I mondi invisibili di Sofia Bersanelli: il mistero come materia dell'arte


Piccoli accadimenti quotidiani, polaroid, poesia, disegno: questi gli elementi del mondo di Sofia Bersanelli. In questa conversazione con Gabriele Landi, l’artista racconta la sua arte riflettendo sul valore degli oggetti, sul corpo e sulla forza di uno sguardo che sappia riconoscere il sacro nelle forme più semplici.

Sofia Bersanelli (Milano, 1993), attraverso la sua pratica artistica, esamina la natura dell’immagine e la potenza del linguaggio che la sostiene. In questa intervista con Gabriele Landi, ripercorre le origini della sua sensibilità artistica, nata da uno sguardo precoce sulla bellezza e sul mistero del mondo. Nell’intervista racconta come poesia, disegno, fotografia e video siano linguaggi complementari con cui indagare ciò che sfugge al visibile. Il corpo, il sacro quotidiano e le esperienze di smarrimento diventano passaggi fondamentali della sua ricerca creativa. Al centro del suo lavoro c’è l’attenzione per i piccoli accadimenti e per le epifanie nascoste nella realtà di ogni giorno. Un dialogo che restituisce una poetica dell’invisibile, in cui arte e vita si intrecciano nella ricerca di un senso profondo.

La riflessione sulla relazione tra il testo scritto e quello visivo portano l’artista a costruire e interpolare tempi e spazi evocando spesso un’atmosfera surreale e organica: il suo percorso è una concatenazione di espressioni che vedono l’artista impegnarsi in un continuo avanzamento della propria ricerca attraverso più mezzi (dalla pittura alla fotografia, dal video alla scrittura, con una particolare attenzione al tappeto sonoro che genera l’immagine). I suoi interessi riguardano temi come l’inconscio, la memoria collettiva, il rapporto che la persona intreccia con la propria quotidianità, la materia originaria dell’immagine e della parola poetica. L’esigenza di dire, mostrare e infine ascoltare la genesi della visione alimenta la sua ricerca attuale.

Bersanelli ha conseguito nel 2020 il Diploma Magistrale in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e ha esposto i suoi lavori in oltre 30 mostre collettive e festival internazionali, tra cui il progetto Codice Italia Academy (2015) promosso dalla Biennale di Venezia. Ha vinto l’Equita Prize (2019), ha partecipato al progetto Impronte residenza al Museo Lercaro di Bologna, con la curatela di Claudio Musso, Laura Rositani, Francesca Passerini, e di Andrea Dall’Asta. È stata finalista di Arteamcup (2020-2021), del Premio Novicelli (2021) e del Combat Art Prize (2023). Nel 2025 è stata invitata ad esporre le sue ultime opere fotografiche a Casa Testori durante la Milano Art Week nell’esposizione bi-personale DENTRO/OLTRE OLTRE/DENTRO con Giuseppe Frangi. Nel 2026 è stata selezionata per il Premio San Fedele “Il volto della violenza”, presso la galleria San Fedele di Milano.

Sofia Bersanelli
Sofia Bersanelli

Spesso i primi sintomi di una certa propensione all’arte si manifestano fin dalla prima infanzia è stato così anche per te? Racconta...

