Cadore, sulle tracce di Tiziano lungo un itinerario che racconta la storia delle Dolomiti


Nel Cadore, un percorso tra borghi, musei, chiese e paesaggi spettacolari segue le orme di Tiziano e della famiglia Vecellio, riscoprendo il legame storico tra questa terra e la Serenissima.

Tra le pieghe rosa delle Dolomiti bellunesi, là dove il Veneto sfiora il Friuli Venezia Giulia, si estende il Cadore: una terra sospesa tra vertigini di roccia, specchi d’acqua e autentica memoria storica. La sua identità è scolpita da un secolare ruolo di confine, proteso tra ceppi linguistici slavi, latini e nordici, che lo ha reso al contempo barriera e ostacolo, o al contrario, punto d’incontro.

Il destino del Cadore nel XV secolo si lega però indissolubilmente a quello di Venezia. Con il crollo del potere del Patriarca di Aquileia e la rapida avanzata della Serenissima, i cadorini scelgono la protezione del doge Tommaso Mocenigo, così il 31 luglio del 1420 nasce un patto singolare tra i due territori: in cambio della fedeltà e dell’“oro verde” delle Dolomiti, il pregiato legname che veniva fatto fluitare dagli zattieri lungo il Piave per costruire le navi dell’Arsenale e le fondamenta della Laguna, Venezia concede un’ampia autonomia e il rispetto delle leggi locali oltre che il commercio del sale. Il Cadore con la Dedizione alla Serenissima esce di fatto dal Medioevo ed entra di diritto nella storia moderna. Nonostante la breve resistenza del Castello di Pieve, quella tra il Cadore e la Repubblica veneziana è stata una lunga unione durata ben 377 anni, celebrata anche da Cesare Vecellio in un dipinto, conservato nel Palazzo della Magnifica Comunità del Cadore, e interrotta solo dalla caduta di Venezia nel 1797.

Oggi il Cadore esprime tutta questa eredità e si presenta ancora come un mosaico di contrasti: da un lato, le pareti calcaree rosate (per effetto del fenomeno dell’“enrosadira”) delle Dolomiti patrimonio UNESCO, dall’altro, la presenza del fiume Piave, il cui corso è stato rimodellato nei decenni da sbarramenti e bacini artificiali. Un territorio fatto di cieli limpidi e notti stellate così spettacolari da incantare la NASA, come testimoniano gli scatti dell’astrofotografa cadorina Alessandra Masi, ma anche segnato da ombre e silenzi che invitano alla riflessione. Per scoprire questa terra e lasciarsi attraversare dalla sua storia, basta seguire un breve itinerario per tappe.

Pieve di Cadore. Foto: Fondazione DMO Dolomiti Bellunesi
Pieve di Cadore. Foto: Fondazione DMO Dolomiti Bellunesi

San Vito di Cadore

Il viaggio comincia lungo la Valle del Boite, porta d’ingresso settentrionale del nostro itinerario. Incastonato tra le imponenti pareti del Monte Pelmo e dell’Antelao, San Vito accoglie i visitatori con un’autentica atmosfera alpina. Tra una passeggiata sulle sponde del Lago di Mosigo e la scoperta della trecentesca Chiesetta della Difesa, qui il legame tra umano e natura si percepisce a fondo.

La chiesetta della Beata Vergine della Difesa è infatti una testimonianza preziosa dell’arte cadorina. Ricchissima di opere d’arte, tra lapidi, ex voto, dipinti e cornici, altari e trittici, lucenti affreschi come quello degli indovinelli, è stata costruita alla fine del XV secolo dopo la guerra dei veneziani contro Massimiliano d’Austria, e successivamente nel XVII. Lo stile è tardo-gotico, e ci riceve con uno splendido trittico sull’altare maggiore attributo a Francesco Vecellio, fratello di Tiziano, ampiamente però rimaneggiato per adattarlo alla cornice posteriore.

Ex Villaggio ENI (Borca di Cadore)

Uscendo dalla strada principale per pochi chilometri, si entra a Borca di Cadore. Alle pendici dell’Antelao sorge una sorprendente testimonianza di architettura utopistica del Novecento, voluta da Enrico Mattei e progettata da Edoardo Gellner. Il complesso è perfettamente integrato nel bosco e culmina nella Chiesa di Nostra Signora del Cadore, capolavoro moderno nato dalla collaborazione tra Gellner e un architetto straordinario come Carlo Scarpa. Una deviazione dal percorso che merita di essere fatta.

Il sogno di Mattei vive ancora, perché il villaggio è stato recuperato e le casette tra gli alberi sono tutte abitate. Così, almeno in parte viene rispettata la sua visione di welfare aziendale, un’opera di giustizia sociale che trovava come modello un progetto di urbanistica moderna integrata nella natura.

