Tutta la storia della Madonna duecentesca del Maestro del Battistero di Parma finita all’estero è diventata, a mio modo di vedere, un caso da manuale di misinformazione, fondato nella fattispecie su di un curioso miscuglio dei due elementi tipici della misinformazione, elementi che nella letteratura scientifica sul giornalismo alcuni studiosi hanno definito “false connection” e “misleading content”. Dunque, da un lato immagini e titoli che non hanno alcun tipo di collegamento col contenuto e, dall’altro, utilizzo di informazioni equivoche per inquadrare il problema. Penso tutto abbia avuto origine dall’articolo di un collega non esperto in materia che ha letto la sentenza del Consiglio di Stato, pubblicata 5 giorni fa, con gli strumenti di una persona poco abituata alla storia dell’arte: l’articolo è stato poi ripreso da tanti altri giornali che non se la son vista mezza di dare in pasto ai loro lettori una notizia estramamente succulenta, come poi s’è rivelata (anche qui, per via di un altro curioso miscuglio: il presunto errore fantozziano di un dipendente pubblico, ovvero lo scambio di un 8 per un 3 in un’iscrizione sul retro della tavola con la conseguenza d’aver ritenuto il dipinto un lavoro del 1850 invece che del 1350, e l’esplosiva carica d’indignazione nei riguardi dell’amministrazione pubblica che la notizia presentata in questo modo era in grado di suscitare). Infine, ai giornali si sono accodati, ultimi come al solito, i vari influencer, ciarlatani, imbonitori che si puntano la telecamera in faccia e che spesso straparlano di cose che non sanno e non conoscono finendo per confondere ancora di più l’opinione pubblica.
In sostanza, la notizia è stata presentata grosso modo così: “Un’opera d’arte del Trecento, una tavola del Maestro del 1302, finisce all’estero perché i funzionari del Ministero scambiano un 3 per un 8, leggono 1850 la data 1350 scritta sul retro, e scrivono nell’autorizzazione all’esportazione che l’opera è un modesto dipinto ottocentesco, interessante solo per la devozione locale”. Questa leggerezza ha provocato la marea di commenti indignati e sarcastici di cui s’è detto. C’è stato anche un video, visto da migliaia di persone, girato da un soggetto che non risulta né storico dell’arte, né giornalista iscritto all’ordine, che prima prende in giro il funzionario che ha commesso l’errore (della serie: “per distinguere una Madonna del Trecento da una dell’Ottocento basta aver fatto il primo anno della triennale in beni culturali”), e poi, con disarmante ingenuità, mostra una carrellata di immagini di Madonne due e trecentesche, alcune anche famose, e poi una serie di madonne classiciste, neoraffaellesche, del primo Ottocento per far vedere la differenza.
Ora, per come la vedo io, c’è stato di sicuro un errore grossolano da parte dell’Ufficio Esportazioni di Genova, ma non tanto nella valutazione formale del dipinto. Dipinto che, certo, era stato pubblicato da Boskovits ed è sostenuto anche da una letteratura scientifica di prim’ordine, e quindi non doveva sfuggire. Ma ammettiamo che la tavola fosse irriconoscibile, accettiamo il fatto che, come qualcuno osserva, si parla del periodo del Covid e le biblioteche erano inaccessibili, ammettiamo la fretta e le condizioni di lavoro estenuanti, e ammettiamo pure la dose di errore umano nell’analisi formale dell’opera. L’errore più grossolano a mio avviso sta altrove: leggendo la sentenza del TAR del Lazio si apprende che l’attestato rilasciato dall’ente ha giudicato congruo con l’opera il valore dichiarato (38.000 euro), e nel verbale con cui si rilasciava l’attestato si ribadiva che si trattava di un’opera “di qualche interesse in rapporto alla devozione locale a questa venerata immagine; dal punto di vista della qualità è un lavoro modesto che può ottenere l’attestato di libera circolazione”. Io continuo a domandarmi come sia stato possibile ritenere che fosse congruo un valore di 38.000 euro per un’opera giudicata come una modesta tavola ottocentesca in stile bizantineggiante, come ne esistono a carriolate, tanto più che da Pandolfini era stata messa in vendita, si legge sempre nella sentenza, a offerta libera, cosa che di solito avviene quando la stessa casa d’aste ritiene che l’opera in questione sia un oggetto privo di reale valore (e il fatto che sia stata venduta a 38.000 euro partendo da una base di zero significa che c’era almeno qualche sospetto che non fosse una banale crosta bizantineggiante). Mi pare che nessuno, sui giornali e sui social, abbia rilevato questa anomalia, ma del resto se non conosci il mercato, non sai com’è fatta un’asta, non conosci le scale di valori delle opere ottocentesche, è normale trascurare quell’elemento, perché di mercato dell’arte non sai una mazza e quindi non sei fornito degli strumenti per rilevare l’incongruenza, mentre invece in un museo ci siamo andati più o meno tutti e un po’ di storia dell’arte a scuola l’abbiamo studiata tutti, quindi ti stupisci del fatto che una Madonna del Trecento (che poi era del Duecento: ci arriviamo) sia stata scambiata per una Madonna dell’Ottocento.
