Il filo d'Arianna e i fantasmi di Casa Mattei: su Caravaggio e il San Francesco Cecconi


Una tela acquistata da Angelo Cecconi nel 1922 accese lo scontro con Roberto Longhi. Per decenni il suo San Francesco fu considerato una replica, finché restauri, indagini diagnostiche e nuovi studi ne hanno rilanciato l’autografia caravaggesca. L’articolo di Mario Bigetti, antiquario che ha contribuito alla riscoperta del dipinto.

Si consideri la densa, tormentata vicenda del San Francesco in meditazione. Correva l’anno 1922 quando l’avvocato Angelo Cecconi (eccentrico collezionista toscano ma romano d’adozione, uomo dal fiuto affilato e autore egli stesso di saggi penetranti su Rembrandt e il Merisi) intercettava sul mercato una tela destinata a spaccare la critica. L’acquisto non è un colpo di fortuna isolato dell’avvocato: a tesserne le fila dietro le quinte si muoveva l’antiquario Aldo Briganti, frequentatore assiduo e scaltro dei corridoi delle uniche due grandi case d’asta capitoline del tempo, L’Antonina, nata nel 1890, e la Sangiorgi, fondata nel 1892 dall’antiquario Giuseppe Sangiorgi. In quegli anni di primo dopoguerra, l’aristocrazia romana, sotto i colpi di maglio dei contenziosi forzosi con il fisco italiano, capitolava; le soprintendenze, talora complici di una sorda tolleranza burocratica, autorizzavano la svendita persino di beni regolarmente notificati. I capolavori mutavano pelle e passavano di mano, talvolta sul rostro delle aste pubbliche, più spesso nell’ombra felpata di trattative private orchestrate dai mercanti.

A legittimare l’operazione di Cecconi intervenne nel 1922 Matteo Marangoni (1876 – 1958), allora fresco di nomina quale ispettore onorario della Soprintendenza di Firenze. Marangoni, nel firmare proprio in quel fatidico 1922 la prima, pionieristica monografia moderna sul Caravaggio, vi segnalava con enfasi una superba replica del San Francesco già noto nei Cappuccini di via Veneto. L’apoteosi pubblica si compì nell’imponente cornice di Palazzo Pitti, durante la celebre Mostra della pittura italiana del Sei e Settecento: lì Marangoni espose la tela ex Cecconi, coprendola con la patente dell’autografia caravaggesca.

Caravaggio (attr.), San Francesco in meditazione, versione ex Cecconi (olio su tela, 136 x 91 cm; Collezione privata)
Caravaggio (attr.), San Francesco in meditazione, versione ex Cecconi (olio su tela, 136 x 91 cm; Collezione privata)

Longhi sosteneva come originale del Caravaggio la versione dei frati cappuccini di Santa Maria della Concezione, scoperta da Giulio Cantalamessa del 1908: lo studioso all’epoca aveva la carica di direttore del Museo Borghese di Roma. Longhi, nel 1922, non volle piegarsi a quel verdetto, arroccandosi sulla difesa della versione di Santa Maria della Concezione, e durante la mostra di Palazzo Pitti declassò la tela Cecconi a una pur pregevole opera “di buona mano”. Uno screzio teorico? No: le radici dell’urto tra Longhi e l’avvocato affondavano ben più indietro nel tempo. Ma questa volta la consulenza di Marangoni, acerrimo concorrente del giovane Longhi sugli studi sul Caravaggio, e la presentazione del San Francesco in meditazione alla mostra di Palazzo Pitti del Marangoni del 1922 come Caravaggio, fecero entrare il giovane Longhi in rotta di collisione con Cecconi. Il primo affronto Longhi riteneva di averlo subito nel 1913, mentre preparava per le stampe de La Voce il saggio d’esordio su Mattia Preti: lo studioso, aveva scoperto che l’avvocato faceva segretamente incetta di capolavori del “Cavaliere Calabrese” sul mercato napoletano, senza che ne fosse informato. I ruoli, tra Longhi e Cecconi, come ha svelato la recente esegesi documentaria del 2023 sulla rivista Storia dell’Arte, erano ambigui: erano amici, confidenti, eruditi e persino soci in affari in lucrose compravendite di dipinti, ma l’autonomia intellettuale di Cecconi inerente all’acquisizione dei Mattia Preti era malamente sopportata da Longhi. La frattura divenne faglia insanabile nel 1916, quando l’avvocato acquistò, senza il suo preventivo consenso, l’Incoronazione di spine oggi a Prato. Longhi liquidò in modo negativo l’Incoronazione di spine ritenendola allora una copia tardiva, e questo fece sì che il conflitto tra loro si acuì: fu un severo giudizio in cui Longhi stesso poi volle riconoscere un suo errore, presentando l’opera alla mostra milanese del 1951 come opera del Caravaggio, in cui ne riconobbe la qualità pittorica dopo, accurato restauro, inserendola nel catalogo del Merisi.

