Valentina Saluzzi è vicepresidente del Consiglio di Amministrazione e Direttrice degli Eventi e delle Brand Experience di Balich Wonder Studio, gruppo internazionale specializzato nella progettazione e produzione di grandi eventi, cerimonie e brand experience. Dopo gli studi in Relazioni pubbliche, pubblicità e comunicazione e un Executive MBA alla Università Bocconi, ha costruito il proprio percorso nel settore degli eventi, lavorando con alcuni dei principali marchi internazionali del lusso e della moda. Nel 2016 ha co-fondato FeelRouge Worldwide Shows insieme a Carolina Dotti, agenzia premiata nel 2020 come “World Best Agency” e successivamente confluita in Balich Wonder Studio, dove oggi guida la divisione Bespoke dedicata ai brand del lusso.
In questa intervista con Noemi Capoccia, Saluzzi offre uno sguardo sul lavoro che si cela dietro la progettazione di esperienze dal vivo per alcune delle più importanti maison internazionali, spiegando come ricerca storica, direzione creativa e produzione concorrano alla costruzione di narrazioni capaci di tradurre l’identità di un marchio in un’esperienza coinvolgente. Il dialogo si allarga poi al rapporto tra eventi e patrimonio culturale, affrontando temi oggi al centro del dibattito pubblico: dall’utilizzo di siti storici e monumentali per iniziative private alla collaborazione tra istituzioni e grandi brand, fino al ruolo che questi ultimi possono assumere nella valorizzazione dei territori. Saluzzi riflette inoltre sul concetto di placemaking, sul delicato equilibrio tra spettacolarizzazione e tutela dei luoghi e sulla necessità di costruire modelli di collaborazione fondati su competenza, responsabilità e benefici condivisi. Ne emerge una riflessione sul futuro del rapporto tra industria del lusso, cultura e patrimonio, nella convinzione che gli eventi possano lasciare un’eredità duratura solo quando riescono a generare valore per i brand, per le comunità e i contesti che li accolgono.
NC. Balich Wonder Studio è conosciuto soprattutto per grandi cerimonie ed eventi immersivi. Nel concreto, qual è il lavoro dell’area Bespoke di cui è responsabile e quali professionalità intervengono nella costruzione di un progetto?
Balich Wonder Studio Bespoke è la divisione del Gruppo dedicata ai brand del lusso e della moda. Progettiamo e realizziamo esperienze dal vivo che spaziano dalle sfilate agli eventi di Alta Gioielleria, dai lanci di prodotto alle exhibition, fino a format di brand experience e placemaking. Il nostro lavoro consiste nel trasformare l’identità di un marchio in un’esperienza capace di coinvolgere il pubblico e di generare un impatto che va ben oltre il momento dell’evento. Quello che trovo particolarmente interessante è che, pur lavorando oggi principalmente con i brand del lusso, porto con me un’esperienza maturata anche nel mondo delle grandi cerimonie. In fondo, le competenze sono molto simili: raccontare una storia, costruire una narrazione, coordinare creatività e produzione e trasformare un’idea in un’esperienza memorabile. Le aree di lavoro fondamentali restano le stesse: sviluppo creativo e visuale, scenografia, performance, direzione artistica, insieme alla parte produttiva e organizzativa. Esistono naturalmente codici specifici e sensibilità differenti tra cerimonie ed eventi moda-lusso, sia sul piano creativo sia su quello produttivo e decorativo. Queste differenze richiedono competenze altamente specializzate e hanno portato alla creazione di un team internazionale dedicato esclusivamente a questo settore. Nella mia esperienza, uno degli aspetti paiù stimolanti è proprio lavorare con team multidisciplinari: creativi, architetti, scenografi, producer, esperti di contenuti, performer e professionisti della comunicazione collaborano fin dall’inizio del progetto. È questa contaminazione di competenze che permette di costruire esperienze davvero coerenti con l’identità del brand. Quando mi sono trasferita a Parigi per seguire lo sviluppo di Bespoke, ho toccato con mano quanto fosse naturale essere presenti lì: non solo perché è uno dei principali hub creativi internazionali, ma perché ospita molti degli headquarter dei grandi gruppi del lusso. Essere sul territorio significa dialogare quotidianamente con i clienti, comprendere più da vicino le loro esigenze e costruire relazioni di lungo periodo.
