profilo metodologico. Si mettono, infatti, a fuoco due elementi chiave: il ruolo della grafica e della bottega, mostrando, in particolare, il modo di funzionare della fucina d’invenzione tizianesca. Spostando, tra l’altro, sia il perno concettuale dell’esposizione dai capolavori spesso inamovibili su tela del maestro, al corpus di incisioni, xilografie e disegni (il dialogo con Giulio e Domenico Campagnola è centrale). E, dobbiamo ammetterlo, così facendo si è evitato il rischio di una pessima scorciatoia, spesso utilizzata in questo ambito, di proporre una mostra blockbuster per un’occasione fondamentale come il 450° centenario della morte di Tiziano. E questo, lo ribadiamo, avviene non solo riconsiderando il ruolo della sua bottega, ma anche attraverso una ricostruzione del dialogo con la grafica d’Oltralpe. Si vuole dimostrare, così, come la bottega veneta non abbia subito passivamente la Weltlandschaft nordica, ma l’abbia semmai assimilata e reinventata attraverso la sensibilità atmosferica e tonale della Laguna.
Perché parliamo ancora di Tiziano? Nato tra il 1488 e il 1490 a Pieve di Cadore, Tiziano giunge a Venezia, presumibilmente intorno ai dieci anni. Formatosi nelle botteghe di Gentile e Giovanni Bellini e cresciuto al fianco di Giorgione (con cui affresca il Fondaco dei Tedeschi), si fa conoscere con gli affreschi della Scuola del Santo a Padova (1511). Nominato pittore ufficiale della Repubblica di Venezia nel 1516, segna una svolta epocale con l’impatto della sua pittura.
Tiziano non è stato solo un pittore geniale, ma anche un “consumato” uomo d’affari e stratega culturale. Capace di trattare da pari con i più grandi potenti della Terra (da papa Paolo III all’imperatore Carlo V, fino a Filippo II di Spagna), organizza la sua bottega come un’azienda moderna. Non ha mai smesso di sperimentare, persino nella tarda maturità quando la stagione rinascimentale volgeva al termine. Nelle opere dell’ultimo periodo, la pittura diventa molto più drammatica e cupa. La pennellata diventa “sfrangiata”, nervosa, la materia pittorica spessa e lavorata direttamente con le dita (i celebri “sfregazzi”) anticipando, di fatto, la gestualità dell’action painting.
Veniamo al punto centrale della mostra, che mette in parallelo critico due visioni differenti d’intendere il paesaggio tizianesco. Una è quella consolidata dagli studi finora compiuti sul pittore, l’altra è la revisione critica attuale dei due curatori Aikema e Dalla Costa. Il paesaggio passa da una prospettiva di emancipazione dello sfondo verso la nascita di un genere autonomo a una definizione di “genere” che ancora non esiste nel Cinquecento, e dove la natura è parerga ricco di significato. Forse, quindi, il principale valore dell’operazione risiede proprio nel coraggio di smontare un’impostazione anacronistica e sempre in voga nell’ambito degli studi dell’arte. Dichiarare che nel XVI secolo non esisteva un “genere paesaggistico” autonomo restituisce Tiziano alla sua reale dimensione rinascimentale: il paesaggio non è un’invenzione romantica fuori dal tempo, ma un parerga, secondo la definizione di Giovio, dotato di uno straordinario potere semantico, simbolico e narrativo. In questo percorso, Tiziano e la sua cerchia si confrontano costantemente con le stampe nordiche (Albrecht Dürer, Lucas Cranach, la Scuola Danubiana, la Weltlandschaft di Patinir e Bles), assimilando schemi con orizzonti alti, perni centrali naturali (caverne, rocce) e fitta vegetazione. A partire dal secondo decennio del Cinquecento, il sodalizio tra Tiziano e Giulio e Domenico Campagnola dà vita a una vera e propria tipologia di paesaggio su carta (disegni e incisioni) destinata a un enorme successo nel mercato collezionistico.
Nel tempo, si viene a codificare uno schema tizianesco che presuppone uno sviluppo orizzontale della composizione; la presenza di un albero dal tronco nodoso collocato in primo piano (spesso sulla destra) con funzione di quinta visiva, l’altra presenza di piani digradanti in profondità lungo diagonali segnate da corsi d’acqua sinuosi, rilievi e piccoli borghi. E presto diventerà un modello che si diffonderà rapidamente in tutta Italia e in Europa. Da Girolamo Muziano, allievo di Campagnola, che porta la lezione in Italia e a Roma, fino alle Fiandre e l’Olanda, dove pittori come Paolo Fiammingo assimilano il linguaggio tizianesco, e Karel van Mander, nel suo Schilderboeck, del 1604, raccomanda espressamente ai giovani artisti lo studio dei “paesi” veneti.
