Da quasi cinquecento anni, chiunque entri nella Sala dell’Olimpo di Villa Barbaro a Maser, in provincia di Treviso, avrà l’impressione di sentirsi osservato, e in un certo senso protetto, dalle principali divinità del pantheon greco. Intorno al 1560, infatti, i fratelli Daniele e Marcantonio Barbaro commissionarono a Paolo Caliari, il Veronese, uno dei più importanti artisti del Rinascimento veneto, all’epoca poco più che trentenne, un grandioso ciclo di affreschi per decorare sei sale della loro villa palladiana, e per la sala centrale, quella che costituiva il fulcro dell’intero edificio, scelsero le divinità dell’Olimpo come soggetto prediletto da raffigurare. Perché la scelta ricadde proprio sul Monte Olimpo e sulle sue divinità?
Il Monte Olimpo, da luglio 2026 Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, è la montagna più alta della Grecia ed è tradizionalmente considerata sede degli dèi; simbolo eterno della cultura ellenica, porta con sé tutto il fascino della mitologia greca, tanto che le sue storie e i suoi miti hanno incantato e ispirato nei secoli tutte le generazioni, artisti compresi, tramandando nel tempo quell’aura di divino di cui è pervasa la sua immagine. Nell’immaginario collettivo, l’Olimpo è infatti un luogo dove regna sempre la luce, altissimo e immerso nelle nuvole, un luogo felice e inaccessibile ai comuni mortali. Una visione che è stata probabilmente influenzata dalla descrizione che ne fa Omero nel libro sesto della sua Odissea: “All’Olimpo tornò, tornò alla ferma / De’ sempiterni Dei sede tranquilla, / Che nè i venti commuovono, nè bagna / La pioggia mai, nè mai la neve ingombra; / Ma un seren puro vi si spande sopra / Da nube alcuna non offeso, e un vivo / Candido lume la circonda, in cui / Si giocondan mai sempre i Dii beati” (così nella traduzione di Ippolito Pindemonte del 1822).
Viveva qui la cosiddetta generazione olimpica, composta dalle principali divinità del pantheon greco. Dopo aver detronizzato il padre Crono, Zeus divenne il signore dell’Olimpo, il re degli dei, stabilendo sul monte la dimora della nuova generazione divina, che comprendeva Era, Poseidone, Atena, Apollo, Artemide, Afrodite, Ares, Demetra, Efesto, Ermes, Dioniso oppure Estia. Una sorta di corte divina che trascorreva il tempo decidendo questioni importanti che riguardavano il mondo e gli eventi degli uomini e degli eroi, ascoltando musica e poesia, partecipando a banchetti dove si consumavano nettare e ambrosia, e mostrando spesso passioni e comportamenti molto simili a quelli degli esseri umani, come litigi e tradimenti (Zeus ne era il più esperto), pur conservando la loro natura immortale. Vi erano poi anche le Muse, le Grazie, le Ore e altre divinità minori che frequentavano e partecipavano alla vita della corte divina dell’Olimpo, alle feste e alle cerimonie degli dei, ma il loro ruolo era nettamente differente.
Soprattutto le ragazze della mia generazione si ricorderanno di quella piccola combinaguai di Pollon, nella serie anime trasmessa per la prima volta in Italia nel 1984: l’unica figlia del dio Apollo viveva nella magica città sulla cima dell’Olimpo, circondata dalle divinità e sempre in compagnia del suo inseparabile amico Eros; il più grande desiderio di Pollon era diventare una vera dea, dato che era figlia del dio del Sole e di una mortale, quindi una semi-dea, e per questo andava sempre alla ricerca di buone azioni da compiere, incontrando così i protagonisti dei miti greci, per poter essere ricompensata dal nonno Zeus con una moneta con cui riempiva un salvadanaio magico. Un cartone animato che ha contribuito a far innamorare della mitologia greca molti bambini, compresa la sottoscritta.
Le raffigurazioni della montagna dell’Olimpo nell’arte sono molto rare: nella Camera delle Imprese di Palazzo Ducale a Mantova, riferite alla famiglia Gonzaga e in particolare a Federico II Gonzaga, è raffigurato ad esempio in un tondo il monte Olimpo accompagnato dalla scritta latina FIDES. L’immagine allude alla virtù della fede e della fedeltà, qualità che il cavaliere è chiamato a dimostrare costantemente nei confronti del proprio signore. Attraverso questo emblema, Federico II intende sottolineare il valore della costanza della fede: così come il monte Olimpo, ritenuto immune da qualsiasi perturbazione atmosferica, conserva immutate le ceneri dei sacrifici offerti agli dei, allo stesso modo il cavaliere deve mantenere salda e immutabile la propria fede e la propria lealtà verso il suo signore.