Chiesa del Villaggio ENI di Borca di Cadore
Chiesa del Villaggio ENI di Borca di Cadore. Foto: Anna De Fazio Siciliano

Vinigo (Vodo di Cadore)

L’itinerario continua. Con una breve digressione si sale verso Vinigo, una frazione arroccata su una terrazza naturale e baciata dal sole. Questo piccolo borgo conserva la poesia d’altri tempi tra i suoi vicoli antichi, le coltivazioni tradizionali e le sue chiese, offrendo uno sguardo intimo sulla vita di montagna.

Da visitare è senz’altro la chiesa di San Giovanni Battista che fin dal 1929 risulta inserita negli elenchi dei monumenti nazionali. Costruita nel 1493, ma consacrata solo nel 1515, la chiesa è stata poi ampliata con una nuova navata agli inizi del 1700 e riconsacrata trent’anni dopo. All’interno si conservano due pale d’altare di bottega vecelliana: quella dell’altar maggiore è attribuita a Francesco Vecellio, Madonna con Bambino tra i santi Giovanni Battista e Giovanni evangelista (1548); la pala di uno degli altari laterali è di Tommaso Vecellio, Madonna con Bambino tra i santi Antonio abate e Margherita (1618).

Vinigo (Vodo di Cadore). Foto: Consorzio Promozione Turistica Cadore Dolomiti
Vinigo (Vodo di Cadore). Foto: Consorzio Promozione Turistica Cadore Dolomiti

Pieve di Cadore

All’incrocio tra la Valle del Piave e quella del Boite si raggiunge Pieve di Cadore, cuore storico del territorio. Città d’arte e patria di Tiziano Vecellio, Pieve racchiude un’anima millenaria testimoniata dai reperti celtici, veneti e romani custoditi nel Museo Archeologico, il MARC, al secondo piano del quattrocentesco Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore. È sorprendente scoprire da queste tracce antichissime (laminette, armi, guerrieri in bronzo, simpula – una sorta di mestoli) soprattutto provenienti dal Santuario di Lagole di Calalzo, attivo dal V-IV secolo a. C., come prima dell’avvento di Roma non esistessero le divinità che conosciamo, ma le uniche forme che si veneravano, anche con sacrifici rituali, erano le fonti di acqua, in particolare la divinità sanante veneta, Trumusiati Sainati, il cui epiteto è connesso alla natura dei luoghi.

Poco distante dal MARC, la straordinaria chiesa Arcidiaconale di Santa Maria Nascente, con la presenza di alcuni bei dipinti dei Vecellio, cela una storia affascinante, legata al furto e al successivo rocambolesco recupero della sua opera più preziosa, la pala d’altare raffigurante la Madonna con Bambino tra i santi Tiziano e Andrea, collocata in quella che doveva essere la cappella di famiglia. La sua paternità è stata definitivamente attribuita al pennello del maestro Tiziano, non più alla sua scuola, dopo accurate indagini diagnostiche e studi sulla tecnica esecutiva e sui dati storici, emersi a seguito dell’ultimo restauro del 2023 a cura di Francesca Faleschini, sotto la tutela della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’area metropolitana di Venezia e delle provincie di Belluno, Padova e Treviso.

Ma Pieve è soprattutto la città di Tiziano e la sua Casa Natale ne è testimonianza con la memoria delle stanze e dei vani dove verosimilmente Tiziano ha vissuto durante l’infanzia e dove rientrava quando viveva a Venezia. L’edificio è fortunosamente scampato alle rappresaglie dei soldati tedeschi. Tuttavia, gli interventi successivi con l’ampliamento e la demolizione dell’avancorpo anteriore, se da una parte hanno definitivamente compromesso la struttura originaria, dall’altra, hanno fatto riemergere le antiche porte e finestre.

Da non dimenticare una visita al Centro Studi Tiziano e Cadore nata nel 2003, la cui biblioteca possiede rare cinquecentine, gli Habiti di Cesare Vecellio, nonché il manoscritto illustrato sul castello di Pieve e le chiese del Cadore; il Parco Roccolo per fare trekking e godere dello spettacolo delle Dolomiti da vicino e il Museo dell’Occhiale, Pieve è la culla dell’occhialeria italiana.

