Alcuni artisti rinunceranno a Documenta per la posizione della Germania sulla guerra a Gaza


In un’intervista al settimanale tedesco Die Zeit, la curatrice della prossima Documenta di Kassel, Naomi Beckwith, rivela che alcuni artisti hanno declinato l’invito a partecipare a causa della posizione della Germania sulla guerra a Gaza: questi artisti, che non sono stati nominati, hanno l’impressione che in Germania non siano liberi di mostrare ciò che vogliono.

Alcuni artisti hanno già rifiutato di partecipare alla prossima edizione di Documenta, la sedicesima, che si terrà a Kassel dal 12 giugno al 19 settembre 2027, a causa della posizione assunta dalla Germania rispetto alla guerra di Israele a Gaza. Lo ha rivelato la curatrice Naomi Beckwith in una lunga intervista rilasciata lo scorso 16 settembre al quotidiano tedesco Die Zeit. Documenta, la mostra d’arte che si tiene ogni cinque anni a Kassel, rappresenta una delle rassegne più prestigiose e ricorrenti al mondo nel panorama dell’arte contemporanea, ma dalla controversia che aveva investito l’edizione del 2022 (un collettivo che aveva partecipato era stato accusato di antisemitismo) l’evento è stato oggetto di dure critiche. La controversia ha avuto ripercussioni anche sulla sedicesima edizione di Documenta, il cui intero comitato di selezione curatoriale si era dimesso in blocco nel 2023. Beckwith, vicedirettrice e capo curatrice del Guggenheim Museum di New York, è stata scelta come organizzatrice di Documenta 16 nel 2024.

Nell’ampia intervista concessa alla testata tedesca, Beckwith ha parlato a lungo del percorso di costruzione della propria edizione della rassegna, il cui tema non è ancora stato reso noto. La curatrice ha raccontato di aver ricevuto alcune rinunce da parte di artisti invitati a partecipare, spiegando che alcuni di loro percepiscono di non essere liberi, in Germania, di mostrare ciò che vorrebbero esporre, mentre altri criticano apertamente la posizione assunta dal Paese rispetto al conflitto a Gaza. “Alcuni”, ha detto espressamente la curatrice, “hanno l’impressione di non essere liberi in Germania di mostrare ciò che vogliono. Altri criticano la posizione assunta dalla Germania sulla guerra di Gaza”. Interpellata sulla propria posizione personale riguardo al conflitto, Beckwith non si è espressa, e ha preferito spostare l’attenzione sulla necessità di superare una logica divisiva e di trovare il modo di riaprire il dialogo, aggiungendo di comprendere il bisogno di solidarietà e sostegno, ma di ritenere che posizioni rigide non permettano di fare passi avanti.

Naomi Beckwith. Foto: Nicolas Wefers
Naomi Beckwith. Foto: Nicolas Wefers

Nel corso dell’intervista, Beckwith è tornata anche sulla controversa opera esposta a Documenta 15 dal collettivo indonesiano Taring Padi, un grande murale che conteneva la caricatura antisemita di un agente del Mossad. L’opera, una delle più visibili di quell’edizione, fu prima coperta e successivamente rimossa del tutto. Raccontando il proprio percorso verso l’incarico, Beckwith ha ammesso di aver esitato a lungo prima di accettare, pur avendo sempre sognato di dirigere un giorno Documenta: consapevole della ristrettezza dei tempi a disposizione, appena più di due anni, aveva inizialmente rifiutato la proposta, salvo poi accettarla dopo una seconda chiamata, di cui oggi si dice profondamente grata. La curatrice ha riconosciuto che anche le polemiche legate all’ultima edizione avevano pesato sulla sua esitazione, e che non le era stato semplice comprendere appieno cosa fosse accaduto allora, né perché si fossero create posizioni così irrigidite.

Beckwith ha inoltre raccontato che, sebbene diverse persone a lei vicine avessero probabilmente pensato che accettare l’incarico non fosse una scelta opportuna, pochi gliel’hanno detto apertamente; a uno di loro la curatrice ha risposto sottolineando come la missione di Documenta vada ben oltre la contingenza geopolitica del momento, richiamandosi alle ragioni profonde che l’hanno spinta a diventare curatrice e a studiare storia dell’arte, ovvero l’interesse per un orizzonte più ampio.

