Piacenza, la Galleria Ricci Oddi rinasce: il sogno del collezionista torna a splendere


Dopo il riallestimento firmato Lissoni & Partners, la storica Galleria Ricci Oddi di Piacenza si presenta con spazi rinnovati che restituiscono il dialogo originario tra architettura, luce e capolavori dell’arte italiana tra Otto e Novecento. L’articolo di Ilaria Baratta.

Il sogno si realizzò nel 1931: era infatti l’11 ottobre di quell’anno quando la Galleria Ricci Oddi di Piacenza venne inaugurata al pubblico alla presenza dei principi di Savoia, Umberto II e Maria José. Non partecipò però curiosamente all’inaugurazione ufficiale proprio lui, Giuseppe Ricci Oddi, il fondatore della collezione, senza il quale la Galleria d’Arte Moderna, oggi totalmente riallestita a seguito di un complesso intervento iniziato nella primavera del 2025 e dal 28 aprile 2026 visibile nella sua nuova veste, non avrebbe mai visto la luce. Aveva un carattere troppo schivo e riservato, poco incline alla mondanità, per partecipare agli eventi ufficiali, ma ciò che aveva sognato da tempo era diventata realtà.

Uomo distinto, garbatissimo e dedito a passioni come il canottaggio, la palestra, la musica, la caccia e l’equitazione, Ricci Oddi, appartenente all’élite cittadina, tornò a ventotto anni a Piacenza, città che gli diede i natali nel 1869, dopo gli studi in giurisprudenza tra Roma e Torino, stabilendosi nell’appartamento di famiglia in via Poggiali 24. Oltre al crescente impegno nell’amministrazione del patrimonio di famiglia e i pomeriggi nell’ufficio di via Mazzini dove si occupava delle sue attività lavorative e imprenditoriali, la sua esistenza trovò un baricentro definitivo nella creazione di una raccolta d’arte moderna che, iniziata quasi per diletto, e per non lasciare vuote le pareti dell’appartamento, si trasformò in vera passione, arrivando a dedicarle quasi tutto il tempo libero dal lavoro.

Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
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Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
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Cominciò ad acquistare le sue prime opere nel 1897: Dopo Novara di Gaetano Previati e Pecore tosate di Francesco Filippini, su consiglio dell’artista suo concittadino Oreste Labò. Da quel momento, il ritmo degli acquisti diventò sempre più incalzante, orientandosi prevalentemente verso l’arte moderna italiana, seguendo anche i consigli di un altro suo amico, Carlo Pennaroli. Inizialmente allestita nell’appartamento di via Poggiali, la collezione crebbe, al punto che Ricci Oddi sentì la necessità di darle una sede propria, e di trasformare la sua raccolta privata in una vera Galleria aperta al pubblico: suo sogno era infatti formare «una galleria che un giorno (spero!!!) dovrà riuscire gradevole e interessante non solo agli artisti e studiosi buon gustai dell’arte, ma bensì anche alla massa dei visitatori», scriveva nel 1918 sul suo diario, riscoperto negli anni Ottanta, in cui fino al 1926 annotò acquisti, viaggi, propositi, fallimenti, successi e desideri. Tuttavia, già a partire dal 1913, aveva avviato trattative per acquistare uno stabile idoneo ad ospitare la raccolta, ma i numerosi insuccessi lo portarono a far costruire a proprie spese un edificio ex novo nella zona dell’ex convento di San Siro, area che il Comune di Piacenza gli mise a disposizione gratuitamente. Il progetto venne affidato nel 1924 all’architetto Giulio Ulisse Arata, che recuperò gli spazi dell’ex convento mantenendo un dialogo tra i resti seicenteschi del convento, opportunamente intonacati, e le nuove strutture in mattoni a vista, e creando una sequenza di sale che si sviluppa lungo un corridoio principale che sfocia in un ambiente centrale; da qui si irradiano gli altri locali, disposti secondo una geometria ottagonale. Il risultato fu uno spazio espositivo ampio e luminoso, con un’impronta decisamente moderna, esaltata inoltre dall’innovativa scelta dell’illuminazione naturale zenitale, fortemente voluta dallo stesso fondatore per permettere alla luce di piovere direttamente sulle opere. L’inaugurazione ufficiale del 1931 vide così realizzato il suo desiderio di «collocare in uno stabile degnamente adattato o appositamente costruito la mia collezione onde poi donare il tutto alla mia città», come annotò nel 1919 sulle pagine del suo diario, e in effetti così accadde, aprendo la sua raccolta d’arte ai suoi concittadini e a chiunque volesse ammirarla, perché tutta la collettività potesse beneficiarne. Capolavori di notevole qualità e valore hanno continuato ad arricchire la collezione anche dopo l’apertura al pubblico e dopo la scomparsa del fondatore avvenuta nel 1937. Oggi la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi è uno dei musei più rilevanti in Italia, che conta 1184 opere, di cui circa 250 esposte e oltre 800 custodite nei depositi, incluse le opere grafiche, con capolavori di grandi artisti compresi tra gli anni Trenta dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento, in particolare paesaggi e dipinti di figura, generi prediletti dal fondatore.