Pieve di Cadore, Casa di Tiziano Vecellio
Pieve di Cadore, Casa di Tiziano Vecellio. Foto: Anna De Fazio Siciliano
Pieve di Cadore, Casa di Tiziano Vecellio
Pieve di Cadore, Casa di Tiziano Vecellio. Foto: Anna De Fazio Siciliano
Vesperbild nella chiesa arcidiaconale di Pieve di Cadore
Vesperbild nella chiesa arcidiaconale di Pieve di Cadore. Foto: Anna De Fazio Siciliano
Flugel Altar in origine nella chiesa di Santa Maria Nascente a Pieve di Cadore
Flugel Altar in origine nella chiesa di Santa Maria Nascente a Pieve di Cadore

Vigo di Cadore

Spostandosi verso est si entra nell’area dell’Oltrechiusa, sul versante che guarda alla Carnia e al confine friulano. Qui si trova Vigo di Cadore con la sua gemma più preziosa: la Chiesa di Sant’Orsola. Edificata nel Trecento, l’edificio custodisce al suo interno uno straordinario ciclo di affreschi di scuola giottesca che incanta per la vivezza dei colori e dei dettagli del velario del soffitto ricavato dal lapislazzulo e decorato di stelle dorate, accostata per questo alla Cappella degli Scrovegni di Padova. Ordinata come cappella funeraria dal figlio del podestà del Cadore, Ainardo, corre lungo le sue pareti un pregevole ciclo pittorico – purtroppo interrotto dalla creazione della cappella di San Lazzaro nel XVI secolo e dalla sacrestia – che raffigura la leggenda di Sant’Orsola, vergine e martire, principessa bretone convertitasi al cristianesimo e uccisa a Colonia dagli Unni. Nella chiesa troviamo anche un altare ligneo cinquecentesco a battenti, intagliato, e inglobato successivamente in un altare barocco.

Ma a Vigo troviamo anche la chiesa della Difesa, costruita nel 1513, in stile gotico alpino, per chiedere protezione alla Madonna dalle invasioni degli austriaci, dove scopriamo che oltre a quelle note, da queste parti esisteva un’altra “civiltà”, una oikumene che unificava i territori della Carnia, del Cadore e del Friuli, detta del piccolo Maso. Nel 1846 dopo due millenni sotto Aquileia, i confini di questa “comunità” viene spostata nella provincia di Belluno grazie a monsignor Da Rin, ritratto da un artista locale, all’interno della chiesetta.

Infine, la chiesa di Santa Margherita, costruita nel 1250, è probabilmente la più antica del Cadore. Rimasta quasi intatta dopo il grande incendio che a metà Cinquecento ha distrutto l’antico borgo, mantiene comunque integri la pianta quadrata originaria e, al suo interno, un pregevole ciclo di affreschi in stile bizantino, risalente al XIII-XIV che raffigurano la Natività di Cristo.

Vigo di Cadore, chiesa di Sant'Orsola
Vigo di Cadore, chiesa di Sant’Orsola. Foto: Anna De Fazio Siciliano

Il percorso prosegue con una serie di fermate lungo un vero e proprio “itinerario vecelliano”. Oltre Pieve, Vigo e San Vito ci sono borghi come Cortina D’Ampezzo con un Giovanni Battista realizzato da un seguace di Tiziano; Zoppé di Cadore e la chiesa di Sant’Anna, Valle di Cadore e Perarolo, Calalzo e Domegge, Danta, San Pietro e Comelico dove è possibile scoprire da vicino opere eseguite da tutta la famiglia Vecellio, da Fabrizio a Marco e Francesco, da Cesare a Orazio.

In conclusione dell’itinerario, lasciandosi il Cadore alle spalle, e proseguendo verso sud, sempre lungo il corso del Piave oltre il paese ricostruito di Longarone, il nostro breve viaggio trova la sua conclusione più commovente alla Diga del Vajont. Il camminamento sul coronamento della diga, lo sguardo che cade sulla parete tagliata del monte Toc e il percorso della memoria permettono di ripercorrere la tragedia del 1963: una ferita aperta della storia italiana che ancora oggi non solo interroga il nostro senso di responsabilità verso la natura ma offre anche l’occasione per ricordare il ruolo di custodi che possono avere le persone e le comunità: il loro compito sopravanza la mancanza di coraggio di chi non ha protetto quelle valli.

Perché a proteggere la bellezza e la memoria di questi luoghi non ci sono e non ci devono essere solo le pietre e le vette, ma anche le loro “sentinelle”. L’Italia può custodire il proprio patrimonio grazie a figure silenziose che operano con dedizione e che di fatto nel Cadore pullulano: appassionati locali come Sandro, Willy e Mario, affiancati da professori, curatori e professionisti (di cui parleremo in un altro articolo dedicato alla Mostra su Tiziano e il paesaggio) come Maria Giovanna, Diego, Luca, Thomas e Bernard. A unire anime così diverse è un impulso comune: il senso profondo di comunità. È questa forza invisibile che spinge i custodi dei luoghi a raccontare e proteggere la propria terra, con la consapevolezza che solo prendendosene cura sia possibile tramandare al futuro la parte più autentica del loro e del nostro straordinario patrimonio.




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