Fin da piccola sono stata immersa nella bellezza. Il mondo attorno stipulava con me un’amicizia, un legame profondo. Le case, la natura, gli animali portavano l’ardore e la segretezza di qualcosa che solo in parte era afferrabile, comprensibile. Era il tempo per me di una sensibilità appena nata che non mi risparmiava un senso di tragicità: lo scontro-incontro con l’aperto era per me un gioco che conteneva un pericolo, un’avvertenza... ciò che è bello ha una sua violenza, quasi traumatica. E così lo stupore viaggiava a braccetto con lo spavento... la mia percezione di piccoli oggetti quotidiani (i miei giochi, per esempio) mi catturava in spensieratezza e allo stesso tempo aveva il potere di farmi affacciare alla voragine del silenzio. Io non capivo. Guardavo questo spettacolo angosciante: lo inghiottivo, lo mettevo in tasca. Parallelamente, di tanto in tanto mi trovavo a casa dei miei nonni paterni. Fra le tante cose mio nonno aveva un’ampia collezione di francobolli e la collana del Corriere della Sera “I maestri del colore”. Così quando ero a casa da scuola ed ero sotto la loro custodia, mi divertivo a copiare a matita o con pastelli i capolavori della storia dell’arte. Mi dava una certa gioia disegnare e cercare di farlo bene... Col tempo i due filoni di esperienze, dapprima vissute separatamente, hanno formato quel mondo interiore che mi trovo a respirare e a concimare giorno per giorno. Solo poi ho capito che il segno (che sia poesia o disegno) era l’arma, la mia, per portare sulle spalle il peso di una vita a cui non ero indenne, per condurre il pungolo della drammaticità tra ciò che si mostra e ciò che rimane ignoto verso una più evidente relazione. In questo modo anche per me la ferita ha una sua parte, io colpita dal suo tacere, dal suo ingombrante sussurro...

Che importanza ha in tutto questo l’idea di mistero?

Il mistero è ciò che mastico ogni giorno: è una voce che giace sul fondale, e che miracolosamente, a tratti, viene a galla. È un po’ come sostare sullo spettro sonoro di una parola, facendo attenzione all’inclinazione del tono, a un certo suo cadere a picco in ciò che porta con sé un seme muto: l’inaudito. Un mazzo di fiori al crepuscolo, la scia di una lumaca, il rumore delle macchine per strada. Sono i piccoli accadimenti che mi riportano (non senza un certo vigore) a un trionfo, a un’epifania. Questa, sebbene abbia la portata dell’universo, è così vicina, così domestica da potersi accovacciare stretta stretta fra le mie dita.

Sofia Bersanelli, L’inconscio è lo schienale di una sedia, dalla serie Blindness (2025; olio su carta, 14,85 x 21 cm)
Sofia Bersanelli, L’inconscio è lo schienale di una sedia, dalla serie Blindness (2025; olio su carta, 14,85 x 21 cm)
Sofia Bersanelli, Padre! Tu vivi?, dalla serie Blindness (2025; olio su carta, 14,85 x 21 cm)
Sofia Bersanelli, Padre! Tu vivi?, dalla serie Blindness (2025; olio su carta, 14,85 x 21 cm)
Sofia Bersanelli, Perchè mi guardi e piangi? Parte del sangue mio?, dalla serie Blindness (2025; olio su carta, 10,5 x 14,8 cm)
Sofia Bersanelli, Perchè mi guardi e piangi? Parte del sangue mio?, dalla serie Blindness (2025; olio su carta, 10,5 x 14,8 cm)

E il corpo?

