di Silvia Mazza 13/10/2026
Categorie: News Focus / Argomenti: Antonello da Messina - Furto - Sicilia
Il recupero dei dipinti di Renoir in Costa Azzurra riporta l’attenzione sul furto di Antonello da Messina: le modalità dei due colpi sollevano interrogativi sulla conoscenza dei sistemi espositivi e su un possibile uso delle opere come strumenti di pressione criminale. L’articolo di Silvia Mazza.
Sono stati recuperati il 9 ottobre, a quasi un mese esatto dal furto, i due Renoir rubati l’8 settembre scorso al museo dedicato all’artista a Cagnes-sur-Mer, sulla Costa Azzurra. Decisive le prove del DNA. Arrivare agli esecutori materiali e riavere i dipinti non chiude, però, la partita. Restano tutti aperti gli interrogativi relativi a un livello superiore a quello base della manovalanza e che riguardano le finalità del furto. Finalità e dinamiche che potrebbero suggerire un possibile parallelismo con il furto eccellente di Ferragosto delle opere di Antonello al Museo Regionale di Messina.
C’erano già quelle due tavole in riva allo Stretto che più che abbandonate durante la fretta della fuga sembravano essere state lasciate accuratamente adagiate l’una sull’altra, non cadute durante la fuga, ma addossate al muretto all’esterno del museo. Anche due dei quattro Renoir sono stati trovati subito nei pressi della recinzione del museo. Si tratta di segnali o di mera imperizia dei malviventi? A questo proposito, intendiamoci quando si parla di furto da “improvvisati”: la realtà criminale può essere molto lontana dalla figura cinematografica del ladro in tuta nera, rilevatori laser, capacità acrobatiche. Ben più banale e, proprio per questo, più difficile da intercettare. Secondo Europol, nei furti d’arte le bande specializzate sono state in parte sostituite da gruppi improvvisati reclutati attraverso i social media. Uno dei fermati per il furto dei gioielli del Louvre, secondo quanto riferito agli investigatori, avrebbe addirittura dichiarato di non sapere che il luogo fosse proprio il Louvre. A Messina è stata ritrovata una delle due magliette scure usate per coprire i caschi; mente in Francia (dove gli inquirenti francesi già prima del ritrovamento dei Renoir hanno reso pubblica la scena del crimine, di cui Finestre sull’Arte è in grado di dare alcuni particolari) a poca distanza dalla parete del furto sono stati repertati un guanto e una bottiglietta d’acqua. Elementi utili a comparazioni del DNA, come quello prelevato dalle custodie protettive all’interno delle quali erano stati ritrovati nell’immediato i due dipinti abbandonati durante la fuga e risultato compatibile con quello di un ventinovenne coinvolto nel colpo, seguendo le cui tracce si è arrivati al garage con parete costruita ad hoc tra blocchi di cemento e cartongesso, dove sono state nascoste le tele.
Ma è soprattutto il modo in cui le opere sono state sottratte a suggerire un possibile parallelismo. In entrambi i casi non emerge quella cura maniacale che ci si aspetterebbe da un’operazione commissionata da un collezionista interessato a preservare intatto il bene. Se le opere recuperate in Francia presentano alcuni danni che renderanno necessario un intervento di restauro e che sono frutto delle modalità “grossolane” con cui sono state asportate dalla sala del museo (infranti i vetri protettivi, danneggiata la cornice di Femme au puits, il Ritratto di Madame Colonna Romano presenta uno strappo); a Messina una mazza ha mandato in frantumi la teca con il rischio di danneggiare la tavoletta di Antonello, mentre la tavola centrale del Polittico di San Gregorio è scivolata a terra, causando distacchi di frammenti.
Intanto che nelle città dello Stretto le indagini procedono nel massimo riserbo, provare, dunque, a leggere il furto nel contesto di una struttura criminale (di livello quanto meno europeo per l’intensificarsi degli episodi in pochi mesi) sembra far scartare l’ipotesi della prima ora, avvalorata da noti specialisti, quella di un furto delle opere per il loro valore collezionistico, in favore di una che sembra indirizzare verso un diverso valore criminale: quello di strumento per esercitare pressioni e condizionare comportamenti, alla stregua dei sequestri di persona che raggiunsero il culmine in Italia tra metà anni Settanta e Ottanta.
Non tutti i recenti furti nei musei europei, però, sembrano appartenere allo stesso filone. Per i furti dei gioielli al Louvre; del tesoro di Villena, in Spagna; delle 144 monete d’oro sottratte a Badajoz e da ultimo per il prezioso libro da 210 chili di Issoire, le opere sottratte possono essere smembrate. Oro e pietre preziose separati e ricollocati sul mercato clandestino. Il loro valore può dunque coincidere con quello intrinseco del materiale. Dalla pandemia agli attuali scenari di incertezza economica e geopolitica, oro e argento hanno assunto un peso crescente come “beni rifugio”.
