È scomparsa a 91 anni Simone Forti, artista italo-americana considerata una delle figure più influenti nella storia della danza postmoderna e della performance contemporanea. La notizia della scomparsa segna la fine di un percorso artistico che, nell’arco di oltre sei decenni, ha modificato profondamente il modo di concepire il movimento, il rapporto tra corpo e spazio e il dialogo tra danza, arti visive, musica e improvvisazione. La sua ricerca ha esercitato un’influenza determinante non soltanto sulla coreografia contemporanea, ma anche sull’arte performativa internazionale, tanto da essere riconosciuta come uno dei principali punti di riferimento per intere generazioni di artisti.
La galleria Raffaella Cortese, che aveva iniziato a rappresentarla proprio nel 2026 dopo la chiusura di The Box L.A., ha ricordato l’artista con un messaggio di cordoglio sottolineando come l’eredità di Forti sarà custodita dal Simone Forti Art Trust. “Ricordiamo Simone con affetto, ammirazione e profonda gratitudine e ci impegniamo a portare avanti la memoria del suo straordinario lavoro”, si legge nella nota diffusa dalla galleria milanese.
Nata a Firenze nel 1935, Simone Forti si trasferì negli Stati Uniti ancora giovane. Dopo una prima formazione in California, nel 1959 si spostò a New York insieme al primo marito Robert Morris, artista destinato a diventare uno dei protagonisti del Minimalismo. Per mantenersi lavorava come insegnante in una scuola materna, mentre frequentava i corsi di composizione e improvvisazione tenuti dal musicologo Robert Ellis Dunn presso lo studio di Merce Cunningham. Quelle lezioni si rivelarono decisive: attraverso Dunn entrò infatti in contatto con il pensiero di John Cage e con una nuova generazione di danzatori e coreografi, tra cui Trisha Brown, Yvonne Rainer e Steve Paxton, destinati a ridefinire la storia della danza americana. Fu proprio nella New York di quegli anni che Forti si immerse nell’ambiente artistico del centro cittadino contribuendo alla nascita di quella costellazione di esperienze che sarebbe poi stata identificata con Fluxus. Tra il 1960 e il 1961 diede vita alle celebri Dance Constructions, una serie di lavori destinati a cambiare radicalmente il suo percorso e quello della danza contemporanea. Nelle pagine del suo libro Handbook in Motion le avrebbe definite “un concerto pilota per le opere che avrei realizzato negli anni successivi”. Quelle opere introducevano un modo completamente nuovo di concepire il movimento, fondato su azioni essenziali, gesti quotidiani e relazioni fisiche tra corpi e oggetti.
Il critico Steve Paxton descrisse le Dance Constructions come un piccolo gruppo di opere radicali che agirono come un sasso lanciato in uno stagno immobile, generando onde destinate a propagarsi ben oltre l’evento originario e incoraggiando i futuri fondatori del Judson Dance Theater ad avviare la propria esperienza. L’influenza esercitata da Forti sul Judson Dance Theater è oggi unanimemente riconosciuta. Il collettivo, formato da danzatori, compositori e artisti visivi che si esibirono presso la Judson Memorial Church di Greenwich Village tra il 1962 e il 1964, rappresentò infatti uno dei momenti fondativi della danza postmoderna americana. Nel dicembre del 2015 il Museum of Modern Art di New York acquisì le Dance Constructions nella propria collezione permanente del Dipartimento di Media e Performance Art, consacrandone definitivamente il valore storico.
Parallelamente, Forti sviluppò un’intensa attività nell’ambito degli Happenings. Dopo la separazione da Robert Morris nel 1962 iniziò una relazione con l’artista Robert Whitman, che sposò nello stesso anno. Entrata a far parte del gruppo performativo di Whitman, collaborò alla realizzazione di numerosi Happenings, tra cui American Moon, Hole, Flower, Water, Nighttime Sky e Prune Flat. In quel periodo firmava il proprio lavoro con il nome di Simone Whitman. Dopo il divorzio da Whitman, nel 1968 accompagnò i genitori in Italia e decise di fermarsi a vivere a Roma. Nella capitale entrò in contatto con il gallerista Fabio Sargentini e con la Galleria L’Attico, uno dei principali luoghi di ritrovo degli artisti dell’Arte Povera. Qui presentò una retrospettiva delle Dance Constructions articolata in due serate, affiancata dalle performance Bottom e Sleep Walkers, nota anche come Zoo Mantras.
