Un nuovo record mondiale per la scultura neoclassica è stato stabilito a Londra. Ieri sera, da Sotheby’s, il monumentale Laocoonte Hamilton, un bronzo a grandezza naturale realizzato da Auguste-Jean-Marie Carbonneaux (Parigi, 1790 – 1843), è stato aggiudicato per 13,6 milioni di sterline, pari a circa 15,8 milioni di euro, comprensivi dei diritti d’asta. Il risultato supera ampiamente la stima iniziale, fissata tra i 2 e i 3 milioni di sterline (2,3 – 3,5 milioni di euro), e rappresenta il prezzo più alto mai raggiunto da una scultura neoclassica sul mercato. Quattro offerenti si sono contesi l’opera, alta quasi due metri e mezzo, fino a quando un collezionista ha prevalso sugli altri concorrenti.
Il Laocoonte Hamilton occupa una posizione unica nella storia della scultura europea: si tratta dell’unica versione neoclassica in bronzo a grandezza naturale del celebre gruppo del Laocoonte e di uno dei soli quattro bronzi monumentali realizzati fino a quel momento ispirandosi direttamente al celebre originale antico conservato oggi ai Musei Vaticani. Il modello di riferimento è una delle opere più celebri dell’antichità classica. Il gruppo marmoreo raffigurante il sacerdote troiano Laocoonte e i suoi due figli mentre vengono stritolati dai serpenti inviati dagli dèi fu rinvenuto a Roma nel 1506 nei pressi della Domus Aurea di Nerone. L’opera venne immediatamente riconosciuta come quella descritta da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia come “la più degna di ammirazione tra tutte le opere di pittura e scultura”. Papa Giulio II ne dispose rapidamente l’acquisizione per il Cortile del Belvedere Vaticano.
La scoperta del Laocoonte ebbe un impatto straordinario sulla cultura figurativa occidentale: attorno al ritrovamento si raccolsero alcune delle figure più importanti del Rinascimento italiano, tra cui Giuliano da Sangallo, Donato Bramante, Michelangelo Buonarroti e lo stesso papa Giulio II. La fama del Laocoonte diede origine fin dal XVI secolo a una lunga tradizione di copie e reinterpretazioni. Bramante organizzò addirittura un concorso per realizzare una replica della scultura, giudicato da Raffaello e vinto da Jacopo Sansovino, il cui bronzo è però andato perduto. Nel 1523 Baccio Bandinelli scolpì la prima copia in marmo, destinata inizialmente a Francesco I di Francia come dono di papa Leone X. Il sovrano francese, secondo una tradizione, rifiutò l’opera sperando di ricevere l’originale. La copia di Bandinelli è oggi conservata agli Uffizi. La prima grande replica monumentale in bronzo fu invece realizzata nel 1543 da Francesco Primaticcio per il castello di Fontainebleau.
Il bronzo venduto da Sotheby’s rappresenta dunque un episodio eccezionale di questa lunga fortuna critica. Quando comparve nella vendita della celebre Fonthill Abbey nel 1823 venne descritto come “uno dei più magnifici esempi di bronzo esistenti”, mentre nel catalogo della vendita di Stowe del 1848 era definito “uno dei bronzi più importanti del Paese”. La qualità tecnica dell’opera è strettamente legata alla complessità della sua realizzazione. Fondere un gruppo bronzeo monumentale composto da tre figure intrecciate rappresentava infatti una delle imprese più difficili per una fonderia dell’epoca. A ciò si aggiunge una provenienza di assoluto prestigio, che vede il bronzo transitare attraverso tre delle più celebri vendite di grandi collezioni aristocratiche britanniche dell’Ottocento: Fonthill Abbey, Stowe e Hamilton Palace, da cui prende il nome.
L’autore della fusione fu Auguste-Jean-Marie Carbonneaux, tra i più importanti fonditori attivi nella Parigi della prima metà del XIX secolo. Il bronzo reca il marchio a freddo con il suo nome e le fonti contemporanee confermano che l’opera venne completata nel 1817. Si tratta della prima grande impresa artistica documentata dell’artista, portata a termine a soli ventisette anni e destinata ad aprirgli una brillante carriera. Carbonneaux fu infatti uno dei pionieri dell’impiego della fusione in sabbia per la realizzazione di grandi sculture monumentali: rispetto alla tradizionale tecnica della cera persa, la fusione in sabbia permetteva di affrontare opere di dimensioni molto maggiori e con articolazioni compositive estremamente complesse. Insieme a Charles Crozatier, Carbonneaux contribuì a trasformare la tecnologia della fusione monumentale francese.
Il Laocoonte rappresentò il punto di svolta della sua attività professionale. Secondo il catalogo della vendita di Fonthill del 1823, grazie a quest’opera il fonditore ottenne addirittura la Medaglia d’Oro dell’Institut de France. Nei repertori commerciali parigini degli anni Venti dell’Ottocento, il Laocoonte compare infatti come la prima opera citata nella sua biografia professionale, e precede importanti commissioni pubbliche come la statua bronzea di Carlo XIII di Svezia a Stoccolma, il progetto per il monumento equestre a Józef Poniatowski su modello di Bertel Thorvaldsen e il monumento equestre di Luigi XIV scolpito da François-Joseph Bosio per Place des Victoires a Parigi. Carbonneaux collaborò inoltre a lungo proprio con Bosio, fondendo alcune delle sue opere più celebri, tra cui l’Ercole che combatte Acheloo trasformato in serpente oggi conservato al Louvre e il ritratto bronzeo del giovane Enrico IV oggi a Versailles.