Eh... il corpo è un’altra faccenda intrigante... Sin da quando sono piccola, sono affascinata dalle superfici: mi divertivo a scorticare l’intonaco della porta della mia cameretta (per la felicità di mia madre). Dietro c’era un vetro rugoso, degli anni Ottanta per intenderci. Di notte mi divertivo a guardare le sagome del mio piccolo intervento retroilluminato dalla luce del corridoio. Oppure mi divertivo, come tutti i bambini, a pasticciare con le dita sulle pagine di vecchi fogli, spesso di grande formato. Devo averli ancora da qualche parte, o forse li ho perduti per sempre... Però devo dire che le texture in particolare avevano su di me un effetto tranquillizzante: mi perdevo, per poi ritrovarmi nei loro minuti disegni, io addormentata con le guance scolpite dai loro fantasiosi rilievi. Più avanti nella vita ho vissuto uno smarrimento, un’assenza di corpo, di riferimenti, un digiuno personale dall’appello della realtà. Mi spiego meglio: dopo le medie ho sviluppato una certa incertezza, uno spaesamento di orizzonti carnali che mi ha portato a delle grosse, ripetute crisi personali. Tutto quel mondo interiore che ti ho descritto in prima battuta mi è piombato addosso senza preavviso. Ero come cieca al mio stesso passo: muovevo le mani a tentoni, come un feto dentro il grembo che ancora non apre gli occhi, pur sapendo di essere contenuto da sempre nella conca della madre. “Non si può cadere dal mondo” mi disse un giorno una persona a me cara. Ma non bastavano le sentenze come fuochi a illuminare la mia notte. Questi momenti chiusi, angoscianti, si sono aperti di nuovo dall’incisività di un segno: la carnalità di una sanguigna resa cangiante dalla luce della lampadina, il rumore della linea sul foglio, e poi... La natura morta, i mandarini in una ciotola, l’arancione delle loro ammaccature... e ancora, mio padre, la sua spiegazione scientifica sul colore delle cose... tutto questo è stato il corpo di un nuovo inizio, di una mia presa di coscienza... io, con la fiaccola rialzata nella mia buia stanza, ho ripreso l’ardore del respiro, prima affannato dal panico, ora ritmato da un cuore lieto. Sono queste esperienze che hanno stressato il legame, la relazione tra l’ineffabile e la sua veste, che mi han reso capace di guardare ciò che a tratti si oppone, ancora una volta (mai una per sempre), unito.

Come ti approcci alle idee di tempo e spazio?

Spesso lavoro con la poesia. Inizialmente vado a costruire immagini in uno spazio (che poi è quello del verso) che si dipana nella metrica della composizione. In seconda battuta spezzo quel filone di immagini con parole-proiettile avvalendomi anche della punteggiatura e degli a capo. Cerco assiduamente il segreto ritmo delle cose. Quest’andatura cadente è spesso composta dallo spazio e dal tempo di vocaboli che, nel loro incidere, creano silenzi e pause, respiri su cui si posa la voce. Si tratta di una compenetrazione, di un’inseminazione di parole-istante e di immagini-grembo capaci di contenere e contenersi vicendevolmente. Credo che ciò che più mi interessa di questi due aspetti da te nominati sia il loro sposalizio, la loro originaria vicinanza. Durante l’accademia mi sono avvicinata alla musica spettrale. Si tratta di una corrente di musica colta sviluppatasi a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Gli spettralisti basavano il loro linguaggio sull’analisi dei fenomeni corporei del suono, sul loro spettro per intenderci. Le strutture dei brani si presentavano in forma dilatata, rallentata o in forma estremamente compressa, come il tempo del battito d’ali di un insetto. Ho iniziato così a comporre e a concepire gli audio dei miei video ispezionando un unico timbro (quel breve lasso di tempo catturato dal mio registratore) per poi scolpire nello spazio verticale vertiginoso del suo spettro un accenno di melodia. Sono convinta che in un suono ci sia già tutto: in quel seme raro è contenuto il destino del canto che diverrà. Credo che lo spazio e il tempo siano inscindibili se presi all’origine. Un po’ come nell’universo primordiale colto nelle frazioni di secondo dopo l’incredibile esplosione. Magma, densità, concentrazione, unicità. Sono state solo le contrazioni, le doglie di quel ventre (contenuto, contenente) a far sì che gli elementi si espandessero dividendosi, prendendo una loro direzione. Spazio e tempo sono “idee” figlie dello stesso terriccio, e sono dai miei occhi prese insieme, nel punto viscerale del loro inizio. Solo dopo le si ritrova separate in fili di diverso colore. Il mio intento è quello di riguardarle/riprodurle (con durate e arresti) al fine di catapultarle al loro legame ancestrale di creature sorelle.

Ti interessa la dimensione del sacro?

