di Redazione 13/10/2026 , revisione editoriale di Federico Giannini
Categorie: Viaggi / Argomenti: Arte antica - Bologna - Emilia Romagna - Musei
Da Giotto a Raffaello, dai Carracci a Guido Reni e Guercino: la Pinacoteca Nazionale di Bologna racconta secoli di incontri, rivalità e rivoluzioni artistiche. Un percorso nella storia della pittura bolognese, emiliana e italiana, alla scoperta di capolavori, protagonisti e vicende sorprendenti.
Lungo le strade che attraversano la Pianura Padana, Bologna è sempre stata molto più di una tappa: fin dall’antichità la città può esser considerata una sorta di cerniera viva, un crocevia irrequieto dove uomini, idee e visioni dell’arte si sono continuamente incrociati, scontrati e assimilati. Immaginare la città nei secoli passati significa figurarsi un cantiere perenne, una piazza d’armi e d’ingegno in cui la spinta viscerale e sanguigna dei pittori locali si è misurata, generazione dopo generazione, con l’irruzione improvvisa dei maestri venuti da fuori. Ovvero, quelli che le cronache d’epoca chiamavano con rispetto e sospetto “i forestieri”. Ed è all’interno dinamica, una dinamica tipica d’uno snodo cruciale che si son consumate per secoli le vicende artistiche bolognesi: da una parte quella linea cruda, terragna, che nel 1970 un grande studioso bolognese Francesco Arcangeli ha riassunto con la felice formula “Natura ed espressione”, e dall’altra un vocazione alla purezza. Quello che è certo, è che qualsiasi espressione artistica bolognese non s’è mai piegata ad autarchie di sorta: tutt’altro, Bologna è sempre stata un centro fondamentale per le arti italiane. Ecco: è questa, a grandi linee, la storia ch’è racchiusa nelle sale della Pinacoteca Nazionale di Bologna. Varcare il portale del complesso di via delle Belle Arti non equivale a compiere una sequenza astratta di sale o a consultare un manuale illustrato, ma a entrare in un teatro plastico e drammatico della pittura, dove ogni opera è l’esito di uno scambio, di un cortocircuito figurativo, di una rivoluzione culturale.
L’impatto con l’esterno ha segnato da sempre i momenti di svolta della vicenda figurativa cittadina. Quando, intorno al 1330, Giotto fece recapitare a Bologna il solenne polittico destinato all’altare della Cappella Magna del Palazzo Apostolico, costruito vicino a porta Galliera per ospitare il papa di ritorno da Avignone e distrutto poco dopo (tuttora il polittico è l’unica opera firmata dal maestro fiorentino conservata in città, e tra i capolavori fondamentali della Pinacoteca Nazionale), i pittori locali trovarono di fronte ai propri occhi una nuova e monumentale concezione dello spazio. Ma la risposta emiliana non fu di passiva sottomissione: la pittura del Trecento bolognese rivendicò con orgoglio una propria voce drammatica, narrativa e popolare, e lo testimoniano la forza espressiva e lo scatto dinamico del San Giorgio e il drago di Vitale da Bologna, un altro dei lavori simbolo del museo, con cui il pubblico si misura sin dall’inizio della sua visita, così come le complesse intelaiature dello Pseudo Jacopino, capaci di rompere la rigida astrattezza delle raffigurazioni sacre con un racconto vivo e partecipe.
Un secondo e dirompente momento cruciale si verificò attorno all’anno 1500, quando la città divenne il punto d’approdo per i vertici del Rinascimento centro-italiano. L’arrivo della grande pala d’altare inviata da Perugino per la cappella Scarani nella chiesa di San Giovanni in Monte (affiancata negli stessi anni dalle tavole giunte a Bologna per mano di Cima da Conegliano, Filippino Lippi e Giovanni Antonio Boltraffio) calò sulla scena locale come una rivelazione. Pietro Vannucci, additato dai contemporanei quale “il meglio maestro d’Italia”, esibiva una stesura cromatica tersa e un ritmo pacato di figure immerse in paesaggi infiniti che maestri bolognesi come Francesco Francia (artista tra i principali del Rinascimento bolognese, del quale la Pinacoteca Nazionale conserva il più importante nucleo di opere esistente) e Lorenzo Costa recepirono al volo, integrando quelle dolcezze umbre nelle proprie botteghe. Tuttavia, il punto di non ritorno della cultura figurativa bolognese doveva ancora compiersi, e coincise con l’arrivo, nel 1514, della leggendaria Estasi di santa Cecilia di Raffaello Sanzio, destinata alla cappella di Elena Duglioli sempre in San Giovanni in Monte. Leggendaria nel vero senso del termine: vuole infatti la leggenda, anche se possiamo ritenerla più una trovata storiografica di Giorgio Vasari che un episodio reale, che Francesco Francia abbia smesso di dipingere dopo aver visto quel capolavoro, sopraffatto da tanta inavvicinabile perfezione, e sia caduto in uno stato di depressione tale da morirci. La favola vasariana, anche se non veritiera, restituisce appieno lo stupore di una classe artistica costretta a fare i conti con Raffaello, e percorrendo le sale della Pinacoteca dedicate al Rinascimento, frutto di uno dei più recenti interventi di sistemazione del percorso museale (risale al 2023), l’irradiazione del raffaellismo si può quasi toccare: Innocenzo da Imola citò puntualmente la posa del san Paolo per il suo san Pietro nella Pala di San Michele in Bosco, mentre Girolamo da Cotignola nello Sposalizio della Vergine orchestrò una solenne architettura direttamente ispirata alla Scuola di Atene vaticana.