La realizzazione del bronzo avvenne in un momento storico particolarmente significativo. Tra il 1798 e il 1815 il Laocoonte originale era infatti stato trasferito da Roma a Parigi per volontà di Napoleone Bonaparte, insieme ad altri capolavori dell’arte italiana come la Venere Medici e l’Apollo del Belvedere. Le requisizioni artistiche ordinate durante le campagne napoleoniche avevano trasformato il Louvre nel Musée Napoléon, destinato a diventare il più importante museo europeo. Storici e contemporanei descrissero quell’istituzione come un luogo nel quale era possibile ammirare concentrati alcuni dei massimi capolavori della storia dell’arte occidentale. Thomas Lawrence lo definì “un luogo così centrale per l’Europa, dove tutto era aperto al pubblico con una liberalità sconosciuta altrove”. Anche l’imperatore e l’imperatrice Giuseppina visitarono il museo per osservare il Laocoonte, immortalati in un celebre acquerello di Benjamin Zix.
Dopo la sconfitta definitiva di Napoleone a Waterloo nel 1815 la situazione cambiò radicalmente. Papa Pio VII incaricò Antonio Canova di recarsi a Parigi per ottenere la restituzione delle opere trafugate. Nonostante l’opposizione del principe Talleyrand e del direttore del museo Dominique Vivant Denon, Luigi XVIII fu costretto ad autorizzare il ritorno dei capolavori nei rispettivi Paesi di origine. Il Laocoonte fece ritorno a Roma nel gennaio del 1816.
È proprio durante il breve periodo in cui l’originale si trovava a Parigi che Carbonneaux poté probabilmente realizzare la propria versione. Secondo gli studiosi il bronzo venne fuso utilizzando calchi in gesso ricavati direttamente dalla scultura antica mentre era esposta al Musée Napoléon. La circostanza trova conferma sia nelle fonti coeve sia nell’analisi delle caratteristiche formali dell’opera. Uno degli elementi più significativi riguarda infatti il braccio destro del sacerdote Laocoonte: nel momento della scoperta del gruppo antico nel 1506 il braccio era mancante. Nel corso dei secoli vennero proposte diverse ricostruzioni, e durante il soggiorno parigino della scultura fu adottata una specifica integrazione derivata da un calco seicentesco attribuito alla cerchia di François Girardon. Il bronzo Carbonneaux riproduce proprio quella particolare configurazione anatomica, fornendo così un’importante prova del fatto che il modello sia stato tratto direttamente dall’originale tra il 1798 e il 1816, prima del ritorno del gruppo a Roma. Solo nel 1905 l’archeologo Ludwig Pollak rinvenne il frammento dell’antico braccio originale, successivamente ricollocato sul marmo vaticano secondo una posizione molto diversa rispetto alle ricostruzioni moderne.
Anche la storia collezionistica del Laocoonte Hamilton contribuisce al fascino dell’opera. Secondo il catalogo della vendita di Stowe del 1848, il bronzo sarebbe stato commissionato dal ricchissimo collezionista inglese George Watson Taylor attraverso il mercante franco-britannico Alexis Delahante per la considerevole cifra di 2.000 sterline, una somma straordinaria per l’epoca (corrisponde a circa 150mila sterline di oggi, un prezzo altissimo per una scultura a quel tempo). Sebbene non esistano documenti che confermino definitivamente questa commissione, Watson Taylor è noto per aver soggiornato a Parigi nel 1818 acquistando dipinti di antichi maestri e porcellane di Sèvres.
Delahante ebbe certamente un ruolo fondamentale nella diffusione dell’opera. Il bronzo era esposto nella sua galleria parigina e fu probabilmente lui stesso a organizzarne la vendita londinese del 1821 presso la casa d’aste di Harry Phillips, forse dopo che Watson Taylor, entrato in difficoltà finanziarie, aveva rinunciato all’acquisto.
Nel corso dell’Ottocento il monumentale gruppo attraversò alcune delle più celebri collezioni aristocratiche britanniche, consolidando una provenienza di straordinario prestigio che ha certamente contribuito al risultato ottenuto oggi sul mercato. Nel catalogo della vendita di Stowe del 1848 comparve tuttavia anche un errore destinato a generare confusione nella letteratura successiva. L’opera veniva infatti attribuita come fusione a Charles Crozatier anziché a Carbonneaux. L’ipotesi fu ripetuta anche nei cataloghi successivi, compresa la vendita di Hamilton Palace. La presenza del marchio originale di Carbonneaux e le testimonianze pubblicate quando il fonditore era ancora in vita consentono però oggi di attribuire con sicurezza la fusione proprio ad Auguste-Jean-Marie Carbonneaux.
Con il risultato ottenuto da Sotheby’s, il Laocoonte Hamilton non stabilisce soltanto un nuovo record economico, ma riporta l’attenzione su uno dei più importanti esempi della rinascita neoclassica della scultura monumentale, testimoniando ancora una volta come la fortuna del Laocoonte continui, a oltre cinque secoli dalla sua riscoperta, a esercitare un’influenza straordinaria sulla storia dell’arte e sul collezionismo internazionale.
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