Quando si realizza un’esperienza per il settore del lusso, come si traduce l’identità di un marchio in una narrazione? Quali sono gli strumenti e i processi che guidano questo passaggio?
Ogni progetto inizia molto prima della fase creativa. Inizia con l’ascolto e con la ricerca. Prima di immaginare un evento cerchiamo di capire davvero chi è quel brand, quali valori rappresenta, quale storia vuole raccontare e soprattutto a chi si sta rivolgendo in quel preciso momento. La prima fase è sempre lo studio del brand, sia dal punto di vista storico sia rispetto alla sua evoluzione recente. La storia può essere intesa in senso ampio: dalla tradizione più consolidata fino alle strategie e alle live experience degli ultimi anni. Nella mia esperienza, la parte più interessante è proprio questa: ogni maison ha un patrimonio culturale diverso e non esiste un metodo identico per tutti. Ci sono brand per cui è fondamentale lavorare sugli archivi e sulla memoria storica, altri che invece chiedono di interpretare il presente o di dialogare con nuove generazioni di clienti. Per fare un esempio concreto, Buccellati, importante maison di alta gioielleria del gruppo Richemont, è stato protagonista di diversi progetti espositivi. In particolare, un’esposizione realizzata a Venezia in occasione di un anniversario ha richiesto una fase di ricerca molto lunga e strutturata. Il progetto ha previsto oltre sei mesi di studio approfondito del brand, con accesso diretto agli archivi e analisi dei pezzi storici. Solo dopo questa fase è stato possibile sviluppare, insieme alla direzione creativa, una proposta visiva e contenutistica coerente, fino ad arrivare alla progettazione e alla produzione dell’exhibit. Diverso è il caso delle esperienze dedicate a community specifiche, come VIC o creator. In questi progetti il punto di partenza è capire come il brand dialoga oggi con il proprio pubblico e quali linguaggi possono renderlo rilevante senza tradirne l’identità. In questi casi il lavoro si concentra maggiormente sull’analisi recente delle attività del brand e delle sue modalità di comunicazione, con l’obiettivo di sviluppare proposte coerenti con i valori della maison ma al tempo stesso innovative. L’obiettivo è sempre lo stesso: costruire un’esperienza che sia autentica. Se un evento è spettacolare ma non sembra appartenere a quel brand, il pubblico lo percepisce immediatamente. La creatività, per noi, non consiste nell’inventare qualcosa di sorprendente a tutti i costi, ma nel trovare il modo più giusto di raccontare quell’identità.
Molti dei progetti in cui opera Balich Wonder Studio si sviluppano in contesti caratterizzati da una forte identità storica e culturale, come nel caso del Festino di Santa Rosalia a Palermo per il 400° anniversario, oppure di produzioni realizzate in città come Venezia, in Puglia, al Lago Maggiore o a Taormina, spesso legate al mondo della moda e del lusso. In che modo si definisce l’equilibrio tra la costruzione di un’esperienza spettacolare, il rispetto del contesto e la valorizzazione del significato originario dei luoghi coinvolti?
Credo che il punto di partenza sia riconoscere che l’Italia possiede un patrimonio culturale unico al mondo. È proprio questa straordinaria ricchezza a renderla oggi una delle destinazioni più attrattive per gli eventi internazionali del lusso e della moda. Quando un brand sceglie una città come Venezia, Taormina o Agrigento, non sta semplicemente scegliendo una location: sta entrando in relazione con una storia, con un’identità e con una comunità. Per questo ogni progetto deve partire dal rispetto del luogo, non dalla volontà di trasformarlo. L’idea è di valorizzare gli spazi, mai di sovrastarli. Ogni intervento deve essere guidato da competenza, responsabilità e rispetto assoluto del contesto. Nella mia esperienza, quando questo equilibrio viene trovato, il risultato è positivo per tutti: il brand costruisce un racconto autentico, il territorio ottiene visibilità internazionale e il patrimonio culturale può beneficiare di nuove risorse e nuove opportunità di valorizzazione. Vivendo oggi tra Italia e Francia, mi capita spesso di osservare approcci differenti. In Francia esiste una tradizione molto consolidata di collaborazione tra istituzioni culturali e soggetti privati. Credo che anche in Italia ci sia ancora un grande potenziale da sviluppare in questa direzione. Le risorse pubbliche, da sole, difficilmente possono sostenere un patrimonio così vasto. Per questo penso che i brand possano rappresentare interlocutori importanti, purché il rapporto sia fondato su regole chiare, competenza e rispetto reciproco. L’esempio di Dolce&Gabbana nella Valle dei Templi di Agrigento dimostra come eventi di questo tipo possano diventare occasioni di valorizzazione del territorio. Per questo motivo credo che anche le amministrazioni abbiano un ruolo fondamentale: non solo autorizzare gli eventi, ma accompagnarli con competenze specifiche, costruendo un dialogo continuo con i brand e con chi progetta queste esperienze. La vera domanda, però, è sempre la stessa: che cosa rimane quando l’evento finisce? Se lascia solo immagini spettacolari, probabilmente abbiamo perso un’occasione. Se invece contribuisce a rafforzare il valore culturale e la conoscenza di un luogo, allora quell’intervento continua a generare effetti ben oltre la sua durata.