Sofia Bersanelli, Con un filo di voce, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta, operata, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Con un filo di voce, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta, operata, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, In un tempo del non ancora, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, In un tempo del non ancora, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Il ruggito prima dell’eclisse, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta, operata, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Il ruggito prima dell’eclisse, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta, operata, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Nella mia tasca-retro, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta e operata, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Nella mia tasca-retro, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta e operata, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Nella mia tasca-retro II, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta e operata, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Nella mia tasca-retro II, dalla serie Se solo riuscissi a cantare (2020-2025; polaroid aperta e operata, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Dettaglio: La stigmate avanza, dalla serie Sotto-pelle (2019-2026; polaroid aperta operata, adagiata su un supporto di carta di 21 x 29,7 cm circa)
Sofia Bersanelli, Dettaglio: La stigmate avanza, dalla serie Sotto-pelle (2019-2026; polaroid aperta operata, adagiata su un supporto di carta di 21 x 29,7 cm circa)
Sofia Bersanelli, Desiderio rimosso, dalla serie Neve al sole (2020-2025; polaroid aperta operata, 8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Desiderio rimosso, dalla serie Neve al sole (2020-2025; polaroid aperta operata, 8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Nuvola, nostra natura, dalla serie Intatte (2025; polaroid, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Nuvola, nostra natura, dalla serie Intatte (2025; polaroid, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Solo una pentola, dalla serie Intatte (2025; polaroid, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Solo una pentola, dalla serie Intatte (2025; polaroid, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Sul sipario, dalla serie Primo-latte (2024-2025; negativo di polaroid aperta, 8,8 x 8,8 cm circa)
Sofia Bersanelli, Sul sipario, dalla serie Primo-latte (2024-2025; negativo di polaroid aperta, 8,8 x 8,8 cm circa)

Sì, se raggiunge una vicinanza. Sacro per me è un mandarino, una tazzina sbeccata, il rumore delle rondini al mattino. È la sua dimensione domestica che mi interessa: la grazia di una mano, la posa di una statua... è il venirmi incontro di una notte lontana che nasce dall’umidità corporea del mio occhio mal chiuso o il residuo della vista che resiste sotto la fredda moneta del morto. Sono questi piccoli incidenti che evocano in me i più alti pensieri.

Ti interessa la dimensione narrativa intesa non come racconto ma più come un modo per illuminare delle specifiche situazioni che incontri nel tuo peregrinare?

Mi interessa tutto ciò che rimane sottotraccia. Gli accadimenti veniali, come il lieve spostamento delle foglie al vento, il silenzioso viaggio del sole nel cielo, le onde di un sasso caduto nell’acqua... sono la voce di presenze che nel nostro quotidiano (sempre più tecnologico e organizzato) siamo portati a non ascoltare, a non guardare. Solo gli occhi obliqui dell’artista, del poeta, rimangono folgorati dalla fatica e dallo struggimento di questo invisto presente. Questi incidenti di poco conto mi convocano alla festa di un altro mondo, di un’altra immagine che mi accerchia e mi culla in questa splendida visione. Compito della sensibilità è di dire, di mostrare (e farlo bene…) quell’eco lenta e zampillante della creazione che sempre più dimentichiamo, nascondendola nel cassetto. C’è qualcosa di crepuscolare, di tragico nel notare una bellezza vicina e lontana insieme. È difficile descrivere un’epifania senza un briciolo di malinconia. È un versante, un crinale vertiginoso, segnato da una strada di indizi luminosi, come lucciole, come briciole di voce lasciate da un passato, da una storia irripetibili. A questo punto mi si pone una questione di forma. Cosa e soprattutto come può comportarsi il mio sguardo doppio, spaiato, obliquo? Come dirò questa andatura a singhiozzi sulla schiena del mondo? Credo di dover credere di più alla basilarità della mia visione: se un giorno vedrò il passaggio di una squama illuminata nell’acqua, dovrò sapere che sono contenuta da un immenso serbatoio (il mare) che quella misteriosa presenza animale mi manifesta. Ci sono delle correlazioni nelle cose che si chiamano vicendevolmente e che io desidero interpretare come appartenenti al mondo nel mondo. In sintesi, sono sorpresa da aspetti liminali di una realtà che mi porta dentro la sua pelle la quale non è altro che un immenso grembo in cui tutto,(io, le cose) è contenuto. Perché “non si può cadere dal mondo”. Qui credo si giochi la grandezza di ogni sensibilità. “Inciampare nella linea oltremare / E sapere, da lì / il sole” (da Fuochi dall’inconscio, raccolta di poesie 2024-2025).

