Gli assurdi bicchieri da capriccio di Jacopo Ligozzi: fantasia alla tavola dei Medici


Pittore, naturalista e scenografo, Jacopo Ligozzi progettò per Cosimo II “bicchieri da capriccio” sorprendenti e ingegnosi: piccoli capolavori di cristallo che trasformarono il bicchiere in un’opera d’arte capace di unire invenzione, scienza e artigianato.

Nell’ultimo decennio della sua lunga carriera fiorentina, Jacopo Ligozzi, ch’è stato uno dei più originali pittori attivi tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, si dedicò a un’impresa che a prima vista sembra distante dal suo mestiere più noto (quello di grande ritrattista, oltre che d’inventore degli apparati scenografici per le feste della corte medicea, nonché d’illustratore di piante e animali per lo studiolo dei Medici), ma che in realtà ne rappresenta una naturale prosecuzione: la progettazione di bicchieri per le fornaci granducali. Si tratta di un capitolo poco frequentato della sua biografia, eppure è capace di raccontare bene sia l’uomo sia il momento storico in cui operava, quello di una Firenze che tra Cinque e Seicento si affermava come laboratorio di sperimentazione artistica e scientifica al servizio della corte. Non solo: questi laboriosi bicchieri che Ligozzi progettò per la corte medicea riescono a darci un’idea precisa dell’importanza che la convivialità ricoprisse a quel tempo: come oggi, del resto, era attorno alla tavola che si consumava una buona parte della socialità del tempo, e bicchieri come quelli di Ligozzi avevano anche scopi “politici”, potremmo dire. Stupire i commensali, dimostrare l’abilità degli artisti di corte e la modernità delle fabbriche fiorentine, manifestare la capacità di spesa della corte (questi oggetti erano spesso realizzati, infatti, con metalli e cristalli preziosi).

Originario di Verona, dov’era nato nel 1543, Ligozzi era arrivato a Firenze almeno nel 1575, prima di quanto si sia creduto a lungo (si deve allo studioso Alessandro Cecchi la scoperta dei documenti che lo dimostrano già stipendiato alla corte dei Medici quell’anno), e vi si era stabilito lavorando come pittore di corte al servizio del granduca Francesco I. La sua specialità, quella di “miniatore”, gli aveva garantito una posizione privilegiata nei laboratori del Casino di San Marco, dove si intrecciavano competenze di artisti, artigiani e naturalisti attorno all’interesse del granduca per le arti applicate e sperimentali. In quell’ambiente Ligozzi mise a punto uno sguardo analitico sulla natura che lo accompagnò per tutta la vita, e che si riscontra in gran parte delle sue opere, dalle tavole naturalistiche giovanili fino alle commissioni più tarde per l’Opificio delle Pietre Dure, ovvero la fabbrica, istituita nel 1588 da Ferdinando I de’ Medici, in cui si producevano le opere in commesso fiorentino.

Fu proprio quella capacità di osservazione, insieme a una versatilità che gli permise di alternare la pittura sacra, la scenografia per feste di corte e la progettazione di commessi in pietre dure, a rendere Ligozzi la figura ideale per un nuovo incarico giunto nel 1617: la realizzazione, affidatagli da Cosimo II, di alcuni disegni per bicchieri per la fornace medicea, in un momento in cui la rinomata, e tuttora florida, produzione vetraria toscana stava cercando una propria identità, distinta dal modello di Murano che ne aveva segnato le origini. La tradizione del vetro nella città di Firenze risaliva infatti al 1569, quando il vetraio muranese Bortolo d’Alvise aveva aperto una fornace per volontà di Cosimo I, avviando una produzione di cristalli che nei decenni successivi si era consolidata sotto Francesco I e Ferdinando I. Fino a quel momento l’influenza veneziana era rimasta preponderante, soprattutto nella realizzazione dei vasi non figurati, mentre i bicchieri a forma di piante, animali e oggetti vari, pur diffusi anche a Murano, affondavano radici in una tradizione orafa d’oltralpe. Con Ligozzi alla fornace granducale, questo equilibrio cominciò a mutare.