A Messina, come in Costa Azzurra, invece, il punto non è soltanto economico. La pista di una matrice mafiosa era stata indicata già nelle ore successive al furto dal procuratore Antonio D’Amato: rubare una tavola o una tela può diventare merce di scambio per uno dei grandi mercati criminali internazionali, accanto a droga e armi. Negli anni Ottanta, il criminale irlandese Martin Cahill utilizzò un dipinto rubato come pagamento per un traffico di eroina e altri quattro come garanzia per ottenere denaro da un commerciante di diamanti. In un pizzino Matteo Messina Denaro scriveva: “Con il traffico di opere d’arte ci manteniamo la famiglia”.
Torniamo a Messina, su quel particolare tecnico già sollevato su queste colonne: il sistema di vincolo. Non un dispositivo che inchioda il dipinto al muro, che deve restare ispezionabile anche sul retro per ragioni conservative. Piuttosto l’insieme di dispositivi (cerniere, ganci, incastri, appoggi) che impediscono movimenti e rotazioni indesiderati: sistema non necessariamente visibile. Per il Polittico di San Gregorio “non è possibile individuarlo ponendosi di fronte all’opera”, ci aveva spiegato, tra le altre cose, Roberto Ciabattoni, responsabile del Laboratorio di Fisica e Controlli ambientali dell’ICR di Roma, tra i massimi esperti in sistemi espositivi e trasporto delle opere d’arte. “Per un polittico, aveva precisato, possono essere presenti svariati e particolari sistemi di ancoraggio dell’opera, tra cui traverse che mantengono unite le singole tavole e ne garantiscono il distanziamento, oppure sistemi a scorrimento su griglie metalliche”. Lo scenario, dunque, può cambiare radicalmente. Il ladro potrebbe trovarsi davanti a un unico impianto complesso di notevole peso. Oppure potrebbe dover smontare le tavole una per una. Oppure ancora potrebbe trovarsi davanti a opere semplicemente appese a un gancio. “Quando effettuo verifiche sui sistemi espositivi, e quindi vincoli, devo obbligatoriamente potere osservare l’opera sul retro, spesso mettendomi rasente al muro con una torcia”, osserva Ciabattoni.
E, allora, se il sistema non era visibile frontalmente, come facevano i ladri a sapere che potevano operare praticamente a mani nude? Esattamente 1 minuto e 06 secondi per asportare ben cinque tavole di un tutt’uno. Dire come ci aveva detto l’architetto Gianfranco Anastasio, che aveva progettato il sistema espositivo (montaggio sequenziale) delle tavole, che sarebbe stato “impossibile” asportare il polittico in pochi istanti significa dire che chi è entrato nel museo doveva avere una conoscenza preventiva di ciò che avrebbe trovato. Per la teca è stata portata una mazza. Per le tavole, invece, si sapeva che non sarebbero serviti strumenti particolari. Per i Renoir i ladri avevano con sé una sega per staccare i dipinti.
Per comprendere quanto la conoscenza preventiva del sistema di vincolo possa essere decisiva, basta immaginare il caso di un altro Antonello sempre su tavola. Se un gruppo criminale decidesse di colpire il Polittico di San Cassiano al Kunsthistorisches Museum di Vienna, dovrebbe dotarsi di attrezzi per recidere i cavi visibili se questi ultimi bloccano l’opera ai binari collocati in prossimità del soffitto.
Secondo dati dell’FBI, una quota molto elevata dei furti nei musei sarebbe facilitata da custodi, dipendenti, tecnici, personale che conosce gli spazi. Chi conosceva il modo in cui erano installate le opere a Messina? Per questo gli investigatori stanno esaminando anche le ditte che hanno avuto accesso alla sala. È un passaggio particolarmente significativo alla luce della recente stagione di lavori che ha interessato il museo. Un cantiere, per definizione, moltiplica le persone che entrano, escono, misurano, fotografano, smontano, rimontano. E moltiplica anche le occasioni per vedere ciò che normalmente rimane nascosto.
Proprio su queste colonne era stato anticipato il progetto di rinnovamento del percorso espositivo dedicato ad Antonello e Caravaggio. Nel frattempo diventato esecutivo (fondi Po-Fesr per progetti entro i 300mila euro), è stato redatto interamente dal museo, con direzione dei lavori da appaltare esternamente.
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