Intervista a Giovanni Ozzola: “I miei orizzonti sono le mie opere: il modo d'indagare l'ignoto e noi stessi”


In occasione della mostra “I miei orizzonti e Tu” a Villa Marigola per il Lerici Music Festival, Giovanni Ozzola, in questa intervista con Ilaria Baratta, racconta la sua ricerca artistica, il dialogo con il paesaggio, il mare come simbolo e il rapporto tra individuo, memoria e infinito.

In occasione del decimo Lerici Music Festival, iniziativa che propone per il terzo anno un inedito dialogo tra arte contemporanea e musica, curata da Carlo Orsini e realizzata in collaborazione con Galleria Continua, Villa Marigola a Lerici accoglie la personale di Giovanni Ozzola (Firenze, 1982) dal titolo I miei orizzonti e Tu. Abbiamo raggiunto l’artista per farci raccontare non solo il suo progetto site-specific per Villa Marigola, ma anche i temi e gli elementi ricorrenti nella sua produzione e altre curiosità legate alla sua ricerca. L’intervista è di Ilaria Baratta.

Giovanni Ozzola. Foto: Giovanni De Angelis
Giovanni Ozzola. Foto: Giovanni De Angelis

IB. Partiamo dalla nuova mostra che, fino al 2 agosto 2026, è ospitata negli ambienti di Villa Marigola a Lerici, nell’ambito del decimo Lerici Music Festival. Titolo dell’esposizione è I miei orizzonti e Tu, che suggerisce una dimensione molto intima, ma anche relazionale. Chi è quel “tu” a cui si riferisce?

GO. Sì, quel “tu” è fondamentale, perché “i miei orizzonti” sono, ovviamente, le mie opere: il modo in cui cerco di indagare questi due ignoti, questi due luoghi, allo stesso tempo fisici e mentali, che tutti noi ci troviamo a vivere: quello interiore e quello esteriore. Da un lato c’è il domani, la vita e l’incontro con l’altro; dall’altro quel mondo interiore fatto di immagini, simboli, ricordi, esperienze e sensazioni. Il “tu”, invece, è riferito alle persone che visitano la mostra, o anche semplicemente a chi ne legge il titolo, perché sono chiamate in campo. Credo che ognuno di noi possa essere un’occasione per tutti gli altri, per l’intera umanità. Credo che ognuno di noi debba indagare i propri orizzonti non solo per sé, ma perché ogni passo nella conoscenza di sé diventa anche un passo per gli altri. Perché, come dico spesso, la differenza fra un gregge e un gruppo è che il gruppo è costituito da individui che hanno un punto di vista e lo mettono in condivisione con gli altri. Questa ricerca di se stessi, questo tentativo continuo – che non ha un approdo definitivo – di definirsi, di porsi domande e di confrontarsi con le proprie paure, in qualche maniera ci fa diventare individui. Lo facciamo per poter incontrare davvero l’altro.

Questa mostra è stata concepita appositamente per Villa Marigola e per il Golfo dei Poeti. In che modo il dialogo con questo luogo ha influenzato le opere e il percorso espositivo?

Sì, è stata la prima occasione in cui il Festival ha prodotto direttamente un gruppo di lavori. Sono partito dallo spazio, che possiede un’identità estremamente forte, con un’anima molto intensa: ha una natura di accoglienza e di bellezza, è pieno di segni, ma è anche una macchina di avvistamento. È un luogo che guarda il Golfo dei Poeti ma che, come sappiamo, è sempre stato anche fortificato, perché il mare è stato insieme una via di accoglienza e una possibile minaccia. Ha questa doppia natura: accoglienza e vigilanza, apertura e difesa. Partendo da queste osservazioni ho sviluppato cinque lavori realizzati appositamente per questo progetto, all’interno di un percorso che raccoglie quindici anni della mia ricerca. Ci sono due bunker, due immagini che ho scattato a Punta Bianca, e altre a Portovenere. Più che imporre qualcosa allo spazio, ho cercato di ascoltarlo, lasciando che fosse lui stesso a suggerirmi la forma della mostra. Ho creato una sorta di organismo nel quale una sala ha luce naturale e l’altra luce artificiale. È la prima differenza, ma entrambe sono unite da un corpo costruito da ogni singolo lavoro. Ogni singolo lavoro, nella grammatica della mostra, è una parola che contribuisce a costruire un discorso, quasi una poesia. Ogni lavoro ha una propria ragione di esistere in maniera indipendente, ma quando è insieme agli altri racconta qualcosa di più, proprio come facciamo noi quando siamo insieme. Anche questa mostra è l’esempio di come l’azione del singolo acquisti un significato più grande quando incontra quella degli altri. Questo progetto nasce da Margherita Amirkhanian, Carlo Orsini e Galleria Continua, e abbiamo condiviso fin dall’inizio il desiderio di raggiungere insieme un’unica direzione.