Eppure, persino davanti all’autorità del canone raffaellesco, Bologna mantenne intatta la propria attitudine all’indipendenza e all’irregolarità. Ne è la prova vivente Amico Aspertini, bollato da Vasari come “uomo capriccioso e di bizzarro cervello”: dotato di una sterminata cultura antiquaria accumulata a Roma ricopiando marmi e rilievi antichi, Aspertini rifiutò le leziose armonie della maniera corrente per immergersi in un linguaggio eversivo, grottesco e drammatico, di cui la capricciosa Pala del Tirocinio del 1504-1505 rappresenta la più fiera rivendicazione autonoma.
In questo fitto crocevia di sguardi si inserisce una delle vicende più affascinanti e dolorose del Rinascimento italiano: quando il giovane Michelangelo Buonarroti passò da Bologna, rimase infatti folgorato dal ciclo di affreschi che Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti avevano ultimato tra il 1477 e il 1485 nella cappella Garganelli all’interno della cattedrale di San Pietro, spingendosi a definire l’opera “una meza Roma di bontà”. Di quella straordinaria impresa decorativa, spazzata via nei primi anni del Seicento a causa del crollo dell’edificio che accoglieva le pitture, non è sopravvissuto che un singolo e preziosissimo frammento: si tratta del celebre Volto di Maria piangente di Ercole de’ Roberti, staccato a massello dal conte Alessandro Tanari prima della demolizione e infine pervenuto nelle collezioni della Pinacoteca. Nel dolore arcaico e pietrificato di quel dettaglio si riassume non soltanto la vicenda di uno dei grandi della scuola ferrarese del Quattrocento ma anche, si potrebbe dire, la missione forse più intima del museo, ovvero quella che lo rende non soltanto luogo di ostentazione di capolavori, ma presidio salvifico della memoria e di una civiltà figurativa travolta dal tempo.
Più avanti, dopo aver passato le sale del Cinquecento (dove spiccano il Parmigianino, di cui la Pinacoteca conserva la Pala di santa Margherita e le opere di Tiziano e del Tintoretto che assieme a El Greco chiudono la sezione sul Rinascimento), si arriva al finire del secolo, quandoBologna tornò a rivendicare la propria centralità facendosi culla di una rivoluzione epocale: negli anni Ottanta del secolo, infatti, i tre cugini Ludovico, Annibale e Agostino Carracci fondarono l’Accademia degli Incamminati (nata prima come Accademia del Naturale, poi Accademia dei Desiderosi), una scuola privata il cui obiettivo era sovversivo per il tempo: azzerare le finzioni accademiche per tornare al “naturale”, a una sorta di rappresentazione senza filtri, fondendo il disegno dal vero con la lezione cromatica di Correggio, Tiziano e Veronese. Nelle ampie campate del museo dedicate ai tre cugini, anch’esse interessate da un complesso riallestimento terminato nel 2025, la portata della loro riforma appare in tutta la sua nitidezza. Ludovico Carracci, in particolare, si rivelò maestro ineguagliabile della sensibilità religiosa controriformata e dell’emotività quotidiana, come testimoniano alcuni suoi capolavori quali l’Annunciazione e la Predica del Battista. E ancora, nel Ritratto della famiglia Tacconi, Ludovico spogliò la pittura ufficiale da ogni sovrastruttura per calare i personaggi in un’atmosfera domestica e spontanea, ponendosi agli inizi della stagione della ritrattistica moderna.
Annibale Carracci, prima di trasferirsi a Roma nel 1595 su chiamata del cardinale Odoardo Farnese per affrescare Palazzo Farnese, gettò a Bologna le basi per una reinvenzione del paesaggio. In piccoli e densi saggi sperimentali come il San Giovanni Battista nel deserto e il Paesaggio con cacciatore, la natura cessava di essere una semplice quinta scenografica e diveniva uno spazio vivo, misurato e autonomo, destinato a fare scuola in tutta Europa tramite l’opera di allievi come Domenichino e Francesco Albani. Agostino Carracci, colto teorico dell’Accademia e raffinatissimo incisore, lasciò dal canto suo una prova di solenne monumentalità nella Comunione di san Girolamo, di cui il Gabinetto Disegni e Stampe conserva i celebri fogli preparatori.