Negli ultimi anni si parla spesso di placemaking (un approccio condiviso alla progettazione degli spazi pubblici) e di esperienze in grado di plasmare gli spazi. Dal vostro punto di vista, quando un intervento temporaneo riesce davvero a produrre un valore duraturo per una comunità e quando, invece, rischia di esaurirsi nella dimensione dell’evento?
Credo che un evento non debba necessariamente lasciare un segno fisico per avere un impatto duraturo. Può essere effimero nella sua forma, ma generare valore nel tempo se crea relazioni, produce conoscenza o contribuisce concretamente alla valorizzazione di un luogo. Naturalmente esiste anche un beneficio economico immediato: le risorse generate da un evento possono contribuire alla manutenzione e alla tutela del patrimonio. Ma credo che oggi questo, da solo, non sia più sufficiente. Nel lungo periodo esistono forme più strutturate di collaborazione tra brand e territori. La vera evoluzione è quando un brand sceglie di costruire un rapporto continuativo con un luogo, diventandone parte attiva e assumendo un ruolo quasi mecenatistico. Un esempio rilevante è quello di Bulgari a Roma, che rappresenta una relazione stabile con la città e il suo tessuto culturale. Penso anche a iniziative come Bottega for Bottegas di Bottega Veneta o all’Oasi Zegna: progetti molto diversi tra loro, ma accomunati dalla volontà di investire nel tempo su un territorio, sulle sue competenze e sul suo patrimonio culturale. Credo che anche le amministrazioni possano assumere un ruolo più proattivo, sviluppando competenze dedicate al dialogo con i brand e immaginando collaborazioni che non si esauriscano nell’organizzazione di un singolo evento. Vivendo a Parigi vedo spesso questo approccio: molte maison sostengono istituzioni culturali, artisti e programmi di lungo periodo senza trasformare necessariamente ogni intervento in un’operazione di comunicazione. È un modello interessante, perché mette al centro il valore della relazione più che quello della visibilità immediata. Negli ultimi anni è cambiato anche il modo in cui le persone guardano ai brand. Non cercano più soltanto prodotti o esperienze spettacolari: vogliono capire quale contributo un marchio porta alla società, alla cultura e ai territori con cui sceglie di dialogare. Per questo penso che i brand abbiano oggi una responsabilità nuova. Non solo comunicare attraverso la cultura, ma contribuire concretamente alla sua crescita. Quando questo accade, il valore generato rimane anche molto tempo dopo la fine dell’evento.
Nel vostro lavoro quanto conta la ricerca storica e quanto conta, invece, la costruzione di una narrazione emozionale destinata al pubblico contemporaneo?