Nelle opere in mostra torna spesso come elemento centrale il mare, sia come veduta all’orizzonte sia come elemento nelle installazioni (ad esempio nelle campane nautiche poste a terra o nella grande opera a pavimento, oppure ancora nell’opera video Sin Tiempo dove uomo si rivolge al mare in un’antica lingua fischiata originaria delle Canarie, il silbo gomero). Cosa rappresenta per te il mare? Credo che non sia per te solo paesaggio, ma abbia un significato molto più profondo.

Sì, individui bene la presenza del mare in tutte le opere. È ovvio che assuma significati diversi. Per esempio, nelle mappe geografiche più che il mare mi interessa l’idea dell’orizzonte, di questo luogo dove non possiamo arrivare, che si sposta continuamente. Nel lavoro centrale, invece, il mare è quello spazio immenso attraversato da generazioni di persone che hanno cercato di spingere sempre più lontano il confine dell’ignoto. Anche nel lavoro video che citavi c’è questa relazione con le Isole Canarie, in cui vivo ormai da tanti anni. È lì che nasce quella lingua, riconosciuta dall’UNESCO dal 2009. Il mare, l’oceano, lì lo chiamano “il padre”. Trovo affascinante che la stessa distesa d’acqua, a seconda del nostro approccio, cambi di significato. Poi c’è l’idea dell’onda, che dialogava anche con il tema del Festival. In tutte le mie opere credo ci sia sempre un movimento quasi da onda: un continuo avanzare e arretrare. È proprio in questo movimento che, secondo me, nasce l’opera. C’è sempre un’affermazione – nel lavoro delle campane, in quello a terra o nel video – della propria posizione: “Io sono qui. Questa è la mia storia. Queste sono le mie cicatrici. Questo è lo spazio che abito”. E, allo stesso tempo, c’è la direzione verso qualcosa di più grande, dove l’individuo comprende di non essere mai realmente solo. L’opera nasce proprio nell’oscillazione continua tra queste due condizioni: l’affermazione di sé e l’apertura verso ciò che ci supera.

Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola. Foto: Finestre sull’Arte
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola
Allestimenti della mostra I miei orizzonti e Tu di Giovanni Ozzola. Foto: Finestre sull’Arte

La mostra si apre con una fotografia site-specific che si incontra prima di entrare nella prima sala: un bunker da cui si vede il mare, che presenta anche tracce di abbandono, con scritte a vernice spray. Cosa cerchi in questi spazi e in questi contesti non ordinari?

Per me questi luoghi rappresentano un’intuizione originaria. Ho sempre avuto un grande richiamo verso questi spazi e, negli anni, ho cercato di capire perché queste immagini fossero così potenti per me. Una grande intuizione mi arrivò da Antony Gormley, che mi disse: “Giovanni, vivere le tue immagini è come stare dentro un cranio”. Quelle feritoie, quelle aperture, sono come gli occhi. Effettivamente, se leggi l’immagine in questo modo, tutti quei segni – il luogo abbandonato, rotto, inciso, con le scritte spray – diventano le nostre memorie, i nostri ricordi, le nostre esperienze, le nostre rughe, le nostre cicatrici. È un luogo da cui, in qualche maniera, vuoi anche scappare: non riusciresti a sopravviverci senza quella finestra, senza quella possibilità che è l’altro, che è l’orizzonte, che è il paesaggio, che è ciò che esiste oltre noi stessi. Ma, allo stesso tempo, quello sguardo verso qualcosa di più grande ti conduce in una dimensione in cui il tuo io sembra dissolversi. È salvifico, perché riesci a uscire da tutti quei segni, ma nello stesso momento rischi di perdere la percezione della tua individualità. Allora il ritorno all’immagine – per questo parlavo dell’onda – quel ritorno al luogo abbandonato, pieno di segni, che in qualche maniera ti protegge e ti costituisce, ti dà un corpo. La risposta non sta né nell’uno né nell’altro. È proprio nel movimento continuo tra queste due condizioni che, per me, prende forma l’opera.