Dall’alveo dell’Accademia dei Carracci sarebbe poi nato il secolo d’oro della pittura bolognese, dominato dalle titaniche figure di Guido Reni e Giovan Francesco Barbieri, detto il Guercino, ma dove è forte anche la presenza femminile, e in questo senso spiccano Lavinia Fontana, col monumentale Ritratto della famiglia Gozzadini (lo si trova nella sala vicina a quella dei Carracci, dove sono collocati i capolavori del tardomanierismo) ed Elisabetta Sirani cui si deve il merito d’aver fondato una scuola di pitture per sole donne nella Bologna del Seicento.
Guido Reni, cresciuto nella bottega del fiammingo Denys Calvaert prima di approdare agli Incamminati e poi a Roma, divenne una sorta di sacerdote del “bello ideale”. La sua celeberrima Strage degli innocenti che qui si conserva è una lezione di tragica armonia, con la violenza del massacro che viene ricomposta in una struttura geometrica d’infallibile equilibrio, mentre nel salone a lui riservato spiccano grandi pale d’altare come la Pietà dei Mendicanti e la Pala della Peste, entrambe commissionate al pittore dalla città (nel primo caso dal Senato bolognese nel 1613, mentre la Pala della Peste dal Reggimento della città nel 1630), opere in cui la pittura si smaterializza progressivamente fino a diventare luce pura, diafana, quasi priva di peso materico. Ma Reni sapeva toccare vertici di commossa intimità anche in dipinti privati come il ritratto della madre Ginevra Pucci, dove l’affetto filiale si sposa con una resa realistica e quasi spietata delle rughe dell’anziana donna.
Sul versante opposto si colloca invece il Guercino: con ben tredici dipinti autografi, il maestro di Cento costituisce una delle spine dorsali del museo, anche grazie alle donazioni dello storico dell’arte britannico sir Denis Mahon, che dal 1968 ne guidò la riscoperta critica, ponendosi come il massimo esperto dell’artista. Quando il giovane pittore centese arrivò a Bologna, Ludovico Carracci ne rimase folgorato, definendolo “gran disegnatore e felicissimo coloritore [...] mostro di natura e miracolo da far stupire chi vede le sue opere”. Ludovico coglieva la straordinaria sicurezza tecnica di un artista capace di dipingere “alla prima”, cioè direttamente sulla tela, senza bisogno di disegni preparatori (un dato riscontrabile non soltanto a occhio, ma confermato anche dalle moderne indagini diagnostiche condotte dall’Università di Bologna). Il percorso espositivo abbraccia l’intera parabola artistica del Guercino, dalla fresca immediatezza della giovanile Madonna del Passero alla potenza dinamica della Vestizione di san Guglielmo (1620), fino alla compostezza matura del San Bruno in adorazione della Madonna col Bambino (1647).
Nelle sale seicentesche, riallestite nel 2024 assieme a quelle del Settecento, la pala d’altare si conferma la vera regina del museo, per così dire. A Bologna, questa tipologia raggiunse proporzioni e dignità ignote ad altre scuole, come dimostrano il commovente Compianto su Cristo morto di Alessandro Tiarini, le tele di Giacomo Cavedone venate di colore tizianesco e le tre monumentali pale di Domenichino esposte nell’Aula Cesare Gnudi, dove termina il percorso di visita: il Martirio di sant’Agnese, la Madonna del Rosario e il Martirio di san Pietro da Verona. È un panorama arricchito peraltro da presenze straordinarie e da sguardi femminili: la Susanna e i vecchioni di Artemisia Gentileschi (opera tarda dell’artista di origini toscane, è del 1652) contrappone al classicismo una sferzata di realismo caravaggesco, mentre le opere di Elisabetta Sirani e il rigoroso San Girolamo di Simone Cantarini (allievo ribelle di Guido Reni e autore del celebre ritratto del maestro) confermano la varietà di un Seicento inesauribile.