Sofia Bersanelli, Se solo riuscissi a cantare, fotogramma da video (2020; video, colore, 9’9)
Sofia Bersanelli, Se solo riuscissi a cantare, fotogramma da video (2020; video, colore, 9’9)
Sofia Bersanelli, Di quando cosa che è felice, cade, fotogramma da video (2019; video, colore, 13’33)
Sofia Bersanelli, Di quando cosa che è felice, cade, fotogramma da video (2019; video, colore, 13’33)
Sofia Bersanelli, Di quando cosa che è felice, cade, fotogramma da video (2019; video, colore, 13’33)
Sofia Bersanelli, Di quando cosa che è felice, cade, fotogramma da video (2019; video, colore, 13’33)
Sofia Bersanelli, Di quando cosa che è felice, cade, fotogramma da video (2019; video, colore, 13’33)
Sofia Bersanelli, Di quando cosa che è felice, cade, fotogramma da video (2019; video, colore, 13’33)
Sofia Bersanelli, Spiraea, dalla serie Visioni, fotogramma da video (2018; video, colore, 8’50)
Sofia Bersanelli, Spiraea, dalla serie Visioni, fotogramma da video (2018; video, colore, 8’50)
Sofia Bersanelli, Improvisación, dalla serie Visioni, fotogramma da video (2018; video, colore, 3’56)
Sofia Bersanelli, Improvisación, dalla serie Visioni, fotogramma da video (2018; video, colore, 3’56)

Quali affinità e quali divergenze fra poesia, disegno e polaroid?

Dentro la pelle, sul dosso della superficie di un fondale si muove la mia poetica. Disegno, fotografia, video, parola non sono che i versi neonati di una creatura più abissale, di qualcosa che sostiene i tratti di ciò che si rimane nascosto. Come dicevo prima siamo contenuti in un grembo in cui la vita prende forma. Le materie dell’immagine e della voce si articolano come per la prima volta alla rincorsa di ciò che è inafferrabile, imprendibile. “Non mi avrete mai! / Dice la poesia ai suoi versi” (Note, 2019). Il gesto di apertura, lo squarcio nelle polaroid è un tentativo di andare dentro al visibile per rintracciare l’invisto. Con la materia della pittura intervengo direttamente con le mani, andando a tentoni sul foglio (come cieca= per abbozzare la forma che già avevo tracciato. Con la poesia... Entro in un mondo misterioso di sentimento duro e molle insieme: lo seguo lo descrivo addormentandomi sulle parole. È un po’ come abbandonarsi al potere delle cose, essere afflitti dalla loro presenza, dalla loro luce originale, propria, che si scaraventa sulle palpebre chiuse, improntandole di meraviglia. Ciò che accomuna questi linguaggi, queste espressioni diverse, è la linea capiente di uno sguardo che come da un suolo sabbioso, subacqueo, osserva il mondo di cui fa parte. Ecco che i miei occhi sono precipitati, sassi muti, distaccati sulle rovine di un mondo nuovo: da lì lo cantano lo recitano recuperandone i tratti inediti.



Gabriele Landi

L'autore di questo articolo: Gabriele Landi

Gabriele Landi (Schaerbeek, Belgio, 1971), è un artista che lavora da tempo su una raffinata ricerca che indaga le forme dell'astrazione geometrica, sempre però con richiami alla realtà che lo circonda. Si occupa inoltre di didattica dell'arte moderna e contemporanea. Ha creato un format, Parola d'Artista, attraverso il quale approfondisce, con interviste e focus, il lavoro di suoi colleghi artisti e di critici. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Milano, vive e lavora in provincia di La Spezia.



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