Il soggiorno romano segnò una svolta decisiva nella sua ricerca. Frequentando regolarmente lo zoo della capitale, oggi Bioparco di Roma, Forti iniziò a osservare con attenzione il comportamento degli animali in cattività. Quelle osservazioni diedero origine agli Animal Studies, un ciclo di performance e disegni ispirati ai movimenti ripetitivi di orsi polari, elefanti e altre specie. L’artista raccontò di essersi progressivamente identificata con gli animali, arrivando a descrivere quella esperienza come una forma di antropomorfizzazione. Gli storici dell’arte Julia Bryan-Wilson e altri studiosi hanno sottolineato come Sleep Walkers trasformasse i comportamenti ripetitivi osservati negli animali in una struttura coreografica fondata su pause, intervalli e ritmi, facendo emergere il rapporto tra movimento, costrizione e adattamento.
Durante il periodo romano Forti contribuì inoltre a rafforzare i legami tra la scena artistica italiana e quella americana. Presentò infatti a Fabio Sargentini numerosi protagonisti della danza postmoderna conosciuti a New York e insieme organizzarono nel 1969 il festival Danza Volo Musica Dinamite, che vide la partecipazione di Steve Paxton, Yvonne Rainer, Trisha Brown, David Bradshaw, Deborah Hay e altri artisti. Successivamente prese parte anche ai festival Festival Music and Dance U.S. del 1972 e Musica e danza contemporanea del 1974, ai quali parteciparono anche Joan Jonas, Charlemagne Palestine e La Monte Young.
Nel 1969 Forti tornò negli Stati Uniti per partecipare al festival di Woodstock. L’esperienza si trasformò in un soggiorno di circa un anno in una comunità della cittadina newyorkese, durante il quale sperimentò anche l’LSD, esperienza che avrebbe successivamente raccontato in Handbook in Motion, pubblicato nel 1974. Nel 1970 rientrò in California entrando nella comunità artistica che gravitava intorno al California Institute of the Arts. Condivideva l’abitazione con Nam June Paik, Alison Knowles e il musicista Peter Van Riper, destinato a diventare il suo terzo marito. Tra il 1970 e il 1972 sostituì occasionalmente Allan Kaprow nell’insegnamento al CalArts, prima nel campus di Villa Cabrini a Burbank e poi nella sede definitiva di Valencia. Organizzò inoltre laboratori informali di danza e improvvisazione musicale denominati Open Gardenia, iniziò una pratica del Tai Chi destinata ad accompagnarla per tutta la vita sotto la guida del maestro Marshall Ho’o e avviò una lunga collaborazione con il compositore Charlemagne Palestine.
Dal loro incontro nacque Illuminations, pratica performativa sviluppata a partire dal 1971 e portata successivamente in numerose sedi internazionali, tra cui il Louvre nel 2014, Vleeshal Markt nel 2016 e il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato nel 2021 con Illuminations Revisited, interpretata da Sarah Swenson in assenza dell’artista.
Tra il 1972 e il 1974 visse a Halifax, in Canada, su invito della NSCAD University Press, dove scrisse e curò Handbook in Motion. Il volume raccoglie fotografie, poesie, disegni, pagine dei suoi taccuini e riflessioni sui momenti cruciali della sua ricerca, oltre a descrivere opere come Herding, Face Tunes, Cloths, Fallers e numerose Dance Constructions. L’opera sarebbe stata successivamente tradotta anche in francese e ripubblicata in più edizioni inglesi.