Jacopo Ligozzi, Modelli per bicchieri da capriccio (1617-1618; penna e inchiostro, inchiostro diluito, pigmenti policromi di origine naturale, 430 x 285 mm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, inv. n. 97186)
Jacopo Ligozzi, Modelli per bicchieri da capriccio (1617-1618; penna e inchiostro, inchiostro diluito, pigmenti policromi di origine naturale, 430 x 285 mm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, inv. n. 97186)
Jacopo Ligozzi, Modelli per bicchieri da capriccio (1617-1618; penna e inchiostro, inchiostro diluito, 425 x 285 mm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, inv. n. 97211)
Jacopo Ligozzi, Modelli per bicchieri da capriccio (1617-1618; penna e inchiostro, inchiostro diluito, 425 x 285 mm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, inv. n. 97211)

Il contesto in cui maturò l’incarico, ha ricostruito la studiosa Corinna Gallori, era quello della fornace fatta allestire a Boboli tra il 1617 e il 1618 dal granduca Cosimo II, che ne affidò la direzione tecnica a Niccolò di Vincenzo Landi, esperto smaltatore e maestro di cristallo. Per lavorare in quella fornace erano stati chiamati da Murano artigiani specializzati, ancora attivi nel 1619 nella realizzazione di quelli che le fonti dell’epoca chiamano “bicchieri di capriccio o altro”, ovvero bicchieri dalle forme fantasiose e bizzarre, oggetti più da ammirare per la loro appariscenza che da usare per fini pratici. L’interesse personale di Cosimo II per l’impresa era tutt’altro che formale: il granduca amava intrattenersi direttamente con i maestri vetrai, chiedendo loro di stupirlo con creazioni stravaganti, in una temperie di curiosità e gioco che permea del resto tutta la cultura di corte del periodo. In questo clima, Ligozzi lavorò a un nutrito corpus di disegni oggi conservato al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, riunito in un album il cui stesso titolo, “ventinove disegni di più sorte di bicchieri”, fissa i termini cronologici dell’impresa: l’attività si colloca tra il 1617, quando risulta già eseguito uno dei fogli più noti, e il luglio del 1618. Questi disegni sono stati esposti e debitamente studiati nel 2014 in occasione della grande mostra Jacopo Ligozzi. “Pittore universalissimo”, che si tenne a Palazzo Pitti e che fu curata da Alessandro Cecchi, Lucilla Conigliello e Marza Faietti. Due documenti d’archivio, ha spiegato Gallori nel catalogo di quella mostra, permettono di seguirne da vicino lo svolgimento: l’8 ottobre del 1618, Ligozzi presentò il conto per settantasei disegni di bicchieri o giare, eseguiti a penna e poi ombreggiati ad acquerello o colorati, ricevendo pochi giorni dopo un compenso di 110 lire fiorentine del tempo, cifra piuttosto considerevole (per offrire un confronto, si pensi che un muratore, nello stesso periodo, guadagnava intorno alle 50 lire al mese) per un gruppo di 33 fogli con 76 disegni. Gli stessi documenti chiariscono che i disegni erano stati commissionati dal granduca e consegnati proprio a Niccolò Landi, confermando che erano destinati a essere tradotti in vetro nella fornace di Boboli e non a restare semplici esercizi grafici.

Alcuni indizi documentari suggeriscono inoltre che Ligozzi non si sia limitato a fornire modelli su commissione, ma abbia partecipato attivamente alla fase di ideazione degli oggetti, in un rapporto di collaborazione con il granduca che una lettera dell’epoca definisce esplicitamente come opera di “invenzione” dello stesso Cosimo II. Un dettaglio che restituisce l’immagine di un lavoro condiviso tra il sovrano appassionato di curiosità tecniche e l’artista capace di tradurle in forme eseguibili dai vetrai.

I disegni di Ligozzi mostrano una spiccata qualità tecnica e una cura nei dettagli paragonabile a quella delle sue miniature naturalistiche più raffinate. “Le composizioni elaborate dall’artista veronese”, spiega Gallori, “tagliano i ponti con le forme dei vetri à la façon de Venise, prediligendo tipologie tradizionali e lineari, combinate tra di loro in modo da ottenere un risultato che è raffinato e spettacolare al tempo stesso. È stato inoltre rilevato come i progetti ligozziani tradiscano una certa conoscenza delle diverse tecniche di fabbricazione del vetro e mostrino di essere stati elaborati a stretto contatto con mastri vetrai”. I fogli recano spesso istruzioni per l’utilizzo e annotazioni tecniche precise: in un disegno si specifica ad esempio che i manici del bicchiere dovranno essere realizzati dal Landi, in un altro si indicano istruzioni su come sostituire un vasetto in caso di rottura.