Per me ricerca e narrazione non sono due momenti separati: una buona narrazione nasce sempre da una ricerca rigorosa. Vale per i brand esattamente come vale per le grandi cerimonie. Mi piace spesso fare un paragone con le nazioni. Nelle grandi cerimonie abbiamo il compito di raccontare, in pochi minuti, l’identità di un Paese: la sua storia, i suoi simboli, i suoi valori, ciò che lo rende riconoscibile agli occhi del mondo. Con i brand accade qualcosa di molto simile. Quando si realizza una cerimonia olimpica, infatti, si ha il compito di condensare in pochi minuti l’identità, i valori e gli elementi distintivi di una nazione, mostrandoli a un pubblico globale. Ho imparato che questo lavoro diventa ancora più interessante quando ci si confronta con culture diverse dalla propria. In quei casi bisogna mettere da parte ogni preconcetto e ascoltare molto. L’esperienza del Brasile è un esempio indicativo: Marco Balich ha vissuto nel Paese insieme al team creativo per comprenderne a fondo la cultura, la storia e i simboli, riuscendo poi a sintetizzarli in uno spettacolo di durata limitata. È un approccio che ritrovo ogni giorno anche nel lavoro con le maison del lusso. Oggi i grandi brand sono quasi delle nazioni: hanno un linguaggio riconoscibile, una storia, dei valori, una comunità e perfino una geografia culturale. Per raccontarli bisogna prima comprenderli in profondità. Per questo la ricerca è fondamentale. Occorre entrare nel loro universo, comprenderne i codici e i significati più profondi. La ricerca, però, non serve a costruire un racconto nostalgico. Serve a capire quali elementi dell’identità del brand siano ancora vivi e come possano essere tradotti in un linguaggio contemporaneo. La creatività serve proprio a questo: sviluppare idee ed esperienze dal vivo capaci di parlare ai diversi pubblici di riferimento. Negli ultimi dieci anni la brand experience è diventata una leva strategica. Un evento oggi non è più pensato soltanto per chi è presente, ma anche per tutti coloro che lo vivranno attraverso immagini, video e contenuti digitali. Questo cambia profondamente il nostro modo di progettare.,Di conseguenza, il nostro ruolo non è più solo creativo o produttivo. È diventato sempre più strategico, perché ogni proposta ha implicazioni dirette sull’intero ecosistema comunicativo che si svilupperà attorno all’evento. Anche per questo, quando abbiamo costruito il team di Parigi, abbiamo scelto di affiancare professionisti con molta esperienza a creativi molto giovani. Credo profondamente nel dialogo tra generazioni: è uno dei modi migliori per evitare autoreferenzialità e continuare a interpretare il presente. Quando un brand globale come Cartier comunica, deve sapere con precisione a chi sta parlando. È questa, in fondo, la sfida del nostro lavoro: rispettare la storia di un brand senza trasformarla in un esercizio di nostalgia, ma renderla rilevante per il pubblico di oggi e di domani.
Nel dibattito pubblico emerge anche una questione delicata: l’utilizzo di spazi e patrimoni che appartengono alla collettività per eventi privati o destinati a un pubblico selezionato. Dal punto di vista di chi progetta queste esperienze, quali limiti ritiene sia opportuno porsi?
È una domanda legittima e credo sia importante affrontarla senza contrapporre interesse pubblico e interesse privato. La vera questione non è se un evento sia privato, ma come viene progettato, quali benefici genera e quale rapporto costruisce con il luogo che lo ospita. Innanzitutto, ogni progetto deve essere analizzato e approvato dagli enti competenti. Le soprintendenze e le commissioni valutano gli allestimenti, verificano la compatibilità degli interventi e controllano nel dettaglio ciò che verrà realizzato. Questo sistema di autorizzazioni è fondamentale perché garantisce che il patrimonio venga tutelato e che ogni intervento rispetti i vincoli del contesto. Naturalmente esiste anche il tema dell’impatto sulla fruizione dei luoghi da parte dei cittadini e dei turisti. Su questo credo sia necessario trovare un equilibrio. Gli eventi non devono compromettere la vita della città né limitare in modo significativo l’accessibilità degli spazi pubblici. Allo stesso tempo, però, dobbiamo essere consapevoli che conservare un patrimonio culturale così vasto richiede risorse economiche molto importanti. Se ben regolati, gli eventi possono contribuire concretamente a sostenere questa attività. Essendo molto legata a Venezia, è un tema che sento particolarmente. È una città straordinaria ma estremamente fragile, che richiede investimenti continui per essere preservata.
Esiste il rischio che la forza comunicativa di un marchio finisca per prevalere sul luogo che lo ospita, trasformando il patrimonio storico e artistico in una semplice scenografia? Come si evita che ciò accada?