L’attuale progetto di riqualificazione e riallestimento, a vent’anni dall’ultima significativa manutenzione, ha interessato tutte le ventidue sale del percorso espositivo (che durante i lavori sono rimaste comunque aperte a rotazione), per un totale di oltre mille metri quadrati di superficie. L’intervento, affidato a Piero Lissoni con Antonella De Martino e Gianni Fiore dello studio milanese Lissoni & Partners, è stato volto a ripristinare le caratteristiche architettoniche e strutturali originali degli spazi espositivi, ideate da Giulio Ulisse Arata, anche sulla base delle indicazioni dello stesso Ricci Oddi, per dialogare con la collezione. Si tratta infatti di uno dei rari esempi di edifici del primo Novecento italiano costruiti ex novo con una precisa funzione museale destinata all’arte moderna, dove contenuto e contenitore risultano fin dall’origine strettamente interconnessi.

Il rinnovamento è stato reso possibile grazie al contributo di ventiquattro sostenitori tra aziende, associazioni di categoria e privati cittadini del territorio piacentino. Determinante è stato il ruolo del Presidente della Fondazione Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi - ETS, Massimo Toscani, promotore della raccolta fondi. «Mi piace sottolineare», ha dichiarato il Presidente, «come il sostegno dei mecenati che hanno reso possibile la ristrutturazione della Ricci Oddi sia segno vivo e tangibile di una illuminata collettività piacentina che si identifica e si riappropria della Galleria. A loro va il mio ringraziamento più sincero. La Galleria rinnovata si offre oggi quale luogo inclusivo e dinamico, davvero al servizio della cittadinanza e dei visitatori: una nuova veste in sintonia con un’identità propositiva, aperta e dinamica».

I lavori si sono svolti sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza. Della direzione lavori e della progettazione esecutiva si è occupato lo Studio Milani Carini di Piacenza con il contributo dell’architetto Ravazzani, mentre la direttrice della Galleria, Lucia Pini, ha coordinato le diverse fasi dell’intervento sul fronte museale e si è occupata del percorso espositivo. «Valorizzare l’importanza della raccolta dando respiro alle opere, restituire bellezza e armonia alla stupenda architettura di Giulio Ulisse Arata così da far emergere quel serrato dialogo tra collezione ed edificio, che è uno dei punti di forza della Ricci Oddi: sono queste le due linee guida principali che hanno orientato il lavoro condotto in questi mesi», ha spiegato la direttrice Pini. «Ora la Galleria accoglie finalmente il pubblico in ambienti all’altezza delle intenzioni del fondatore e offre strumenti di comprensione della raccolta in grado di arricchirne l’esperienza di visita. Non posso nascondere la soddisfazione per questi risultati, che segnano una tappa importante in un processo di crescita che deve proseguire anche negli anni a venire».

Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective

Alla base del progetto di rinnovamento, vi è stata un’attenta rilettura storica e architettonica dell’edificio, con l’obiettivo di ristabilire coerenza spaziale attraverso un linguaggio essenziale e attuale, liberando l’impianto originario da aggiunte dissonanti. L’intervento ha comportato la rimozione delle tappezzerie deteriorate e il risanamento delle superfici murarie, rifinite a calce e accompagnate da una gamma cromatica neutra, studiata per esaltare le opere esposte. Sono stati introdotti nuovi infissi interni, un sistema aggiornato per l’allestimento dei dipinti e didascalie magnetiche bilingui (italiano/inglese), progettate per garantire massima mobilità senza danneggiare le pareti. A caratterizzare il percorso è il sistema di portali in metallo color testa di moro, che scandisce il passaggio tra gli ambienti e dialoga con il disegno continuo della pavimentazione, creando un filo conduttore unitario. Parallelamente, gli arredi storici sono stati restaurati e reinterpretati: tra questi la grande panca centrale e gli sgabelli, parte dei complementi originari, probabilmente disegnati dallo stesso Arata. Le porte interne sono state riportate alle altezze originali, ristabilendo proporzioni più fedeli all’impianto architettonico.

Arredi, totem informativi e dispositivi tecnici, inclusi il sistema audio e i basamenti per le sculture, sono stati integrati coerentemente, mantenendo un equilibrio tra funzionalità ed estetica. Completa l’intervento il nuovo apparato di comunicazione grafica, di Ma:design. Il percorso di visita è stato infine arricchito da un nuovo servizio di audioguide bilingue, sviluppato da Orpheo Audioguide sotto la direzione di Lucia Pini, con testi di Stefano Bosi e della stessa direttrice.

Il viaggio nell’arte moderna prende il via nella prima sala, dedicata agli Emiliani, nella quale dominano le cinque opere del parmense Amedeo Bocchi, tra cui spicca La colazione del mattino (1919), dove la luce avvolge la scena di un’aura di assorta quiete. Accanto a lui, il realismo dinamico del modenese Giuseppe Graziosi in Ballo paesano, esposto alla Biennale di Venezia del 1910, e le accese cromie di Mario Cavaglieri, che in Piccolo interno ritrae la moglie Giulietta con suggestioni giapponesi. Si prosegue con i Toscani della seconda metà dell’Ottocento: la rivoluzione dei Macchiaioli prende vita attraverso i capolavori di Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini; e con i Liguri e i piemontesi nella Sala III, dove campeggia l’opera forse più emblematica del divisionismo in collezione: Tramonto (Il roveto) di Giuseppe Pellizza da Volpedo.

Protagonista della quarta sala è Adolfo Wildt, con il suo Ritratto di Julia Alberta Planet, ma la sala ospita anche il ritratto di Arata eseguito da Quirino Ruggeri, un omaggio all’architetto che ha dato forma al sogno di Ricci Oddi. L’ambiente successivo celebra invece Antonio Fontanesi, uno dei pittori più amati dal fondatore, che raccolse un nucleo straordinario di suoi dipinti, disegni e acqueforti.

Il gusto di Ricci Oddi per le culture lontane è testimoniato dalla Sala VI degli Orientalisti, dove Alberto Pasini e Cesare Biseo trasportano il visitatore in Egitto e in Marocco, catturando atmosfere che ricordano i racconti delle Mille e una notte. La scultura prende vigore nella Rotonda, dominata dal bronzo vitale del Ritratto del pittore Meissonier di Vincenzo Gemito, un’opera che scava nella psicologia del soggetto con un realismo vibrante, tipico della scuola meridionale. Le Sale VIII e IX offrono una panoramica sulla pittura lombarda, partendo dalle tensioni romantiche di Francesco Hayez, Gerolamo Induno e il Piccio, per arrivare alle innovazioni di Segantini, Previati e Filippini. È qui che si possono ammirare i già citati Pecore tosate di Filippini e Dopo Novara di Previati, le prime opere che Giuseppe Ricci Oddi acquista. Il percorso lombardo prosegue nei primi decenni del Novecento con il naturalismo di Leonardo Bazzaro e Giorgio Belloni, culminando con l’Aba domenicale (1915) di Angelo Morbelli, in cui il sorgere del sole e la presenza di tre anziani porta a riflettere sulla ciclicità della vita e sulla morte.