Sono diversi gli esempi caratteristici del repertorio ligozziano, e alcuni vengono talvolta esposti nelle mostre sull’arte del tempo. Tra i più strani compare un bicchiere “da capriccio” a forma di uccello, con un pennacchio ottenuto in vetro filato e multicolore, che si beveva togliendo la testa in rame dell’animale, che era nient’altro che il tappo del recipiente; la sua apertura principale, però, si trovava sul dorso, in una soluzione pensata apposta per creare l’effetto comico di sorprendere chi si accingeva a bere. Nello stesso foglio compare un secondo progetto, pensato per rispondere a un problema diverso, quello di mescolare bevande differenti raffreddandole allo stesso tempo, per assecondare la moda delle bibite ghiacciate che si stava diffondendo tra fine Cinquecento e inizio Seicento. Il bicchiere in questo caso è composto da tre contenitori separati, ciascuno soffiato singolarmente e poi assemblato a caldo senza l’uso di stampi. I tre contenitori, come spiega lo stesso Ligozzi con le sue annotazioni sul foglio (“buca p. l’agua”, “buca p. neve o ghiaccio”, “si puotrò bere il vino da questa banda senza l’agua”, e via dicendo), dovevano essere riempiti con vino, acqua, e neve o ghiaccio. L’ingegnoso bicchiere aveva poi due aperture: da una era possibile bere il vino mescolato con l’acqua, dall’altra invece il vino schietto. Il bicchiere, come si legge sul foglio, doveva essere “di christallo di fornace tutto”, mentre la base, indicata come “tutto el lavoro giallo”, diceva Ligozzi, “si può fare di rame o di argento indorato”. Per certi versi, sembra quasi un antenato delle moderne caraffe filtranti: il bicchiere infatti presenta un fondo per il vino, uno scomparto per il ghiaccio (o la neve, come usava all’epoca), e uno per l’acqua, e il mescolamento di acqua e vino si otteneva bevendo da una specie di beccuccio alla fine di un’imboccatura attraverso cui passavano entrambi i liquidi.

Jacopo Ligozzi, Modelli per bicchieri da capriccio (1617-1618; penna e inchiostro, inchiostro diluito, pigmenti policromi di origine naturale, 430 x 287 mm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, inv. n. 97183)
Jacopo Ligozzi, Modelli per bicchieri da capriccio (1617-1618; penna e inchiostro, inchiostro diluito, pigmenti policromi di origine naturale, 430 x 287 mm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, inv. n. 97183)
Jacopo Ligozzi, Modelli per bicchieri da capriccio (1617-1618; penna e inchiostro, inchiostro diluito, pigmenti policromi di origine naturale, tracce di pietra nera, 430 x 287 mm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, inv. n. 97184)
Jacopo Ligozzi, Modelli per bicchieri da capriccio (1617-1618; penna e inchiostro, inchiostro diluito, pigmenti policromi di origine naturale, tracce di pietra nera, 430 x 287 mm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, inv. n. 97184)

Altri fogli mostrano soluzioni non meno inventive (per esempio, un recipiente che al posto delle anse ha due tentacoli da polpo) e non meno ingegnose: in un paio di bicchieri, per esempio, Ligozzi inserisce dei piccoli contenitori per ghiaccio o acqua, bucati, dai quali dovevano fuoriuscire dei piccoli zampilli e mescolare dunque il vino con l’acqua mentre si beveva. E poi, in un foglio è disegnata anche una specie di fontana da tavolo: nell’illustrazione, con tanto di recipiente che inserisce l’acqua, si vede una coppa a più piani con, in alto, un vasetto di cristallo bucato da cui l’acqua sarebbe scesa zampillando nel bicchiere sottostante. Una scenografica, piccola cascata pensata per mescolare le bevande, costituita da una serie di coppe piatte digradanti, collegate tra loro da sottili verghe di cristallo realizzate dallo stesso Landi.

