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Com'era un santuario egizio 2.700 anni fa? Colorato! A Oxford si ricreano i colori perduti

di Redazione 08/11/2026

Categorie: Archeologia / Argomenti: Archeologia - Antico Egitto - Egittologia


Sotto la superficie apparentemente spoglia dell’unico edificio faraonico libero della Gran Bretagna, il santuario di Taharqa conservato all’Ashmolean Museum di Oxford, c’erano blu, rossi e gialli. Analisi scientifiche e proiezioni digitali li riportano sulle pareti del tempietto egizio, e i visitatori vedono oggi il santuario com’era 2700 anni fa.

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Oggi chi lo guarda vede soprattutto arenaria: pareti chiare, fittamente scolpite, su cui un re compie offerte agli dèi. È l’immagine a cui siamo abituati quando pensiamo ai monumenti dell’antichità, fatta di pietra nuda e di rilievi da leggere grazie alla luce radente. Ma 2.700 anni fa il santuario del faraone Taharqa, un tempietto egizio conservato oggi all’Ashmolean Museum di Oxford, non era così. Le sue pareti erano coperte da una decorazione dipinta elaborata, in cui comparivano blu brillanti, rossi, gialli e altri colori. E tra questi c’era un pigmento particolare, il blu egizio, che a quanto risulta non veniva usato ovunque ma soltanto per figure divine e immagini precise.

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Questi colori stanno per tornare visibili, anche se non con il pennello: dal 13 novembre 2026 una proiezione luminosa li riporterà sulla superficie scolpita del santuario, e davanti agli occhi dei visitatori dell’Ashmolean Museum di Oxford l’antica decorazione emergerà dalla pietra, così che il monumento si mostrerà per la prima volta come doveva apparire nel suo aspetto originario.

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Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios

Un tempio nubiano in Inghilterra

Il santuario è un oggetto singolare già per la sua collocazione. È l’unico edificio faraonico libero, cioè una costruzione intera e non un frammento o un rilievo staccato, presente in Gran Bretagna, ed è il fulcro delle sale dell’Ashmolean dedicate all’Antico Egitto e al Sudan. Ma la sua storia comincia molto più a sud del Delta del Nilo.

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Lo fece costruire tra il 690 e il 654 a.C. Taharqa, sovrano che regnò insieme sull’Egitto e su Kush, regione corrispondente all’odierno Sudan. Il santuario sorgeva all’interno del grande tempio del dio Amon-Ra a Kawa, nel Sudan settentrionale. Le sue pareti, scolpite con grande finezza, raffigurano il re mentre presenta offerte agli dèi: un programma figurativo che esprime l’autorità regale di Taharqa e, insieme, la sua devozione verso il divino.

Dopo secoli trascorsi sotto terra, il monumento fu riportato alla luce negli scavi degli anni Trenta del Novecento e nel 1936 arrivò all’Ashmolean. La nuova installazione celebra proprio i novant’anni dal suo ingresso nel museo.

Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios

Cosa resta del colore e come lo si ritrova

Che le pareti oggi sembrino in gran parte prive di colore non significa che lo fossero in origine. Sulla pietra sono sopravvissute tracce dei pigmenti, e le indagini scientifiche condotte sul monumento le hanno rese leggibili. I ricercatori hanno usato analisi al microscopio dei pigmenti superstiti e tecniche fotografiche specialistiche, e da questi dati sono partiti per ricostruire l’aspetto del santuario di oltre 2.700 anni fa. Il lavoro, secondo il museo, ha anche fornito nuovi spunti per comprendere le credenze religiose e le scelte artistiche di chi lo realizzò.

La scoperta più significativa riguarda il blu egizio, uno dei pigmenti più celebri dell’antichità, individuato sul santuario grazie alla fotografia all’infrarosso. Il dato interessante non è solo la sua presenza ma il modo in cui veniva impiegato: sembra infatti che fosse riservato a determinate figure divine e a immagini specifiche. Il colore, insomma, non era un semplice ornamento sovrapposto alla scultura. Partecipava al significato delle scene e contribuiva a distinguere gli dèi e gli elementi sacri all’interno della decorazione.

È qui che la proiezione mostra la sua utilità: rimettere fisicamente il colore su un monumento antico non sarebbe possibile né opportuno, mentre la luce consente di sovrapporre alla pietra la ricostruzione senza toccarla. La decorazione proiettata segue i rilievi scolpiti, e l’installazione unisce così ricerca archeologica e scientifica e tecnologia digitale per offrire un nuovo modo di guardare il santuario.

Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios

Le storie raccontate dalle pareti

A completare l’installazione ci sono due film realizzati appositamente. Il primo ricostruisce le vicende del monumento: la costruzione nell’antico Sudan, i secoli di sepoltura, lo scavo negli anni Trenta e infine le indagini scientifiche che hanno reso possibile la ricostruzione a colori. Il secondo si concentra sulle scene scolpite, presenta Taharqa e le divinità raffigurate sulle pareti e spiega il significato dei loro abiti elaborati, dei simboli e delle offerte.

È un aiuto prezioso per decifrare un’iconografia che a uno sguardo non specialistico può risultare difficile. E rispetto alla sola pietra, il colore dovrebbe rendere più chiare le distinzioni tra figure, vesti e attributi che gli antichi osservatori coglievano immediatamente.

Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios
Il santuario di Taharqa a colori, Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Fisher Studios

Un problema che riguarda tutta la scultura antica

Il caso del santuario di Taharqa si inserisce in una questione più ampia, che il direttore dell’Ashmolean, Xa Sturgis, richiama esplicitamente: “Molti dei monumenti in pietra e delle statue del mondo antico conservati nei nostri musei erano un tempo dai colori vivaci. Siamo enormemente grati a Lord e Lady Lupton per il loro generoso sostegno nell’aiutarci a mostrare il santuario di Taharqa sotto una luce completamente nuova”.

Per Liam McNamara, curatore delle antichità, dell’Antico Egitto e del Sudan all’Ashmolean, il monumento ha un valore particolare per lo studio di un’area ancora meno nota al grande pubblico rispetto all’Egitto: “Questo monumento eccezionale offre uno sguardo affascinante sull’arte e l’archeologia dell’antico Sudan. La nuova proiezione, e la ricerca scientifica che la sostiene, permetterà ai visitatori di apprezzare e comprendere come mai prima d’ora la decorazione dipinta originale del santuario”.

Il progetto è stato reso possibile dal sostegno di Lord e Lady Lupton. Lord Lupton, presidente del Board of Visitors dell’Ashmolean, ne racconta così l’origine: “Un viaggio in Egitto nel 2022 ha acceso il mio interesse per i colori vivaci usati millenni fa, conservati dal clima arido e ancora visibili oggi. Spero che questo uso della tecnologia all’Ashmolean ispiri allo stesso modo i nostri visitatori, soprattutto i più giovani”.

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