Come nascono le tue opere fotografiche? Trovi l’ispirazione casualmente durante le tue passeggiate, o c’è sempre uno studio precedente alla fotografia?

Dipende. Negli anni è cambiato molto l’approccio, perché oggi spesso è il lavoro stesso che mi indica la via. Sono spesso le persone, attraverso il lavoro, a suggerirmi luoghi che sentono appartenere alla mia ricerca. Per esempio, da anni mi dicevano che in Liguria c’erano dei luoghi che avrebbero potuto interessarmi, ma non ero mai andato. Poi Margherita mi ha chiesto di realizzare questa mostra e, improvvisamente, tutti quei suggerimenti raccolti negli anni hanno trovato un senso. Raramente parto con l’idea di cercare un’immagine precisa. A volte succede. Per esempio, un amico collezionista volle portarmi in Namibia per mostrarmi alcune città abbandonate. Partimmo dal Sudafrica e arrivammo fino in Namibia proprio per vedere quei luoghi. Mi piace pensare che le immagini arrivino sempre attraverso le relazioni. Diverso è il caso dei video. Non è che nelle fotografie non ci sia intenzione, ma quando realizzo un video esiste uno studio molto più approfondito. Anche se poi, inevitabilmente, tutto cambia. È un po’ come scrivere un libro: puoi avere un’idea molto precisa, un desiderio al quale rimani aggrappato, e cercare di accompagnare tutto verso quella direzione. Poi, però, la realtà, gli incontri e gli imprevisti trasformano quel progetto in qualcosa che non coincide mai perfettamente con ciò che avevi immaginato.

Il percorso espositivo di Villa Marigola comprende fotografia, installazione e video. C’è un linguaggio con cui senti di esprimerti più liberamente?

No. Sono curioso di tutti i linguaggi che possono dare il corpo giusto a un’intuizione. Credo molto in questo. L’opera nasce in un momento di intuizione, di chiarezza, e poi rincorro in tutti i modi la forma più corretta per darle corpo. Io penso attraverso le immagini. È l’immagine che arriva per prima; il mezzo espressivo viene dopo. È sempre l’immagine a governare la nascita dell’opera.

Elementi ricorrenti nella tua ricerca artistica sono lo spazio, il rapporto tra uomo e spazio e la luce, anche nell’oscurità. Penso ad esempio all’installazione che hai portato all’ultima Quadriennale dove il visitatore si trovava all’improvviso sotto un cielo stellato, che è in un certo senso dà anche l’idea di infinito al pari dei tuoi orizzonti. Quanto è importante, per te, continuare a interrogare questi elementi senza smettere di metterli in discussione?