Interrogata sulla possibilità che manifestanti contrari alla politica israeliana su Gaza possano comparire anche nella sua edizione della rassegna, Beckwith ha risposto di non credere che una simile eventualità sia evitabile, né che si debba tentare di scongiurarla, riconoscendo alle persone il diritto di protestare e di esprimere la propria opinione senza che questo le preoccupi.

Documenta
Documenta
Il team curatoriale di Documenta 16. Foto: Nicolas Wefers
Il team curatoriale di Documenta 16. Foto: Nicolas Wefers

Sul tema del codice di condotta introdotto dopo l’ultima edizione per prevenire episodi di antisemitismo e razzismo, Beckwith ha precisato di non averlo firmato perché non le era stato richiesto. Il giornale, a quel punto, ha replicato che avrebbe potuto firmarlo comunque. Questa la risposta della curatrice: “Il codice di condotta si applica alla direzione di Documenta, non al direttore artistico, né agli artisti. Perché? Perché l’arte in Germania è libera. E dobbiamo evitare a tutti i costi l’impressione che i politici abbiano una qualche influenza sui contenuti di Documenta. Dobbiamo tutelare la reputazione della mostra. Allo stesso tempo, c’è un accordo tra me, il mio team e ogni artista che partecipa a Documenta, affinché ci comportiamo nel modo più rispettoso possibile, in uno spirito di non violenza”. Alla domanda su come intenda garantire che gli artisti invitati non portino avanti agende attivistiche potenzialmente antisemite, Beckwith ha risposto di non poterlo assicurare e di non volerlo fare, ricordando che anche gli artisti sono cittadini liberi nelle proprie opinioni; ha aggiunto di non effettuare verifiche sui precedenti dei partecipanti e di valutare, in quanto curatrice, le opere e non le persone, sostenendo la libertà artistica come principio che si rifletterà nell’intera manifestazione.

Sul tema della provocazione nell’arte, storicamente centrale nella storia dell’arte moderna, Beckwith ha affermato che il momento attuale non si presta a questo tipo di approccio: “Non apprezzo l’arte provocatoria che mira unicamente a suscitare una reazione emotiva nelle persone. Non è questo il momento. Abbiamo fin troppi politici che ricorrono alla provocazione. La domanda che Documenta si propone di porre è: cos’altro è possibile nel mondo? Cosa ravviva il dibattito?”. Pur senza voler parlare esplicitamente di armonia, la curatrice ha insistito sul concetto di sicurezza, intesa come la possibilità di trovarsi in un luogo in cui si possano affrontare conversazioni difficili con fiducia reciproca, sia nei confronti degli interlocutori sia degli artisti stessi. Riguardo al tema della guarigione, ricorrente in molte mostre contemporanee, Beckwith si è detta rispettosa ma in parte scettica, poiché il concetto rischia di ridurre l’arte a una sorta di servizio pensato per far sentire meglio il singolo individuo.

Descrivendo la propria missione più ampia, Beckwith ha spiegato di voler riflettere su cosa sia ancora possibile fare in un mondo in cui le regole e le strutture che hanno finora ordinato la vita collettiva vengono meno. Tra i temi al centro della propria edizione figurano le competenze necessarie ad affrontare un momento di disgregazione, un’esperienza che i migranti conoscono bene quando tutto ciò che teneva insieme la propria esistenza scompare improvvisamente, e la riflessione sul futuro tecnologico, in un momento di svolta in cui l’intelligenza artificiale comincia a dominare ogni ambito: se un tempo gli esseri umani si percepivano come consumatori della tecnologia, oggi sembra che sia la tecnologia a consumare loro stessi, ponendo interrogativi su cosa definisca l’essere umano e su come muoversi in questa nuova epoca priva di punti fermi. In questo contesto, secondo Beckwith, diventano centrali tecniche sviluppate dagli artisti come l’improvvisazione, intesa come la pratica di muoversi senza un copione prestabilito e senza regole fisse, un modello che la curatrice intende porre al centro di Documenta 16, paragonabile al gesto dell’artista davanti a una tela bianca o alla pratica del jazz improvvisato, dove non esistono tempo, ritmo o melodia predefiniti.




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