La persistenza del modello attraversa anche altre epoche. Per esempio, la xilografia del Paesaggio con suonatore di ghironda di Domenico Campagnola diviene un prototipo ripreso e rielaborato da maestri come Pieter Paul Rubens, Giovan Francesco Grimaldi e Marco Ricci. Da Bologna (con Francesco Bosio e la cerchia dei Carracci) fino all’Inghilterra (Francis Torond), la formula compositiva codificata a Venezia finisce per segnare in modo indelebile la storia della grafica e della pittura di paesaggio europea. Come raccontano i curatori: “L’esposizione investiga il ruolo e l’importanza del paesaggio nella produzione di Tiziano, un aspetto che, curiosamente, è tra i meno esplorati dalla letteratura scientifica, sebbene sia forse uno dei più rilevanti della sua poetica. Oltre alla figura umana, infatti, nei dipinti e nelle opere su carta del Cadorino appaiono anche molti altri elementi, ripresi dall’ambiente naturale. Egli non fu certo il primo pittore ad inserire il paesaggio nei suoi dipinti; artisti importanti tra Nord e Sud Europa lo avevano preceduto. Tuttavia è evidente che la visione della natura, nelle immagini del Vecellio, appare trasformata rispetto a questi modelli, assume nuove qualità atmosferiche e un ruolo diverso nel tessuto pittorico, poiché in esse le figure sono fuse armonicamente nel contesto naturale anziché essere semplicemente collocate di fronte allo scenario paesaggistico. Gli esempi di questo nuovo approccio abbondano nel corpus pittorico tizianesco, dalle prime opere fino alla produzione matura. Il progetto intende quindi porre nuove domande, e investigare tale fenomeno – che ebbe un impatto enorme nella cultura visiva successiva, non solo italiana – con un diverso piglio critico.”
Ma c’è di più, e la mostra offre anche l’occasione per interrogarsi sulle metamorfosi del nostro rapporto con il mondo naturale, consentendo di riconsegnare al Seicento e poi al Settecento il giusto ruolo del paesaggio nella pittura, secoli in cui si verifica una vera e propria codificazione della natura nella pittura europea attraverso artisti come Poussin per arrivare a Watteau.
In definitiva, anche alla luce di tutti gli stimoli critici, visivi, teorici che la mostra ha portato all’attenzione, l’operazione condotta a Pieve di Cadore, sia pure con un numero contenuto di opere pittoriche, si conferma uno dei momenti più densi e intelligenti delle celebrazioni tizianesche. Il suo merito risiede proprio nel rifiuto delle certezze monolitiche e nella capacità di alimentare un dibattito critico aperto. Demistificando la figura del “paesaggista anticipatore”, la mostra restituisce Tiziano alla sua statura autentica: un maestro per il quale la donna e l’uomo, la luce e la natura condividono, sulla tela, lo stesso sangue e la stessa carne, in un medesimo indimenticabile destino. Quello della grande pittura: cadorina, veneta, italiana ed europea.
L'autrice di questo articolo: Anna de Fazio Siciliano
Anna De Fazio Siciliano è una scrittrice, storica e critica d’arte, docente e redattrice specializzata nella comunicazione e nella divulgazione dell’arte. Nel corso della sua attività didattica ha insegnato Storia dell’arte antica e contemporanea, Estetica e Mercato dell’arte presso istituzioni accademiche. I suoi interessi comprendono la ricerca storico-artistica, la critica d’arte, la progettazione curatoriale e lo studio dei linguaggi dell’arte moderna e contemporanea. Durante il periodo di formazione presso la Galleria Borghese di Roma ha approfondito la diffusione del gusto egizio nell’arte italiana, a partire dalla decorazione della Sala Egizia del museo. A questo ambito di ricerca ha dedicato il volume Il gusto egizio, pubblicato da Pellegrini Editore. È autrice di saggi dedicati all’arte contemporanea e ai suoi protagonisti. La sua produzione comprende inoltre articoli, recensioni, interviste e testi critici per cataloghi e progetti espositivi. Recentemente il Direttore di Palazzo Madama di Torino, il Professore Giovanni Carlo Federico Villa ha presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino il suo volume dedicato alla tutela del patrimonio, Diario di bordo Scoppa, Frammenti di un patrimonio perduto, edito da Gangemi International e impreziosito in quarta di copertina da un commento di Salvatore Settis. Ha collaborato sia con contributi online che su cartaceo con riviste specializzate quali «Exibart», «Art e Dossier», «Finestre sull’Arte», affrontando temi legati all’arte antica, moderna e contemporanea, alla tutela del patrimonio culturale e alla presenza femminile nella storia dell’arte. Nel 2015 ha fondato Artpressagency, realtà attiva nei settori dell’ufficio stampa, della comunicazione culturale, della critica d’arte e dell’editing. Attraverso questa attività ha collaborato con musei, fondazioni, archivi, istituzioni culturali, curatori e organizzazioni impegnate nella produzione e nella promozione di mostre ed eventi artistici. È stata inoltre membro del Comitato tecnico-scientifico degli Archives Legales Amedeo Modigliani, del FATA Museum e del GAL delle Terre Locridee dedicando la propria attività alla ricerca, alla comunicazione e alla valorizzazione della figura di Amedeo Modigliani e del patrimonio storico-artistico italiano.Per inviare il commento devi
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