In dieci anni di attività artistica, Vincent van Gogh firmò un numero sorprendentemente basso di dipinti: delle 840 opere conosciute, soltanto 133 riportano la sua firma, pari a circa il 15%. Il dato emerge dal primo studio sistematico dedicato alle firme dell’artista realizzato dal Museo Van Gogh di Amsterdam. La ricercatrice Julia Engelmayer ha raccolto in un database tutte le firme autentiche conosciute presenti sui dipinti di Van Gogh, pubblicando i risultati nell’articolo Simply “Vincent”: An Overview of Van Gogh’s Signed Paintings. Il titolo della ricerca richiama una caratteristica distintiva della sua firma: l’artista utilizzava quasi sempre esclusivamente il nome Vincent. Al di fuori dei Paesi Bassi, infatti, il suo cognome poteva risultare difficile da pronunciare e da ricordare.
Le ragioni per cui Van Gogh sceglieva di firmare soltanto alcune delle sue opere emergono soprattutto dalle sue lettere. La corrispondenza dell’artista mostra quanto fosse severo e critico nei confronti del proprio lavoro. Durante gran parte della sua carriera, Van Gogh considerava infatti molte delle sue opere come esercizi, prove o momenti di preparazione in vista di una maturazione artistica futura. Questa consapevolezza aiuta a spiegare perché non firmò alcun dipinto prima del 1884, nonostante avesse iniziato a dipingere a olio già nel 1881. In precedenza aveva invece apposto la propria firma su alcuni disegni. La situazione cambiò con il trasferimento a Parigi, dove aumentarono le sue ambizioni professionali e commerciali. Parallelamente crebbe anche il numero dei dipinti firmati.
Un ulteriore cambiamento si verificò poco dopo l’arrivo ad Arles. Ancora influenzato dal mercato dell’arte parigino e dalle aspirazioni maturate nella capitale francese, Van Gogh iniziò a firmare i propri dipinti con maggiore regolarità. La frequenza delle firme sembra però diminuire drasticamente con il progressivo peggioramento della sua salute mentale.
Lo studio del Museo Van Gogh evidenzia un interessante rapporto tra la pratica della firma e le condizioni personali dell’artista: la scelta di firmare un’opera poteva riflettere ambizione, orgoglio, fiducia nelle proprie capacità o, al contrario, una crescente insicurezza. Le lettere di Van Gogh testimoniano che l’artista tendeva a firmare soprattutto i dipinti che considerava particolarmente riusciti. Tra questi figura I mangiatori di patate del 1885, oggi conservato al Museo Van Gogh, che l’artista considerava il suo primo vero capolavoro. La firma si trova sullo schienale della sedia a sinistra, anche se oggi risulta quasi illeggibile.
Un altro celebre esempio è rappresentato dai Girasoli del 1889, anch’essi conservati al Museo Van Gogh, ai quali l’artista attribuiva un particolare valore. Van Gogh apponeva frequentemente la propria firma anche sulle opere destinate a essere regalate a familiari e amici. Una tendenza diversa si osserva invece nei dipinti realizzati a partire da stampe di artisti come Jean-François Millet, Rembrandt e Eugène Delacroix, che generalmente non venivano firmati. Esiste però un’eccezione significativa: la Pietà (da Delacroix) del 1889, oggi conservata ai Musei Vaticani. Van Gogh firmò quest’opera perché l’aveva realizzata come dono per la sorella Willemien.
Un’altra circostanza nella quale Van Gogh firmava i suoi lavori era rappresentata dagli scambi di opere con altri artisti. Un caso particolarmente curioso è quello della natura morta Tre paia di scarpe del 1886, oggi conservata presso gli Harvard Art Museums/Fogg Museum di Cambridge, negli Stati Uniti. Van Gogh la scambiò con l’artista australiano John Peter Russell e il dipinto presenta una caratteristica insolita: due firme. La prima, piccola e quasi impercettibile, è incisa direttamente sulla superficie pittorica secondo una modalità tipica di Van Gogh. La seconda si trova invece nella parte superiore destra della tela, in grandi lettere maiuscole e con una grafia molto simile a quella di Russell. Non è noto perché Russell abbia aggiunto personalmente questa seconda firma. Potrebbe non essere riuscito a leggere quella di Van Gogh oppure averla considerata troppo discreta, scegliendo quindi di rendere più evidente il nome dell’amico. Un gesto simile compare anche nel ritratto di Van Gogh che Russell realizzò nello stesso anno, nel 1886, oggi conservato al Museo Van Gogh.
In alcune rare occasioni Van Gogh utilizzò la firma anche come vero e proprio elemento compositivo del dipinto. È il caso di Marina vicino a Les Saintes-Maries-de-la-Mer, realizzata nel 1888 e oggi conservata al Museo Van Gogh. L’artista non era pienamente soddisfatto dell’accostamento cromatico dell’opera e decise di intervenire aggiungendo una firma rossa nella parte inferiore sinistra. Come spiegò al fratello, voleva introdurre una nota di rosso all’interno della composizione verde. La firma assume così una funzione che va oltre quella identificativa e diventa parte integrante dell’equilibrio cromatico dell’opera.
Lo studio delle firme permette di comprendere che anche la mancanza della firma può avere un significato. Molti dei capolavori appartenenti all’ultima fase della carriera di Van Gogh sono infatti privi del suo nome. Dopo il ricovero nell’istituto di Saint-Rémy nel 1889, la fiducia dell’artista nelle proprie capacità diminuì progressivamente e la frequenza con cui firmava i dipinti si ridusse ulteriormente. Ad Auvers-sur-Oise, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita, Van Gogh aggiunse la propria firma a un dipinto soltanto in un’occasione. Si tratta del ritratto di Adeline Ravoux, realizzato nel 1890 e oggi appartenente a una collezione privata. L’opera fu donata alla stessa modella e rappresenta l’ultimo esempio noto di un dipinto di Van Gogh firmato ad Auvers.
L’analisi sistematica condotta dal Museo Van Gogh dimostra come una firma possa offrire informazioni preziose non soltanto sull’autore di un’opera, ma anche sul suo rapporto con la propria produzione artistica. Nel caso di Van Gogh, la presenza o l’assenza del nome sembra seguire l’evoluzione delle sue aspirazioni, della percezione che aveva del proprio lavoro e delle diverse fasi della sua vita. Le 133 firme conosciute diventano così una sorta di traccia parallela alla sua produzione pittorica: piccoli segni che raccontano quando Van Gogh si sentiva pronto a riconoscere un dipinto come proprio, degno di essere presentato, regalato o ricordato.
![]() |
| Van Gogh e le sue firme: il Museo Van Gogh di Amsterdam svela con il primo studio sistematico cosa raccontano |
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.