Alla Biennale di Venezia, natura e artigianato battono la tecnologia. A chi i Leoni?


La Biennale di Venezia curata da Koyo Kouoh ci invita a rallentare, anche in virtù delle modalità scelte per premiare gli artisti vincitori: in una rassegna dominata dall’estetica del vivente e dai nuovi medium antropologico-artigianali del Sud globale, emerge la necessità di una premiazione a posteriori che valorizzi la reale sedimentazione culturale delle opere. L’articolo di Raja El Fani.

Per la prima volta quest’anno, le opere degli artisti esposti alla Biennale di Venezia hanno da maggio fino a novembre 2026 per sedimentarsi, far discutere, irradiare la loro forza estetica e portata culturale, e per essere viste dal più ampio bacino possibile di pubblico. Il Leone d’Oro di ogni edizione dovrebbe spettare all’opera che risulta in tutto questo arco di tempo (sette mesi) la più amata e ricordata, quella che crea insomma più attaccamento collettivo.

Il sistema di premiazione in vigore fino a questa edizione, a priori al lancio della mostra, non lasciava il tempo utile al facimento culturale delle opere e risultava scientificamente prematuro. Una premiazione rapida è più simile ad una promozione giacché mette in avanti gli artisti premiati a priori ad inizio mostra. Le forme di arte dal vivo (performance, happening, processioni), spesso concentrate nei giorni di preapertura e promozionalmente (non esteticamente) avvantaggiate nelle Biennali a premiazione rapida, dovrebbero slittare nella sezione “Teatro” della Biennale, o continueranno ad essere superate in immediatezza dai flash mob fuori programma come quello delle Pussy Riot di fronte al Padiglione Russo durante la pre-apertura della Biennale. Una premiazione più lenta, a posteriori o a chiusura della mostra, invece, riequilibrerebbe la competitività delle arti visive nella loro diversità e longevità estetica. D’altronde si tratta di consegnare opere ed artisti alla Storia (o almeno di provarci) e al mercato. Questa 61a Biennale costringe effettivamente il sistema dell’arte a rallentare regalandoci tempo per pensare, com’è vagamente evocato nel titolo della mostra In Minor Keys scelto dalla curatrice Koyo Kouoh.

A quasi due mesi dall’apertura al pubblico, vibrano in maniera prevalente in questa edizione, soprattutto quando monumentali, le opere naturali, quelle che non imitano l’organico ma sono viventi, in primis l’arte-orto intitolato Still Life, degno dell’oro, dell’americana Linda Goode Bryant, allestito grandiosamente su una piattaforma sospesa ad altezza braccia, per favorirne in maniera più etica possibile i raccolti. Sono tre i raccolti (stagionali) previsti durante tutta la durata della mostra senza contare la manutenzione quotidiana e la cura necessaria che rendono questa opera sempre viva, un vantaggio in presenza e in estensione estetica a differenza delle opere come le performance o i robot o altri marchingegni, occasionali e subordinati a programmazioni e turnazioni.

L’estetica dell’orto di Linda non è solo da cercare nelle sue componenti organiche o nella sua sostenibilità, e non è da confondere con un’opera paesaggistica. Intanto, è pensato a priori come orto della Biennale e in quanto tale è già un’opera d’arte, totale, e la dimostrazione in piccola scala di un sistema economico basato su una risorsa alternativa al denaro. Fare di un orto un modello etico-sociale di lunga durata e di larga portata è l’opera di un’artista, un’opera d’arte. Un’opera capace di interagire, ancor più che dialogare, persino con la diversità storico-botanica dei Giardini: la trovate di fronte ai Padiglioni della Grecia, della Romania, della Polonia e del Brasile, fra gli ulivi che ornano il frequentato canale Rio del Giardini. Tutto incredibilmente integrato al contesto, un vero concerto in sordina, epico, umanistico, scientificamente ossitocinico e vivente, in cui sperimentare anche se stessi in una società post-antropocentrica e gentile, agli antipodi delle trashate punk fragorose e disumanizzanti del circo austriaco a pochi passi, ancora reduce dall’azionismo viennese.

Linda Goode Bryant, Site-specific outside garden (2026; installazione, 150 × 800 × 3500 cm). Foto: Andrea Avezzù
Linda Goode Bryant, Site-specific outside garden (2026; installazione, 150 × 800 × 3500 cm). Foto: Andrea Avezzù
Linda Goode Bryant, Site-specific outside garden (2026; installazione, 150 × 800 × 3500 cm). Foto: Andrea Avezzù
Linda Goode Bryant, Site-specific outside garden (2026; installazione, 150 × 800 × 3500 cm). Foto: Andrea Avezzù

Non è riuscito a raggiungere il livello estetico dell’orto (seppur lodevole l’intento di aderire all’estetica globale intercettata da Koyo) l’opera-passeggiata nel giardino mistico del Padiglione della Santa Sede. Cuffie e canti sono di troppo, e pure iperstimolanti per il pubblico ipersensibile e divergente: alle nutritive passeggiate naturalistiche non servono altre colonne sonore.