Nella maggior parte dei casi tuttavia l’Olimpo viene reso artisticamente come il luogo dove si riuniscono le divinità greche principali, con una visione quindi dall’interno piuttosto che dall’esterno. E nella Sala dell’Olimpo di Villa Barbaro a Maser la prospettiva è proprio questa. È come se tutti gli dei si fossero qui riuniti per dare protezione ai padroni di casa, che proprio in questa sala centrale accolgono i loro ospiti e visitatori da quasi cinquecento anni: da un lato, sulla finta balaustra, si affacciano infatti la moglie di Marcantonio Barbaro, Giustiniana Giustinian, con la nutrice, insieme ai loro animali domestici, un pappagallino e un cagnolino, mentre, sul lato opposto, sempre sulla balaustra, vi sono gli altri due figli di Giustiniana insieme ad una scimmietta. Il Veronese realizzò per Villa Barbaro uno dei cicli di affreschi più importanti e più illusionistici del Rinascimento veneto, caratterizzati da numerosi trompe l’oeil che sembrano uscire dalle pareti per farsi vere colonne e architetture e persone reali che da quasi cinque secoli danno il benvenuto a chiunque entri nella villa.
Sulla volta, all’interno di un ottagono, il pittore ha riunito le più importanti divinità della mitologia greca sedute sulle nuvole, ciascuna con i suoi attributi. Si riconoscono Zeus, il signore degli dei, con l’aquila; Ares, il dio della guerra; Apollo, dio della musica e delle arti, con in mano la cetra e i pennelli; Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, insieme al piccolo Eros, suo figlio; Ermes, il messaggero degli dei, riconoscibile dal copricapo alato; Artemide, dea della caccia, accompagnata dai suoi due cani; Crono, il padre di Zeus. Al centro, con le braccia aperte su un mostro alato, emerge da un’intensa luce una figura femminile. La sua identificazione rimane ancora incerta: Richard Cocke la interpreta come Armonia universale, l’entità in grado di sciogliere le tensioni discordanti che si innescano tra Natura e Sfere Celesti; Rodolfo Pallucchini come l’“Eternità attorno alla quale si compone la costellazione dell’Olimpo”, Eva Tea come l’“Immortalità, simbolo dell’alto destino della famiglia Barbaro, mercé le grazie celesti, che saranno concesse in lungo volger di tempo”; Stefano Pierguidi come la Sapienza, che si guarda allo specchio ed è raffigurata sopra un serpente.
Nei quattro comparti a monocromo sono invece raffigurate le forze che regolano la vita deli uomini, quali l’Amore, la Fedeltà, l’Abbondanza e la Fortuna, mentre agli angoli trovano spazio le divinità legate ai quattro elementi, ovvero Era simbolo dell’aria, Efesto simbolo del fuoco, Cibele simbolo della terra e Poseidone dell’acqua. L’impianto iconografico non si conclude sulla volta, ma prosegue sulle lunette, dove sono dipinti due gruppi di divinità che rimandano alle quattro stagioni: l’Estate e l’Autunno con Demetra, di spalle, riconoscibile dalle spighe di grano in testa, e Dioniso, con grappoli e pampini sul capo, è seduto e intento a spremere dell’uva con le mani; l’Inverno e la Primavera con Afrodite e il figlio Eros, Efesto e Flora che tiene raccolti i fiori in un panneggio.
Tutto è restituito con le straordinarie cromie del Veronese, col suo colorismo veneto che si dispiega sulle tonalità degli azzurri celeste, dei rosa, dei verdi cinabro, dei gialli dorati e dei bianchi luminosi, sfumati con delicati passaggi di colore così che le figure degli dèi, le nuvole e i paesaggi finiscano per assumere una consistenza propria, per abitare forme e volumi senza il confine di un contorno marcato; pittura e architettura, con le finte balaustre e con le colonne, s’integrano e si mescolano sotto una luce diffusa, e danno vita a uno spazio illusionistico e armonioso. Raffinati trompe l’oeil, cieli aperti e paesaggi rigogliosi dischiudono un ambiente che sembra negare la sua misura, come se le pareti volessero allargarsi e aprirsi verso l’esterno.
Si ha la sensazione che il confine tra il mondo degli uomini e quello degli dei si faccia improvvisamente più sottile. Il Veronese non dipinge il monte Olimpo, dipinge un mondo: quello degli dei dell’Olimpo, eternamente sospesi tra mito e immaginazione. L’Olimpo, del resto, non è mai stato soltanto la più alta cima della Grecia: è il luogo dove gli dèi continuano a intrecciare quelle storie e quelle passioni che incantano l’uomo di ogni tempo, gli parlano, lo elevano a un altro mondo, un mondo distante e quotidiano. È questa, forse, la sua più autentica immortalità.
L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta
Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.
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