In realtà non è così semplice: nell’Ottocento si sviluppa un fiorente mercato di antichità italiane destinate all’estero, e tante opere italiane, specie del Medioevo (il periodo storico verso cui principalmente s’indirizza il gusto degli acquirenti del tempo, gusto che s’era formato sulla coda del romanticismo), finivano soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti. In questo contesto, in cui mancavano leggi che regolamentassero l’uscita di beni dal territorio di un’Italia unita da poco, è normale che circolassero molti falsari, alcuni dei quali abilissimi (Alceo Dossena, Icilio Federico Joni, Umberto Giunti) e capaci d’ingannare persino gli esperti. A Pisa, a Palazzo Blu, si possono vedere affiancati un vero polittico trecentesco, opera di un pittore che si chiamava Cecco di Pietro, e la sua copia ottocentesca eseguita da Joni. Ecco, per un non esperto è praticamente impossibile notare le differenze e capire qual è il polittico antico e quale il moderno. Per un esperto, se il falsario è abile (ovvero non soltanto è in grado di riprodure un’immagine antica, ma conosce anche i materiali antichi, li usa, adopera le ricette del trattato della pittura di Cennini e via dicendo) è molto faticoso ed è cosa che spesso manco si può fare a colpo d’occhio. Quindi, altro che errore da primo anno di triennale in beni culturali: è possibile che un esperto confonda una tavola medievale con una tavola ottocentesca. Non è questo l’errore principale. La considerazione da fare è un’altra, secondo me. Ora, io non ho idea di come si presentasse l’opera quando è stata mostrata all’Ufficio Esportazioni. Ma ammettiamo che fosse messa male, al punto da renderla irriconoscibile (sempre leggendo le sentenze si apprende che è stata poi restaurata): credo che il valore dichiarato e la qualità dell’immagine avrebbero dovuto far subito scattare degli approfondimenti. Approfondimenti che comunque, rileva il Consiglio di Stato, non sono partiti “nonostante la rilevata incerta riconduzione dell’opera all’artista indicato come autore e l’individuazione di elementi di connessione della stessa alla immagine miracolosa della Madonna di San Luca, opera della metà del XIII secolo”. Insomma, c’è stata una qualche leggerezza di troppo da parte dell’Ufficio Esportazioni di Genova, ma questo non significa che nel Ministero non ci siano persone molto competenti e che lavorano in situazioni di difficoltà (mettiamoci poi che all’epoca eravamo agl’inizi del periodo Covid), e se il Ministero accerterà che qualcuno ha sbagliato, quel qualcuno dovra risponderne, dal momento che il lavoro all’Ufficio Esportazioni è un lavoro di responsabilità. Poi non voglio giustificare, certo, ma le situazioni vanno valutate in tutta la loro complessità.
Tornando invece a come la notizia è stata data sui giornali, la sciatteria non è limitata alla sua presentazione, ovvero inventarsi la storiella del 3 scambiato per un 8 e ricondurre dunque a un banale equivoco l’errore di valutazione di un funzionario che ovviamente ha delle conoscenze paleografiche un poco più approfondite rispetto a quelle dell’utente medio dei social che al massimo compra stampe dell’Ikea, e dunque sa perfettamente che un’iscrizione apocrifa (quale è quella apposta al retro della tavola, che è ottocentesca se non addirittura settecentesca) è pressoché irrilevante ai fini di una corretta datazione del dipinto (può fornire un indizio, certo, ma non è risolutiva). La sciatteria è relativa anche a nomi e date. Non ho idea di come sia emersa l’attribuzione al “Maestro del 1302” che è artista diverso, e di circa cinquant’anni posteriore, rispetto al “Maestro del Battistero di Parma” del quale si parla nelle carte, e al quale l’opera era attribuita nel catalogo Christie’s del 2022. Tanto più che non serviva nemmeno cercare su Google: tutti gli elementi erano già nella sentenza del Tar! Tutto: nome, misure della tavola, persino periodo di attività del maestro in questione, ovvero dal 1240 al 1270. Presumo che l’errore derivi, ancora, da scarsa competenza: nella fattispecie, non sapere che, tecnicamente, “Maestro del Battistero di Parma” è un’identificazione precisa (si chiama “Maestro X”, “Maestro di X” un pittore ancora anonimo ma ben riconoscibile per ragioni stilistiche) e non l’indicazione generica di un artista che lavorò nel Battistero di Parma al tempo. Credo dunque che l’errore derivi da un’approssimativa e frettolosa ricerca su Google, dove se si mette “Maestro del Battistero di Parma” senza virgolette al 5 giugno comparivano per lo più risultati relativi a Benedetto Antelami (tant’è che c’è stato un giornalista che s’è pure sentito in dovere di mettere in guardia i lettori: attenti, perché l’artista in questione non è Antelami!). Nel caso, nessun giornalista ha rilevato nel proprio racconto l’incongruenza tra un’opera che, nel racconto mediatico, è stata graniticamente datata al 1350, e un artista attivo cinquant’anni prima (prendendo per buono il “Maestro del 1302” che comunque non è l’autore di quest’opera). Per avere però il nome corretto bastava leggere con attenzione le sentenze.
Sul perché sui giornali ci sia questo pressappochismo, sul perché notizie del genere vengono affidate a colleghi che di sicuro sono ferratissimi sulle loro materie ma non sulla storia dell’arte (è capitato, per esempio, e capita di continuo, che del racconto di casi analoghi siano stati incaricati, per esempio, abilissimi cronisti politici, che però non approfondiscono materie storico-artistiche dall’esame di maturità), sul perché poi diventa molto difficile ristabilire un minimo di ordine quando ormai, con una notizia data in maniera così superficiale, si sono aperte le gabbie, converrà riparlarne. Per noi vale la stessa cosa: chi ha sbagliato a dare questa notizia dovrebbe riconsiderare l’idea di affidare pezzi di storia dell’arte a chi in materia dimostra tanta approsimazione. E ribadisco che, nel nostro caso, servirebbe una cosa sola, ovvero formazione, che ritengo la via principale per evitare che si creino situazioni di questo tipo. Ecco: siccome per legge dobbiamo fare tanti corsi di aggiornamento, magari organizziamone qualcuno in più sul giornalismo storico-artistico. Se non fanno bene, di sicuro non fanno neanche male.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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