Fanno invece da pendant all’orto della Bryant, ma ne vengono in qualche modo inglobati, tutti gli intenti verdi, le attenzioni ecologiche di altri artisti in mostra, come le mappe botaniche e gli erbari dello svizzero Uriel Orlow, ma anche la grande e profumata installazione di fiori in appassimento, un’esplosione silenziosa di appagamento olfattivo quasi connaturale e comunque mai invasivo, del tedesco Dan Lie all’Arsenale in linea con la forza delle iconiche installazioni immersive con l’odore e la presenza del caffè di Kounellis del 1969 e del 1992, re delle installazioni organiche e viventi.

L’ideale che sottende la mostra firmata Koyo Kouoh è chiaramente un’estetica del vivente dove predominano le opere che ci collegano alla vita in tutte le sue forme, al fatto di essere vivi insieme, di risentire. Peccato non lo abbia però teorizzato e dichiarato in maniera più esplicita e scientifica dando una direzione chiara al suo progetto e al mercato.

Subito dopo l’arte naturale, segue in questa classifica, per la preponderanza in questa Biennale, l’arte tessile e quella in generale artigianale di opere in cui viene sottolineata la manualità o il lavoro, la dedizione dell’artista oltre che materie prime come pietra, argilla, lana, seta eccetera. Molti padiglioni aderiscono a questa estetica che ha ribaltato la pittura, come la Francia, e più genuinamente il Marocco e l’India, con ricerche artistiche espresse in raffinate o scenografiche artigianalità spesso più sofisticate che innovative. In ogni caso, la delicatezza delle rovine di guerra ricamate di Sumakshi Singh nel padiglione indiano supera la ricerca un po’ didattica su tintometrature e fiere di tessuti naturali di Yto Barrada nel padiglione francese. Il punto con questi materiali che stimolano affetto e comfort è ricordarsi che sono dei medium e che il compito dell’artista è farne anche qualcosa.

Padiglione della Santa Sede. Foto: Andrea Avezzù
Padiglione della Santa Sede. Foto: Andrea Avezzù
Uriel Orlow, Herbarium Ghosts (2016-2026; 8 stampe su carta Hahnemühle, 109 × 81,5 cm ciascuna). Foto: Andrea Avezzù
Uriel Orlow, Herbarium Ghosts (2016-2026; 8 stampe su carta Hahnemühle, 109 × 81,5 cm ciascuna). Foto: Andrea Avezzù
Dan Lie, Ephemeral temple for decaying beings (2026; fiori, corda, tessuti, dimensioni variabili). Foto: Luca Zambelli Bais
Dan Lie, Ephemeral temple for decaying beings (2026; fiori, corda, tessuti, dimensioni variabili). Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione della Francia. Foto: Andrea Avezzù
Padiglione della Francia. Foto: Andrea Avezzù

Nella Sala Chini del Padiglione Centrale, con tanto di cupola ottagonale e affreschi restaurati, i maestri di Koyo, defunti e quindi non premiabili se non con il Leone d’Onore che, si potrebbe intuire, sarebbe andato alla ceramista senegalese Seyni Awa Camara, sono qui omaggiati e giustamente e definitivamente consacrati artisti allo stesso rango del mostro sacro dell’arte occidentale euro-americana Marcel Duchamp. Consiglio tra parentesi una lunga sosta nella sezione a lui dedicata ai lati, che documenta una dettagliatissima perizia della sua tuttora indecifrabile, inclassificabile quanto morbosa installazione postuma (o colpevole confessione) Etant Donné vincolata al Museo di Philadelphia, un vero e proprio cold case dell’arte contemporanea. Gli idoli di terracotta di Awa Camara radicano d’emblée la spiritualità fra i bisogni primordiali umani e sono collegabili ai bassorilievi sempre di terracotta del belga Philip Aguirre y Otegui, più addentro alla mostra, che immortala come reperti di uno scavo archeologico scene da guerra, bombardamenti, distruzioni diventati tragicamente familiari a diverse regioni del globo.