È proprio la mia idea di mappare il mio ignoto e, in fondo, la mia stessa storia. Fa parte del mio modo di vivere. Nell’opera che hai citato della Quadriennale c’era un’immagine astronomica ripresa dal cielo del Teide, uno dei tre luoghi della Terra dove si osserva meglio l’universo profondo. C’è sempre questa condizione di sguardo, di predisposizione: la consapevolezza di appartenere a qualcosa di infinitamente più grande di noi. Quando ne fai esperienza, anche il ruolo dell’individuo ritrova la sua giusta misura. Quel lavoro nasceva anche dalla mia passione per il Beato Angelico e, in particolare, per l’Annunciazione della cella numero tre. È un’Annunciazione diversa da quella che normalmente immaginiamo, perché non ha dettagli, non ha panneggi, non ha colori. Kaplan diceva che è stato il primo tentativo dell’umanità di rappresentare l’invisibile. C’è questa luce potentissima che invade completamente lo spazio architettonico, con un impianto estremamente classico, proprio come avevo cercato di fare anche nella Quadriennale. La luce attraversa tutto: l’architettura, lo spazio e perfino il corpo di Maria. Mi affascina questa idea di un’unica materia che tiene insieme ogni cosa. L’altra cosa che mi piace ricordare è una frase di Leonardo. Leonardo scrive che l’ombra è una luce che l’occhio non percepisce. Anche qui ritorna l’idea del tutto. Non è che la luce scompaia: siamo noi che non siamo in grado di percepirne tutto lo spettro. È un pensiero che trovo estremamente affascinante. Leonardo immaginava che la luce del soggetto e quella dell’occhio appartenessero alla stessa materia, quasi a suggerire che la visione non sia un atto passivo ma una relazione. Io sono autodidatta, ma incontro continuamente pensieri che aprono finestre enormi e aiutano a guardare il mondo in maniera diversa.

Giovanni Ozzola, Untitled - with you (2026; stampa giclée su carta cotone, Dibond, incorniciato, 220 x 150 x 5 cm, Ed. 1 + 1 PdA). Su gentile concessione dell’artista e di GALLERIA CONTINUA
Giovanni Ozzola, Untitled - with you (2026; stampa giclée su carta cotone, Dibond, incorniciato, 220 x 150 x 5 cm, Ed. 1 + 1 PdA). Su gentile concessione dell’artista e di GALLERIA CONTINUA
Giovanni Ozzola, Senza titolo - di maggio (2026; stampa giclée su carta cotone, Dibond, incorniciato, 130 x 91 cm, Ed. 1 + 1 PdA). Su gentile concessione dell’artista e di GALLERIA CONTINUA
Giovanni Ozzola, Senza titolo - di maggio (2026; stampa giclée su carta cotone, Dibond, incorniciato, 130 x 91 cm, Ed. 1 + 1 PdA). Su gentile concessione dell’artista e di GALLERIA CONTINUA
Giovanni Ozzola, Senza titolo - di maggio (2026; stampa giclée su carta cotone, Dibond, incorniciato, 130 x 91 cm, Ed. 1 + 1 PdA). Su gentile concessione dell’artista e di GALLERIA CONTINUA
Giovanni Ozzola, Senza titolo - di maggio (2026; stampa giclée su carta cotone, Dibond, incorniciato, 130 x 91 cm, Ed. 1 + 1 PdA). Su gentile concessione dell’artista e di GALLERIA CONTINUA
Giovanni Ozzola, A mani vuote di te (2026; stampa giclée su carta cotone, Dibond, incorniciato, 130 x 91 cm, Ed. 1 + 1 PdA). Su gentile concessione dell’artista e di GALLERIA CONTINUA
Giovanni Ozzola, A mani vuote di te (2026; stampa giclée su carta cotone, Dibond, incorniciato, 130 x 91 cm, Ed. 1 + 1 PdA). Su gentile concessione dell’artista e di GALLERIA CONTINUA

Tu vivi e lavori alle Isole Canarie. Cosa ti ha portato a lasciare l’Italia e quanto questa scelta ha influenzato la tua ricerca artistica?