Il rischio esiste ed è giusto riconoscerlo. Per questo credo che un brand non debba mai utilizzare un luogo come un semplice fondale scenografico. Quando un progetto è costruito con sensibilità, il patrimonio culturale non fa da sfondo all’evento: ne diventa parte integrante, contribuendo a definirne il significato. Naturalmente esistono strumenti di controllo fondamentali, come il lavoro delle soprintendenze e delle amministrazioni, che garantiscono il rispetto dei luoghi. Ma, al di là degli aspetti autorizzativi, penso che la vera differenza la faccia l’approccio culturale con cui un progetto viene concepito. Se guardiamo alla storia dell’arte, il dialogo tra creatività e committenza è sempre esistito. Oggi i brand possono raccogliere questa eredità, ma con una responsabilità nuova: non limitarsi a finanziare la cultura, bensì contribuire alla crescita di un ecosistema culturale. È anche da questa riflessione che è nato Bespoke Encounters, un progetto che abbiamo avviato a Parigi. Quando mi sono trasferita lì mi sono resa conto che, pur lavorando ogni giorno con creativi e artisti, conoscevamo ancora poco la scena artistica locale. Insieme al nostro team e a una giovane curatrice parigina abbiamo deciso di creare uno spazio di incontro e di confronto tra artisti, designer, curatori, clienti e professionisti del nostro settore. L’obiettivo era creare conversazioni autentiche. Con il tempo ci siamo accorti che esisteva un’esigenza reale da entrambe le parti: i brand sono sempre più alla ricerca di linguaggi nuovi e di interlocutori capaci di offrire prospettive diverse, mentre molti artisti cercano occasioni concrete di dialogo con realtà che possano sostenere la loro ricerca senza snaturarla. È stato sorprendente osservare quanto interesse ci fosse per questo tipo di confronto. Da una parte i brand desiderano uscire dai circuiti più prevedibili e conoscere nuovi talenti; dall’altra gli artisti vedono la possibilità di costruire collaborazioni fondate sul rispetto reciproco e su una visione condivisa. Quando questo accade, il risultato è molto più ricco. Penso, ad esempio, alla collaborazione con Wayne McGregor per un progetto di Bulgari al Teatro Antico di Taormina. Non si trattava semplicemente di coinvolgere un nome prestigioso, bensì di affidare la direzione coreografica a un artista con una visione capace di dialogare con il luogo, con il brand e con il racconto dell’evento. È questo tipo di incontro che rende un progetto davvero importante. Credo che il futuro passi sempre più da relazioni di questo genere. I brand hanno la possibilità di sostenere artisti, istituzioni e progettualità culturali con continuità, mentre il mondo della cultura può offrire ai brand nuovi linguaggi, nuove sensibilità e nuovi punti di vista. Alla fine, la domanda non è se i brand debbano dialogare con la cultura, ma come possano farlo. A mio avviso, le collaborazioni più interessanti saranno quelle capaci di generare valore per entrambe le parti e di lasciare qualcosa che rimanga anche dopo la conclusione dell’evento.
Il rapporto tra patrimonio culturale e investimenti privati è spesso al centro del dibattito pubblico. C’è chi teme che la crescente presenza dei brand nei luoghi della cultura possa alterare il carattere pubblico e condiviso di tali spazi. Comprende questa preoccupazione? E come risponderebbe a chi teme che il ritorno d’immagine per i brand finisca per essere sproporzionato rispetto al beneficio pubblico?
Comprendo questa preoccupazione e credo sia giusto che esista. Quando si parla di patrimonio culturale è normale interrogarsi sull’equilibrio tra interesse pubblico e investimenti privati. Più che contrapporre questi due mondi, però, credo sia importante costruire strumenti che permettano loro di dialogare in modo trasparente e competente. A mio avviso, le pubbliche amministrazioni dovrebbero investire sempre di più in competenze specifiche. Oggi gestire il rapporto con i grandi brand richiede figure professionali che conoscano il patrimonio culturale, ma anche le dinamiche della comunicazione, del business e della progettazione culturale. La qualità di queste collaborazioni dipende molto dalla preparazione di chi le governa. Spesso si tende a immaginare che il mondo dell’arte sia, per definizione, più virtuoso di quello dei brand. Nella mia esperienza non è sempre così. Ricordo una conversazione con una giovane artista di grande talento che realizza installazioni di grandi dimensioni utilizzando materiali costosi. Le chiesi come riuscisse a sostenere economicamente il suo lavoro e a coprire tutte le spese necessarie. La sua risposta mi ha colpita perché mi ha fatto capire quanto sia ancora difficile, oggi, costruire una carriera artistica sostenibile. Costi di produzione elevati, accesso limitato alle gallerie e difficoltà nel trovare interlocutori disposti a investire nella ricerca sono temi molto concreti. Per