Nel 1974 tornò a New York e sposò Peter Van Riper, con il quale visse in un loft della Fluxhouse Cooperative organizzata da George Maciunas. Insieme sviluppò Big Room, pratica performativa che univa il sassofono improvvisato di Van Riper ai movimenti ispirati agli animali elaborati da Forti. Le loro esibizioni furono presentate negli Stati Uniti e in Francia tra il 1975 e il 1980. Le osservazioni degli animali in cattività proseguirono anche negli zoo di Central Park e del Bronx, alimentando nel 1976 la grande performance collettiva Planet, presentata al P.S.1 con circa quaranta partecipanti. L’opera trasformava in linguaggio coreografico il repertorio di movimenti sviluppato nelle sue classi, ispirato direttamente ai comportamenti osservati negli animali.
Negli anni Ottanta Forti inaugurò un nuovo capitolo della propria ricerca: elaborò infatti Logomotion, forma performativa basata sull’improvvisazione simultanea di parola e movimento, che descriveva come un modo per accedere ai pensieri prima ancora che prendessero forma razionale. Da questa esperienza nacquero le News Animations, improvvisazioni costruite a partire dalle notizie dell’attualità, affrontando temi politici, sociali e ambientali attraverso la fusione tra linguaggio verbale e corporeo. Continuò a presentarle in tutto il mondo, compresa una significativa esibizione all’Hammer Museum di Los Angeles nel 2012.
Nel 1986 fondò inoltre Simone Forti & Troupe insieme ai danzatori K.J. Holmes, Lauri Nagel, David Rosenmiller e David Zambrano, ai quali si unì successivamente Eric Schoefer. Il gruppo sviluppò performance collettive fondate sui cosiddetti “ritratti del paesaggio”, spesso accompagnate da disegni eseguiti dal vivo come parte integrante dell’azione performativa.
Negli anni Duemila realizzò numerose produzioni con il collettivo The Sleeves insieme a Terrence Luke Johnson, Sarah Swenson e Douglas Wadle, dando vita a spettacoli come Unbuttoned Sleeves, Civics 101, Turtles All The Way Down, To Borrow Salt e Conversation Piece. Collaborò anche con Jeremiah Day e Fred Dewey in una serie di performance e mostre dedicate alle News Animations tra il 2009 e il 2015. Sempre nel 2009 iniziò il rapporto con la galleria The Box L.A., dove espose regolarmente fino alla chiusura dello spazio nel giugno del 2026. Successivamente entrò a far parte della Galleria Raffaella Cortese di Milano.
Il riconoscimento istituzionale della sua carriera si è consolidato negli ultimi anni. Nel 2014 il Museum der Moderne di Salisburgo le dedicò la prima grande retrospettiva museale, intitolata Thinking with the Body: A Retrospective in Motion, accompagnata da un ampio catalogo con contributi di Yvonne Rainer, Steve Paxton, Fred Dewey, Robert Morris, Sabine Breitwieser, Meredith Morse e Julia Bryan-Wilson. Nel 2018 il Museum of Modern Art di New York le riservò un ruolo centrale nella mostra Judson Dance Theater: The Work Is Never Done. Nel 2023 il Museum of Contemporary Art di Los Angeles organizzò una vasta mostra monografica dedicata alla sua opera e nello stesso anno la Biennale Danza di Venezia le conferì il Leone d’oro alla carriera.
Fino agli ultimi anni Simone Forti continuò a lavorare instancabilmente. A Los Angeles sviluppò ulteriormente Logomotion e le News Animations, improvvisazioni costruite direttamente sulle notizie dei quotidiani. Alla galleria The Box L.A. presentò nel 2016 Tea for Three insieme a Yvonne Rainer e Steve Paxton, una performance che celebrava con leggerezza e profonda intensità una lunga amicizia e una comune ricerca sull’improvvisazione.
Con la morte di Simone Forti scompare una delle personalità che più profondamente hanno contribuito a ridefinire il concetto stesso di danza nel secondo Novecento. La sua eredità attraversa oggi la coreografia, la performance, le arti visive e l’insegnamento, continuando a influenzare artisti e istituzioni in tutto il mondo. Il Simone Forti Art Trust avrà il compito di preservare e valorizzare un patrimonio creativo che ha cambiato in modo permanente il rapporto tra il corpo, il movimento e l’arte contemporanea.
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