Non è stato un progetto. È stato il lavoro, ancora una volta, a condurmi lì. Per due anni ho raccolto i viaggi dei grandi esploratori che, nel corso della storia, hanno affrontato l’ignoto. Facendo questa ricerca ho scoperto che, durante le ultime grandi esplorazioni, le Canarie rappresentavano l’ultimo luogo conosciuto prima di quello che veniva chiamato “il grande salto”. Si arrivava alle Canarie e poi si partiva verso l’ignoto. Le vere Colonne d’Ercole, per i Romani, non erano Gibilterra, ma le Canarie. È una semplificazione che spesso ci viene insegnata, ma i Romani conoscevano già terre oltre Gibilterra. Le vere Colonne d’Ercole erano il Teide e il Pico de las Nieves, due montagne che emergono dall’oceano e formano una sorta di porta verso ciò che, allora, non era ancora conosciuto. Quando, nel 2013-2014, andammo lì per fare ricerca, rimanemmo prima tre settimane, poi un mese, poi tre mesi. È veramente l’opposto di Firenze: Firenze è una città costruita dall’uomo; le Canarie sono un paesaggio che conserva ancora una straordinaria libertà rispetto all’intervento umano. Io sono nato nel centro di Firenze. Lì cammini continuamente dentro uno spazio progettato da qualcuno. Perfino la campagna toscana, che tutti considerano natura, è in realtà il risultato del lavoro dell’uomo. È bellissima, ma è una natura costruita. Le Canarie, invece, conservano una dimensione molto più libera, dove il paesaggio continua ad avere una forza primaria. Credo che questo abbia cambiato profondamente il mio modo di guardare il mondo e, di conseguenza, anche il mio lavoro.

Come ti sei avvicinato al mondo dell’arte e quando è nata in te l’idea di fare l’artista? Le tue prime opere, fotografie in ambienti domestici che si concentravano principalmente sulla luce, risalgono addirittura al 1999, quando avevi soli 16-17 anni, e hai avuto anche occasione di esporle a quell’età. Puoi raccontarmi come è andata?

Ho lasciato casa molto presto e mi sono ritrovato a lavorare come assistente fotografo a Londra. Avevo una piccola scatola con alcune mie immagini. Non pensavo nemmeno che dovessero essere viste. A Londra incontrai una persona che mi disse che ero molto egoista a tenerle per me. Per me erano ancora immagini senza un corpo. Quando tornai in Italia, grazie a quella persona conobbi Pier Luigi Tazzi. Gli mostrai quelle fotografie. Vide qualcosa che io, in quel momento, non riuscivo ancora a vedere. Dopo qualche mese mi scrisse un testo che iniziava con una frase che ricordo ancora oggi: “Di X e Y è meglio non dire l’età”. Ero talmente giovane che non ricordava nemmeno il mio nome. Mi regalò un testo bellissimo, che recentemente ho pubblicato anche nella mia monografia Atlas, edita da Quodlibet in un progetto di Archivorum. Da quel momento il percorso è iniziato quasi naturalmente. Una mostra dopo l’altra, fino ad arrivare a quella di Lerici. Ho semplicemente seguito il cammino che, poco alla volta, si apriva davanti a me.

Per concludere, qual è secondo te la situazione dell’arte contemporanea in Italia e anche all’estero, visto che tu, abitando all’estero, puoi avere questo doppio confronto?

L’arte e i simboli, per me, sono inseparabili. Sono elementi che ci toccano profondamente nell’intimo. Pensiamo per immagini; il segno stesso è dentro di noi. Quando l’arte è autentica, i simboli parlano a culture diverse in modi diversi, ma conservano la loro forza. A me succede spesso: quando espongo un lavoro in Europa e poi lo porto in Asia, ricevo letture completamente differenti. È un’esperienza che arricchisce profondamente il mio lavoro, perché mi ricorda che un simbolo non appartiene mai a un’unica cultura. C’è anche tanta arte che è altro: intrattenimento, racconto, decorazione. E non lo dico con un giudizio di valore, ma come constatazione: sono esigenze diverse, tutte legittime. Ci sono opere che pongono domande profonde, altre che cercano soprattutto la bellezza, altre ancora che rispondono a un bisogno di intrattenimento o di relazione con lo spazio. Credo ci siano tante forme di cui abbiamo bisogno e che ognuna abbia un ruolo diverso nel nostro modo di abitare il mondo. Io, ogni volta che pronuncio la parola “arte”, è con la A maiuscola. Per me rappresenta qualcosa a cui devo moltissimo. Ha dato forma al mio modo di guardare il mondo e di vivere; per questo la prendo con molta serietà. Negli ultimi anni cerco anche di fare uno sforzo ulteriore: concentrare lo sguardo su ciò che costruisce, su ciò che apre possibilità, sulle persone e sui pensieri capaci di generare qualcosa di positivo. È il modo in cui provo a stare nel mondo e, forse, anche il modo in cui cerco di fare arte.



Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.




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