Da Ramallah i collage tessili (ma sarebbe meglio chiamarle eteree sculture di velo e pastello) della palestinese Vera Tamari sfidano i generi e ne raddoppiano la presenza astratta. Merita la Tamari un Leone d’argento ex aequo insieme al sublime figurativo cucito di Billie Zangewa e ai ricami pop mistici di Thania Petersen, tre artiste libere dai riferimenti riappropriazionisti dei costumi di Big Chief Demond Melançon che ha il posto d’onore nel Padiglione Centrale. Dopo la Biennale di Koyo Kouoh, possiamo ufficialmente aggiungere i nuovi medium antropologico-artigianali anti-tecnologici, portati dai paesi emergenti o in via di sviluppo del Sud globale, e i loro nuovi mercati, fra le maggiori discipline delle Belle Arti. All’Arsenale ritrovate ancora Vera Tamari nell’installazione gonfiabile rotante trasparente chiamata Mantra che, con la scusa della forma del seme di una pianta identitaria palestinese, innalza una vulva a mo’ di totem tribale, ipnotico e ironico femminile che riporta alla sacralità gli uteri rivendicativi di Annette Messager, entrambe precorritrici delle ultime scoperte sulla sessualità femminile con la mappa 3D dei nervi della clitoride dei ricercatori del centro medico universitario di Amsterdam.

Opere di Seyni Awa Camara. Foto: Andrea Avezzù
Opere di Seyni Awa Camara. Foto: Andrea Avezzù
Allestimento dedicato a Marcel Duchamp. Foto: Andrea Avezzù
Allestimento dedicato a Marcel Duchamp. Foto: Andrea Avezzù
Opere di Philip Aguirre y Otegui. Foto: Andrea Avezzù
Opere di Philip Aguirre y Otegui. Foto: Andrea Avezzù
Opere di Vera Tamari. Foto: Andrea Avezzù
Opere di Vera Tamari. Foto: Andrea Avezzù
Opere di Billie Zangewa. Foto: Andrea Avezzù
Opere di Billie Zangewa. Foto: Andrea Avezzù
Thania Petersen, Cosmological Offerings for a Drowning World (2026; arazzo su lino, 500 × 300 cm). Foto: Marco Zorzanello
Thania Petersen, Cosmological Offerings for a Drowning World (2026; arazzo su lino, 500 × 300 cm). Foto: Marco Zorzanello
Big Chief Demond Melancon, Amistad Takeover (2026; perline di vetro e strass su tela con velluto e piume, 318 × 358 × 76,2 cm). Foto: Andrea Avezzù
Big Chief Demond Melancon, Amistad Takeover (2026; perline di vetro e strass su tela con velluto e piume, 318 × 358 × 76,2 cm). Foto: Andrea Avezzù
Vera Tamari, Mantra (2019; disco rotante, ceramica, legno, motore, pittura acrilica, 205 × 150 × 100 cm). Foto: Luca Zambelli Bais
Vera Tamari, Mantra (2019; disco rotante, ceramica, legno, motore, pittura acrilica, 205 × 150 × 100 cm). Foto: Luca Zambelli Bais
Opere di Yoshiko Shimada. Foto: Andrea Avezzù
Opere di Yoshiko Shimada. Foto: Andrea Avezzù
Padiglione del Qatar. Foto: Jacopo Salvi
Padiglione del Qatar. Foto: Jacopo Salvi

Chiudo questa classifica con uno sguardo all’Estremo Oriente, in secondo piano in questa necessaria operazione di Koyo di archiviare definitivamente lo sguardo occidentale primitivista sull’arte che arriva dall’Africa e in generale dal Sud Globale: una menzione speciale in questa Biennale potrebbe facilmente andare all’attivista-artista giapponese Yoshiko Shimada già solo per il grande striscione rosa in cui l’arte della calligrafia tradizionale si fonde con un’estetica zen della protesta e delle rivendicazioni non solo femministe.

Manca, in questa finestra sull’arte globale che è la Biennale, un coming out estetico da parte asiatica per circoscrivere in un’avanguardia asiatica ufficiale una presenza di calibro come quella del cuoco artista tailandese Rirkrit Tiravanija (discendente del maestro nuovorealista Daniel Spoerri dai suoi tableaux-pièges alla sua Eat Art Gallery) momentaneamente espatriato nel Padiglione del Qatar in attesa che arrivino i rinforzi. Serve, speriamo già nelle prossime Biennali, un’operazione come quella di Koyo applicata all’Asia con l’appoggio politico e istituzionale dei governi cinese, coreani, giapponese, taiwanese, tailandese e via dicendo fino all’India e all’Asia Centrale, che ancora tardano ad ufficializzare tutti quegli artisti di punta ma ancora esuli come Ai Weiwei.




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