Nella Biblioteca di Casa Leopardi è emerso un ciclo di affreschi tardocinquecentesco


Nella Biblioteca di Casa Leopardi a Recanati, durante lavori di consolidamento e restauro, è emerso un ciclo di affreschi di fine Cinquecento. Aperta al pubblico la Sala degli Antichi

Nel corso di lavori di consolidamento e restauro durato due anni eseguiti in uno degli ambienti della Biblioteca di Casa Leopardi a Recanati, sono emersi, al di sotto di uno strato di ridipinture successive, due livelli di intonaco dipinto a mezzo fresco. Il più antico, risalente ai primi decenni del XVI secolo, presenta un elegante motivo che richiama i tessuti damascati, mentre il secondo, databile tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, presenta un articolato impianto decorativo realizzato da una equipe di pittori locali.

Le operazioni di recupero si sono rivelate particolarmente impegnative a causa delle numerose stratificazioni che, nel corso dei secoli, avevano coperto le pitture originarie. Per favorire l’aderenza dei nuovi intonaci, infatti, era consuetudine incidere o scalfire la superficie sottostante, provocando inevitabilmente danni alle decorazioni precedenti. Le pareti oggi restaurate mostrano un complesso apparato figurativo in cui effetti illusionistici e imitazioni di materiali preziosi si combinano per creare una narrazione ricca di riferimenti sia religiosi sia profani. Ampie specchiature marmoree dipinte valorizzano cariatidi raffigurate come bronzi dorati e incorniciano nicchie al cui interno si trovano figure allegoriche, tra cui la Carità e la Sibilla. Tali immagini accompagnavano scene di dimensioni maggiori, delle quali resta soltanto una parziale rappresentazione della Cacciata di Adamo dal Paradiso terrestre. Nella cornice superiore compaiono inoltre una veduta marina dominata da una nave accompagnata dal motto biblico In Te Confido, l’Allegoria della Fortuna e alcune scene di caccia e pellegrinaggio immerse in un paesaggio che richiama l’ambiente appenninico.

La scoperta assume un particolare interesse anche in relazione alla figura di Giacomo Leopardi. Gli interventi che portarono alla copertura degli affreschi furono infatti realizzati soltanto nel 1841, dopo la morte del poeta. A ricordarlo fu il padre Monaldo Leopardi che, nel proprio diario, annotò il restauro della piccola sala annessa alla Biblioteca. Questa circostanza rende plausibile l’ipotesi che il poeta abbia potuto osservare e conoscere tali decorazioni prima che venissero nascoste.

Il recupero del ciclo pittorico restituisce oggi valore e visibilità a uno degli ambienti più significativi di Palazzo Leopardi, offrendo nuovi elementi per comprendere la storia della celebre dimora recanatese. Da questo intervento è nata la Sala degli Antichi, uno spazio completamente valorizzato che arricchisce il percorso museale della Biblioteca e permette ai visitatori di ammirare un ambiente riportato alla sua originaria configurazione storico-artistica.

“Da sempre la nostra famiglia persegue la missione della salvaguardia dei luoghi amati e abitati da Giacomo; quelli in cui ha sognato, studiato, immaginato, poetato e vissuto gli anni che gli furono più dolci”, spiega la contessa Olimpia Leopardi, discendente del poeta. “In quest’ottica, ma senza aspettarci in principio nulla di straordinario, abbiamo deciso di intervenire con un importante lavoro di ripristino murario in quella che, dal 1898 era comunemente nota come ”Sala dei manoscritti“. Il nome deriva dal fatto che Giacomo Leopardi (l’omonimo nipote del Poeta) l’ha ampliata, modificata e arredata con il gusto dell’epoca per celebrare la grandezza dello zio, esponendo in quello spazio copie di manoscritti leopardiani e prime edizioni. Le case antiche riservano sempre sorprese, nel bene e nel male. La scoperta che oggi abbiamo il piacere di condividere con il pubblico è una di quelle che fanno venire brividi di meraviglia nel momento in cui si inizia a intravederne il potenziale e a sperare che non sia solo un’illusione. Quando, nel 2024, demmo il via ai lavori, come da prassi, iniziammo facendo dei saggi sulle pareti; che sotto la pittura più recente ci fosse un semplice decoro ottocentesco lo sapevamo già ed era nostra intenzione, in accordo con la Soprintendenza, riportarlo alla luce per restituire alla sala la dignità che aveva perso con le sovrammissioni successive. Quello che invece non potevamo immaginare era di imbatterci in nuovi colori, tanto brillanti quanto inattesi: con estrema cura e pazienza avviammo il lavoro di scopritura, per capire se veramente fossimo davanti a qualcosa di leggibile o se fossero solo mere tracce di antiche decorazioni; un lavoro che ha lentamente cominciato a mostrarci qualcosa che sembrava anelasse a vedere la luce. Il restauro è fatto di bisturi, scalpellini, consolidamenti continui e tempi di posa e asciugatura: un lavoro accuratissimo ma lento, che non consente impetuosi balzi in avanti. Oggi la lunga attesa è finalmente terminata ed è stata ampiamente ripagata dal prezioso e inaspettato dono che ci hanno fatto ”queste avite mura“”.