Un capitolo a parte merita la sala dedicata alla Scapigliatura, movimento che dissolve la precisione formale in atmosfere sfumate. Ne è un esempio Amaro calice, in cui Tranquillo Cremona rappresenta una giovane donna da un punto di osservazione ravvicinatissimo, catturandola in un gesto sospeso. Si prosegue con un omaggio a Medardo Rosso: Ricci Oddi divenne amico dello scultore e nel 1926 acquistò l’Ecce Puer, modellato in cera in una sola notte dopo la visione fugace di un bambino che, durante una festa, apparì improvvisamente tra le tende, illuminato da un raggio di luce.

Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Foto: outThere collective

L’attenzione al territorio piacentino è espressa dal verismo accademico di Francesco Ghittoni, dal linguaggio monumentale di Luciano Ricchetti e dalle sperimentazioni futuriste di Osvaldo Barbieri, detto BOT. Al pittore locale ottocentesco più celebre, Stefano Bruzzi, è interamente dedicata la sala XIII, come lo era già nel 1934. Giuseppe Ricci Oddi acquista da lui, nel 1903, La sorgente dei Lamoni e, nel 1910, Autunno nel bosco di faggi.

Al primo Novecento sono invece dedicate le sale XIV e XVI, dove si possono ammirare le opere dal gusto secessionista di Camilla Innocenti e Pietro Gaudenzi e il rigore compositivo di Usellini, Marussig e Dudreville, ma sono i capolavori di Felice Casorati e Carlo Carrà a definire una modernità che dialoga con la tradizione italiana. Spicca inoltre Quiete di Felice Carena, opera che rielabora in chiave moderna il tema cinquecentesco del concerto campestre. In mezzo, vi è la sala dedicata ad Antonio Mancini, di cui Ricci Oddi ammirava tanto la pittura, tanto da acquistare per la sua collezione un nutrito nucleo di opere.

La ricchezza della pittura meridionale si svela nelle sale XVII e XVIII, con l’abruzzese Francesco Paolo Michetti e i napoletani Domenico Morelli e Vincenzo Irolli. Quest’ultimo, amatissimo dai collezionisti stranieri, è presente nella collezione con Il bagno, Preghiera del mattino e Pesca di mare, e con l’Autoritratto.

Il panorama regionale si completa con i Veneti nella sala successiva, dove si trovano Lino Selvatico, Ettore Tito, Guglielmo e Beppe Ciardi. Verso la fine del percorso espositivo, la Sala XX immerge poi il visitatore nelle suggestioni del Simbolismo. È qui che s’incontra infatti Abisso verde di Giulio Aristide Sartorio: la sirena dal corpo madreperlaceo incarna l’estetica della femme fatale, ammaliando il giovane in barca.

Simbolo della Galleria Ricci Oddi è tuttavia il Ritratto di signora di Gustav Klimt, che entrò nella collezione nel 1925 in seguito all’acquisto presso la Galleria di Luigi Scopinich di Milano. Il dipinto fu al centro di una vicenda che ha segnato profondamente la storia stessa della Ricci Oddi: rubato nel 1997, venne ritrovato nel 2019 durante lavori di manutenzione del giardino lungo il muro esterno del museo, all’interno di un sacchetto di plastica.

La “Signora” è stata ora allestita insieme agli artisti stranieri, con il tirolese Egger-Lienz e gli scandinavi Thorolf Holmboe e Carl Larsson, ma anche con i cosiddetti Italiens de Paris, gli artisti italiani che nella seconda metà dell’Ottocento si trasferirono a Parigi per respirare la modernità della Ville Lumière, ovvero Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi.

A chiudere il viaggio è infine il Corridoio, che custodisce, tra altri lavori scultorei, le formelle in terracotta di Antonio Maraini con la Pittura e la Scultura raffigurate, che sono in realtà i bozzetti per i grandi rilievi in marmo della facciata della Galleria, commissionati proprio dal fondatore per arricchire il prospetto esterno dell’edificio.

Riqualificata e riallestita, la Galleria si presenta ora in una veste rinnovata, per far proseguire verso il futuro il sogno realizzato del collezionista nobiluomo.



Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.




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