questo penso che i brand possano rappresentare una risorsa importante, a condizione che il rapporto sia costruito con regole chiare e obiettivi condivisi. È proprio qui che le istituzioni possono fare la differenza: creando strutture e competenze dedicate a facilitare questo dialogo e a garantire che il beneficio generato sia realmente condiviso. Un caso interessante è quello del Fuorisalone di Milano. Ricordo i primi anni come un momento di grande sperimentazione, in cui giovani designer potevano presentare il proprio lavoro e confrontarsi direttamente con aziende e pubblico. Oggi è diventato un appuntamento internazionale straordinario. Proprio per questo credo sia importante preservarne lo spirito originario, evitando che la forza economica dei grandi marchi finisca per ridurre lo spazio dedicato alla sperimentazione e ai talenti emergenti. È un equilibrio delicato, che richiede attenzione costante. Ho riflettuto spesso su questi temi, anche confrontandomi con Vincenzo De Bellis, curatore di Art Basel. La domanda, in fondo, è sempre la stessa: come possono le grandi manifestazioni culturali crescere, attrarre investimenti e diventare sempre più internazionali senza perdere la propria identità? Credo che questa sia una delle grandi sfide dei prossimi anni. Non scegliere tra cultura e impresa, ma costruire modelli in cui entrambe contribuiscano a generare valore. Quando il progetto culturale rimane al centro, anche gli investimenti privati possono diventare uno strumento di crescita. È quell’equilibrio, più che la contrapposizione, che dobbiamo continuare a ricercare.
Dal suo punto di vista, come immagina il rapporto futuro tra industria del lusso, spettacolo e patrimonio culturale? Ritiene che sarà necessario definire nuove regole e nuovi criteri per conciliare valorizzazione economica, accessibilità e interesse comune?
Credo che il rapporto tra industria del lusso, spettacolo e patrimonio culturale sia destinato a diventare ancora più stretto. Non perché rappresenti una novità, ma perché oggi cultura e creatività sono diventate parte integrante dell’identità dei grandi brand. La moda è sempre stata una forma di creatività e, per certi aspetti, una forma di arte applicata al contemporaneo. Naturalmente esiste una dimensione commerciale molto forte, perché il prodotto finale viene venduto e molti grandi marchi oggi sono società quotate, soggette alle stesse logiche di crescita e alle stesse pressioni finanziarie che caratterizzano le grandi aziende internazionali. Per questo considero naturale che continuino a collaborare con artisti, performer, registi, musicisti e istituzioni culturali. È un dialogo che appartiene alla loro storia e che, credo, continuerà a rafforzarsi. Quando si parla di nuove regole, però, bisogna distinguere tra diversi livelli. Non penso che la sfida principale sia introdurre nuove regole formali, quanto sviluppare una maggiore consapevolezza da parte di tutti gli attori coinvolti. In questo caso il controllo arriva dall’opinione pubblica. Rispetto al passato, i social media hanno profondamente modificato il rapporto tra i brand e il loro pubblico. Collaborazioni percepite come opportunistiche, operazioni considerate poco rispettose nei confronti degli artisti o scelte ritenute incoerenti con i valori dichiarati del brand possono generare reazioni immediate e molto ampie. Questo rende i brand molto più responsabili rispetto al passato: autenticità, coerenza e rispetto del contesto sono condizioni essenziali per costruire relazioni credibili con il pubblico. Da questo punto di vista, alcuni mercati asiatici rappresentano una palestra per i brand del lusso. Sono mercati estremamente attenti, sofisticati e sensibili alle questioni legate all’autenticità, alla qualità delle collaborazioni culturali e alla coerenza tra valori dichiarati e comportamenti effettivi. Lavorare in questi contesti significa anticipare sensibilità che, con ogni probabilità, diventeranno sempre più centrali anche in Europa. Quando invece il dialogo coinvolge il patrimonio pubblico e le istituzioni culturali, il tema torna a essere quello che abbiamo affrontato in precedenza: servono regole chiare, competenze adeguate e una capacità di mediazione che permetta di costruire collaborazioni virtuose senza perdere di vista l’interesse comune e la tutela del patrimonio culturale. Se dovessi immaginare il futuro, mi piacerebbe vedere sempre più progetti capaci di lasciare un’eredità concreta: non eventi di grande impatto, bensì collaborazioni che contribuiscano alla crescita dei territori, delle istituzioni culturali e delle comunità creative. È questa, a mio avviso, la direzione più interessante verso cui il nostro settore può evolvere.
L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia
Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.Per inviare il commento devi
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