Nel Settecento, il secolo con cui si conclude la visita alla Pinacoteca (che però non di rado dedica approfondimenti all’Otto e al Novecento e all’arte contemporanea), la pittura bolognese si divise in due correnti distinte e complementari: la cronaca popolare del quotidiano e la fuga figurativa nell’idillio arcadico. Il campione della pittura di realtà fu Giuseppe Maria Crespi: rifiutando i condizionamenti accademici, Crespi posò lo sguardo sulle classi popolari con un’ampiezza di stesura e una rapidità di tocco cariche di verità umana: lo provano capolavori come la Scena di cortile, il Ritratto di gentiluomo detto “Il cacciatore” e la deliziosa Ragazza con gatto. A questa immediata aderenza al vero risponde la ricerca di grazia e quiete promossa dall’Accademia d’Arcadia. Marcantonio Franceschini con le sue Quattro Stagioni e Donato Creti con i suoi ovali mitologici incarnano un ideale di bellezza sospesa e raffinatissima. La Sala 28 riserva inoltre la sorpresa delle Tombe allegoriche, serie ideata dall’impresario irlandese Owen McSwiny per la dimora dei Duchi di Richmond a Goodwood House per celebrare gli eroi della storia inglese (tra cui il Duca di Marlborough, John Locke e Thomas Sydenham), coinvolgendo un’equipe di specialisti tra cui Creti, Francesco Monti, il Mirandolese e Nunzio Ferraiuoli. Il percorso del secolo si chiude con le quinte scenografiche di Vittorio Maria Bigari e con la grande stagione dei Gandolfi (Gaetano, Ubaldo e Mauro), il cui capolavoro monumentale, le Nozze di Cana di Gaetano, accoglie il visitatore lungo lo scalone d’accesso.
Infine, comprendere la Pinacoteca significa anche ripercorrere l’avventura storica dell’edificio che la ospita. L’edificio di via delle Belle Arti nacque come noviziato dei Gesuiti dedicato a sant’Ignazio, eretto tra il 1728 e il 1735 su disegno dell’architetto Alfonso Torreggiani. Nel 1796, con l’arrivo delle truppe napoleoniche e la soppressione degli ordini religiosi, la settecentesca Accademia Clementina si trasformò in Accademia di Belle Arti e iniziò a raggruppare i dipinti confiscati alle chiese cittadine dopodiché, nel 1803, l’istituto si insediò nell’ex noviziato e nel 1808 nacque ufficialmente la quadreria, accresciuta poi dalle soppressioni demaniali del 1866 sino all’ottenimento dell’autonomia nel 1882. Dopo una lunga fase in cui la Pinacoteca è stata museo dipendente dalla Soprintendenza bolognese, con la riforma Franceschini del 2014 è stata prima museo afferente al polo museale dell’Emilia-Romagna, dopodiché, dal 2019, è diventata uno dei musei autonomi del Ministero della Cultura.
Gli spazi museali riflettono una stratificazione di interventi di pregio: tra il 1914 e il 1920 Edoardo Collamarini costruì il Salone Ottagonale, mentre tra gli anni Sessanta e il 1974 l’architetto Leone Pancaldi, d’intesa con lo storico direttore Cesare Gnudi, riprogettò il percorso ricavando lo scalone nella vecchia cappella del Noviziato, dove si ammira l’affresco della Gloria di sant’Ignazio di Giuseppe Barbieri. Nel cortile interno risalta la cisterna in arenaria scolpita nel 1587 da Francesco Morandi detto il Terribilia, collocata in origine nel Palazzo Comunale.
Di primissimo ordine è l’allestimento della Sala 8, dove è stato ricomposto, caso singolare nel panorama museale nazionale, un intero ciclo di affreschi trecenteschi, quelli staccati dalla chiesa di Santa Maria di Mezzaratta. Avviati da Vitale da Bologna con l’Annunciazione, il Presepe e il Sogno della Vergine, gli affreschi sono stati rimontati riproducendo il volume interno dell’oratorio, mentre la vicina Sala 7 ne ospita le sinopie preparatorie.
Il patrimonio si completa con il Gabinetto Disegni e Stampe, che conserva oltre novemila fogli (da Agostino Carracci a Vasari, da Andrea Appiani ai taccuini dei Galliari) e una collezione grafica arricchita nel 2002 dall’acquisto della raccolta Luciana Tabarroni, contenente 1.948 incisioni dei maestri del Novecento europeo come Cézanne, Picasso, Schiele, Klee, Boccioni, Morandi e Bacon.
Oggi la Pinacoteca guarda avanti: oltre alle opere esposte nella sede di via delle Belle Arti, il museo conserva quasi 1.000 dipinti nei propri depositi. Questo tesoro nascosto tornerà presto accessibile nelle sale di Palazzo Pepoli Campogrande, la seconda sede del museo, situata in via Castiglione, la cui riapertura al pubblico è prevista a seguito dei lavori di restauro tra la fine del 2026 e i primissimi mesi del 2027, nell’ambito del piano quadriennale promosso dal direttore Luigi Gallo per un museo sempre più integrato nel tessuto vivo della città.
Commenti
Per inviare il commento devi accedere o registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo l’accesso.