La Sala degli Antichi con parte degli affreschi scoperti. Foto: Ufficio stampa Casa Leopardi
La Sala degli Antichi con parte degli affreschi scoperti. Foto: Ufficio stampa Casa Leopardi
Olimpia Leopardi. Foto: Ufficio stampa Casa Leopardi
Olimpia Leopardi. Foto: Ufficio stampa Casa Leopardi
Dettaglio affresco IN TE CONFIDO
Dettaglio affresco IN TE CONFIDO. Foto: Ufficio stampa Casa Leopardi

Il recupero dell’affresco è stato illustrato da Stefano Papetti, curatore delle collezioni comunali di Ascoli Piceno e Presidente della Fondazione Salimbeni per le Arti Figurative, e dalla restauratrice Federica Camilletti, che ha diretto l’intervento conservativo.

“La complessità della decorazione, realizzata da una equipe di pittori locali, è certamente debitrice di quanto si andava realizzando nel vicino cantiere lauretano ad opera di artisti insigni come Federico Zuccari, che affresca la cappella dei Duchi di Urbino nel 1583”, afferma Papetti. “Proprio nella direzione del vicino cantiere lauretano sarà necessario guardare per comprendere se non l’autore del ritrovato ciclo almeno la temperie culturale nel quale si iscrive: i colori chiari e luminosi della Cacciata dal Paradiso Terrestre, che denuncia una riflessione sui modelli di Raffaello, presentano molte analogie con quanto realizzato dal pittore maceratese Gaspare Gasparini nella volta della Sala del Tinello del Palazzo Apostolico di Loreto”. “Per le scene cinegetiche”, prosegue, "il richiamo più evidente è alle celeberrime acqueforti di Antonio Tempesta raffiguranti varie tipologie di caccia, date alle stampe nel 1609 ed utilizzate nelle Marche anche per la decorazione dello Stanzino del Paradiso del cardinale Pallotta nel palazzo di Caldarola, che per molti aspetti richiama l’ambiente recuperato nella residenza recanatese dei conti Leopardi. La decorazione riscoperta raffigura anche una allegoria della Fortuna Marina, rappresentata secondo le indicazioni di Cesare Ripa come una giovane donna nuda in piedi sopra un delfino in mezzo al mare, nell’atto di tenere tra le mani una vela gonfiata dal vento: una allegoria da mettere certamente in relazione alla sottostante scena che raffigura una imbarcazione associata al motto biblico IN TE CONFIDO".

“Il dipinto in oggetto è stato rinvenuto grazie ad una campagna di saggi stratigrafici, eseguiti con mezzi meccanici (bisturi e scalpellini), preliminari per eseguire lavori di consolidamento della struttura muraria di una sala della Biblioteca”, ha dichiarato la restauratrice Federica Camilletti. "Al di sotto della carta monocroma tardo ottocentesca dipinta su fogli di quotidiani dell’epoca che rivestiva le pareti della sala allestita nel 1898 dal discendente Giacomo, il nipote del Poeta in occasione del centenario della morte, sono state rinvenute delle tracce di una tappezzeria dipinta a righe ed una riquadratura. A testimonianza, parte di questa decorazione è stata lasciata a vista. Sottostante tre strati di intonaco di diverse epoche, qualità e granulometrie è stata riscontrata la presenza del dipinto in oggetto che a sua volta era stato sovrammesso ad uno più antico, risalente agli inizi del XVI secolo. Le porzioni di questa decorazione primigenia, anch’esse visibili, raffigurano un damasco dipinto su fondo arancione ed una trabeazione. Lo stato di conservazione del ciclo pittorico era fortemente critico soprattutto per quanto riguarda l’aderenza dell’intonaco dipinto al supporto; ciò dovuto essenzialmente alle numerosissime picconature che erano state effettuate per favorire l’adesione degli intonaci soprammessi. Presenti anche numerosi rigonfiamenti dell’intonaco, fori, grappe e chiodi. Al contrario la pellicola pittorica, grazie alla tecnica esecutiva del “mezzo fresco”, presentava una buona aderenza all’intonachino. Tuttavia, uno strato di vernici sovrammesse e polveri grasse avevano alterato parte degli strati originali, rendendo illeggibili diverse porzioni, soprattutto sulla parte superiore sinistra del dipinto.




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