Il saggio di Giada Policicchio pubblicato sulla rivista Storia dell’Arte (2023) conferma che il rapporto tra i due non era solo quello tra un intellettuale e un consulente, ma alternava i ruoli (amici confidenti, colleghi eruditi e veri e propri “soci in affari”, che si dividevano gli utili o partecipavao congiuntamente a operazioni di compravendita sul mercato antiquario). Il ritrovamento degli inventari Mattei da parte di Francesca Cappelletti e Laura Testa presso l’archivio Antici Mattei di Recanati nel 1989 avrebbero certamente permesso a Roberto Longhi di rivedere la sua posizione sulla versione del San Francesco in meditazione di Santa Maria della Concezione rintracciato da Cantalamessa, nel 1908 da lui stesso ritenuto del Caravaggio, giudizio che era in netta contrapposizione con la versione del San Francesco che Marangoni e Cecconi esposero, alla mostra della Pittura Italiana dal Seicento al Settecento di Palazzo Pitti come replica della versione dei Cappuccini di Santa Maria della Concezione. Se Longhi, ancora nel 1951, avesse conosciuto l’inventario dei Mattei del 1802 in cui viene citato un “San Francesco del Caravaggio 500 scudi”, ma soprattutto potuto consultare il saggio di Marco Pupillo del 2007 “I San Francesco in meditazione del Caravaggio”, avrebbe declassato la versione dei frati della chiesa di Santa Maria della Concezione, donata da Francesco de Rustici prima della sua morte del 1617 ai frati del convento di Monte Cavallo come ex voto (in uno scritto rintracciato dietro la tela, incollato sul telaio in legno, Francesco de Rustici dona questo quadro “da non dare a niuno”), e non lo avrebbe pubblicato nel catalogo della mostra di Milano del 1951 come Caravaggio.

Caravaggio (attr.), San Francesco in meditazione (olio su tela, 128,5 x 97,6 cm; Roma, Museo dei Cappuccini)
Caravaggio (attr.), San Francesco in meditazione (olio su tela, 128,5 x 97,6 cm; Roma, Museo dei Cappuccini)
Caravaggio (attr.), San Francesco in meditazione (olio su tela, 128 x 97,4 cm; Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica, in deposito da Carpineto Romano, chiesa di San Pietro)
Caravaggio (attr.), San Francesco in meditazione (olio su tela, 128 x 97,4 cm; Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica, in deposito da Carpineto Romano, chiesa di San Pietro)

Ma il tempo è galantuomo con la pittura. Nel 2006, le indagini diagnostiche e i restauri condotti da Clovis Whitfield e mostrati a sir Denis Mahon prima della mostra dello stesso anno a Düsseldorf su Caravaggio e le copie, dove la versione Cecconi veniva acclarata dalla commissione come Caravaggio, hanno ribaltato le vecchie pigrizie accademiche. La tela ex Cecconi, analizzata nelle sue intime fibre, ha rivelato pentimenti strutturali tali da spingere Mahon e Whitfield a dichiararla il vero, assoluto prototipo da cui derivavano sia la redazione dei Cappuccini che quella di Carpineto. Un parere positivo che ha trovato concordi moltissimi studiosi di Caravaggio, da Mina Gregori a Claudio Strinati, i quali hanno giustamente riannodato il filo stilistico all’ombra di Orazio Gentileschi. Fu proprio Gentileschi, nella celebre deposizione processuale del 1603, a ricordare come in quell’anno avesse prestato al Merisi un saio da frate cappuccino per farne modello vivo in studio. Quella veste ruvida, che modella la luce nell’opera ex Cecconi. Claudio Strinati segnalò il San Francesco Cecconi come la migliore delle versioni conosciute da inserire in una mostra sulle vanitas da Pompei a Hirst al Musée Maillol. Il professor Strinati lo ha inserito nel catalogo sul San Francesco dei frati di Santa Maria della Concezione come magistrale versione ritenuta del Caravaggio, strettamente legata a Orazio Gentileschi. Ma soprattutto, la qualità e gli esami della versione del San Francesco Cecconi ha convinto i moderni studiosi (da Sergio Rossi a Emilio Negro, da Pierluigi Carofano a Vittorio Sgarbi e Fabio Scaletti) a inserire il dipinto come fulcro autografo nelle loro monografie e nei cataloghi delle maggiori mostre internazionali curate da Whitfield e da Pierluigi Carofano. L’inventario Mattei del 1802, d’altronde, parla chiaro: stimava un San Francesco del Caravaggio la cifra astronomica di 500 scudi, a riprova che gli stimatori ottocenteschi non svalutavano affatto quel nome, ma ne riconoscevano il primato economico e qualitativo. Smentendo alcuni studiosi (Maurizio Marini) perché sostenevano che i dipinti di Caravaggio nell’Ottocento erano sottovalutati nei confronti degli olandesi: nello stesso inventario del 1802 troviamo “La presa di Nostro Signore con la sua cornice dorata di Gherardo delle Notti 80 scudi”, lo stesso dipinto di Paolo Mattei che nel 1802 finirà a Dublino. E, nello stesso inventario, Pietro da Cortona, valutato 500 scudi, e Valentin de Boulogne, 600 scudi.



Mario Bigetti

L'autore di questo articolo: Mario Bigetti

Mario Bigetti è un antiquario romano. Già proprietario della galleria Laurina Arte, ha scoperto numerosi dipinti, soprattutto del Sei e del Settecento romano, specializzazione della sua attività. Nella sua collezione possiede il San Francesco in meditazione e la Presa di Cristo, entrambi attribuiti a Caravaggio da una parte della critica più autorevole.



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