Il valore di questi disegni non si esaurisce nella loro qualità grafica. Con l’introduzione di questi bicchieri composti, di curiose fontane da tavola e di questi congegni pensati per stupire i commensali, Ligozzi inaugurò un genere del tutto sconosciuto alla tradizione muranese, aprendo una fase della produzione vetraria fiorentina che gli studiosi collocano tra il 1617 e il 1618, distinta sia da quella precedente, ancora legata al modello veneziano, sia da quella successiva, che tra il 1618 e il 1670 circa avrebbe visto la vetraria medicea intraprendere una strada compiutamente autonoma. In quella terza fase sarebbero intervenuti altri artisti di primo piano, da Jacques Callot a Stefano Della Bella fino a Baccio del Bianco, chiamati a disegnare bicchieri figurati sempre più complessi, spesso dotati di parti semoventi che li avvicinavano a piccoli automi.

Resta tuttavia molto difficile stabilire quanti di questi progetti abbiano davvero trovato realizzazione in vetro, vista anche la scarsità di pezzi medicei giunti fino a noi: non è da escludere, tuttavia, che almeno i pezzi più difficili e ingegnosi siano rimasti sulla carta. Va inoltre ricordato che questi oggetti non restavano confinati alle sale di Palazzo Pitti. I bicchieri prodotti nelle fornaci fiorentine, insieme ai disegni che ne fissavano i modelli, circolavano infatti come strumenti di rappresentanza diplomatica, secondo una prassi già consolidata negli anni precedenti l’incarico affidato a Ligozzi. Le corti alleate ricevevano regolarmente in dono cristalli e bicchieri lavorati a Firenze, ricambiando con manufatti di gusto diverso. Lo stesso accadeva coi diplomatici che ricevevano donativi in vetri fiorentini che venivano poi a loro volta distribuiti tra amici e conoscenti, in una rete di scambi che testimonia quanto il possesso di questi oggetti fosse percepito, nell’Europa di primo Seicento, come segno distintivo di prestigio e di gusto.

In questo quadro, i disegni di Ligozzi si inseriscono in un genere artistico più ampio, quello delle cosiddette bicchierografie, raccolte grafiche di modelli per vasi da bere che tra Cinquecento e Seicento fiorirono in diversi ambienti di corte, dalla Firenze medicea alla Roma del Del Monte. La stessa Bichierografia di Giovanni Maggi, realizzata per Francesco Maria Del Monte, testimonia quanto stretto fosse il dialogo tra le botteghe fiorentine e gli ambienti collezionistici della capitale pontificia, al punto che alcuni modelli dell’artista romano riprendono quasi alla lettera invenzioni già circolanti a Firenze. Le bicchierografie, ha scritto la studiosa Maria Grazia Tagliavini, “costituiscono tra Cinque e Seicento un vero e proprio genere artistico, rappresentano le raccolte di modelli forniti dall’artista all’artigiano per l’esecuzione degli oggetti. L’esistenza di una reale corrispondenza tra produzione grafica e produzione vetraria è provata non solo dalla chiarezza e dalla semplicità esecutiva di gran parte degli schizzi, quasi certamente opera di vetrai o comunque di artisti forniti di un’ottima conoscenza delle tecniche vetrarie, ma anche dalla presenza, persino in alcuni dei disegni più complessi, di indicazioni tecniche utili all’esecuzione degli oggetti”.

Il lavoro di Ligozzi per Cosimo II si colloca dunque non come episodio isolato, ma come tassello di una tradizione condivisa, capace di intrecciare l’estro decorativo con l’abilità tecnica dei vetrai, e di trasformare un oggetto quotidiano come il bicchiere in un piccolo manufatto di meraviglia, degno di stupire principi e cardinali. Quel che è certo è che, in questo episodio della sua attività, Ligozzi confermò ancora una volta la sua capacità di muoversi con naturalezza tra i diversi ambiti dell’arte applicata di corte, portando nel disegno di un oggetto d’uso, il bicchiere, la stessa attenzione minuziosa che aveva riservato per decenni allo studio delle forme naturali, in un’ideale continuità tra la miniatura scientifica e l’invenzione decorativa che caratterizzò l’intera sua parabola artistica al servizio dei granduchi di Toscana.



Gli autori di questo articolo: Federico Giannini e Ilaria Baratta

Federico Giannini. Giornalista, co-fondatore di Finestre sull'Arte, direttore responsabile della testata. Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Per la tv è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5).

Ilaria Baratta. Giornalista, co-fondatrice di Finestre sull'Arte, caporedattrice della testata. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa in Lingue e Letterature Straniere.




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