Benni Bosetto all'HangarBicocca, quando il contemporaneo scava dentro un innocuo bric-à-brac


Alla mostra “Rebecca” di Benni Bosetto all’HangarBicocca di Milano, l’idea di uno spazio domestico vivo e pulsante si dissolve in un esercizio didascalico e autoreferenziale. E l’esperienza fatica a tradursi in qualcosa che sia realmente capace di stravolgere. La recensione di Federico Giannini.

Sbrilluccica d’innocua compostezza il cerimoniale di mobili esausti che Benni Bosetto ha convogliato nei tre grandi ambienti della sua mostra Rebecca, destinata a occupare fino a mezza estate lo Shed del Pirelli HangarBicocca e applaudita incondizionatamente, com’è costume, dalle rigovernature di note e comunicati che invadono le testate e gl’inserti culturali. A tutti coloro che, prima d’inoltrarsi lungo le architetture di Rirkrit Tiravanija esposte alla mostra successiva, manifestino un qualche interesse a sostare tra le sale di Rebecca cercando di cavarne quanto meno un racconto, è fornito gratuitamente un booklet che, al solito, oltre a essere l’unità di misura base della differenza tra intenzione e risultato, offre diligenti spiegazioni pronto uso: informiamo i gentili passeggeri che l’artista “trasforma lo Shed di Pirelli HangarBicocca in un ambiente che evoca lo spazio domestico, dove stanze, pareti e superfici sembrano animarsi”. Il titolo, proseguiamo nella lettura, “richiama l’omonimo romanzo gotico di Daphne du Maurier nel quale la giovane protagonista, trasferitasi in una nuova dimora, vive l’ingombrante presenza della precedente abitante, Rebecca”. Abitante che, a detta dell’artista, “si trova in ogni cosa e in ogni gesto”. Con la sua mostra, dunque, Bosetto ha voluto ricreare una sorta di casa animata, una casa che si fa carne, corpo femminile, organismo vivente (i tre ambienti corrispondono a “guancia”, “pancia” e “cuore”) col dichiarato invito, un invito esplicito al punto che par quasi venga urlato, a “riappropriarsi di un proprio tempo soggettivo dove poter sognare, riposare, riconquistare la fantasia”. Non senza prima le ventitré paginette di spiegone, s’intende, con tanto di guida all’interpretazione opera per opera. Espediente per attivare la mostra, oppure stampella senza cui la mostra è impossibile da aprire?

Attraversando la grande aula dello Shed afflitta da questo didascalico, ripetitivo progetto di home decor viene spontaneo domandarsi per quali ragioni il pubblico, quello italiano e ancor più quello internazionale, dovrebbe darsi la pena di concedere un minimo di credito (ma anche solo una qualche distratta indulgenza) a certa arte contemporanea italiana. Rebecca è un mansueto, rispettabile esercizio di perbenismo cimiteriale, mite come una filastrocca, dotato del raro merito d’evitare pretese d’accadimento. Rebecca arriva, sfugge e torna: se pensata per stravolgere, non si troveranno qui sbandamenti, non si troveranno urti. Se pensata per proteggere, difficile trovare l’ombra d’un riparo. Non si può neanche dire che sia un nulla impacchettato, ché se fosse così Rebecca abiterebbe un dominio estetico che non le appartiene. È tutto tranquillo, tutto preciso e corretto, ogni opera garbatamente al suo posto per declinare con la massima cortesia ogni invito all’esistenza.

Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini

Si comincia con la “guancia”, che intende misurarsi con l’obiettivo, un pelo ambizioso (anzi, forse del tutto fuori portata), di convocare il pubblico al daydreaming, ci dice l’artista, ovvero al sogno a occhi aperti (leggere il manuale d’uso prima d’avviare il prodotto): l’ambiente sta a metà tra lo scavo archeologico d’un bric-à-brac e il reparto tende arredo dei grandi magazzini, ed è difficile comprendere com’è che qui dentro, in questo capannone dove una volta si costruivano locomotive, dove si sente ancora il sapore del ferro e dov’è adesso accolta una larva d’abitazione, su queste dormeuse da mercatino dell’usato, prova esse stesse che il corpo umano è forse ospite non gradito (e pertanto probabilmente disegnate in accordo segreto col consorzio italiano degli specialisti in lombalgie), sia possibile anche soltanto pensare di “riappropriarsi della finzione e della fantasia e allenare la mente al sogno”, come suggerisce l’artista in uno slancio di candido ottimismo e di sprezzante autostima. Per allenare la mente al sogno sarà però lecito chiedere un minimo di comfort? Sempre che, naturalmente, si voglia far assurgere il disagio a valore estetico, a strumento di veglia (sognare sì, ma che non ci s’addormenti) capace d’innescare una deliberata tensione tra l’invito e l’impossibilità d’un serio abbandono (c’è però il serio timore che si possano scavalcare le consapevoli volontà dell’artista). Varrà dunque la pena riconsiderare i divani all’ingresso dell’HangarBicocca, più morbidi, più larghi, più confortevoli e anche meno prescrittivi, e poiché si trovano all’inizio del percorso il visitatore non correrà il rischio che a qualcuno gli venga voglia di sognare vicino a lui e finisca dunque a disturbarlo sul più bello della propria sacrosanta attività onirica stimolata dalle carte da parati disegnate da Benni Bosetto.

Finito di sognare, si esce dalla “guancia” passando in mezzo alle due tende sotto cui sbucano due paia di décolleté in ceramica dipinte di vernice nera (ricordiamo, qualora fosse sfuggito, che c’è pur sempre una casa che diventa corpo) e s’entra nella “pancia”, titolo del resto perfettamente coerente col contenuto, dacché il pubblico si troverà al cospetto d’una ostinata esibizione d’arte ombelicale che prende le forme d’una serie di porte disposte in orizzontale sul pavimento, come lastre tombali. C’è la porta che rievoca i momenti in cui Bosetto da bambina sbucciava legumi coi familiari per fare la zuppa. C’è la porta che accoglie le opere che Bosetto aveva eseguito per una mostra a Roma una decina d’anni fa. C’è la porta cosparsa di fiorellini di pane per ricordare quando Bosetto con la mamma modellava piccoli myosotis fatti di mollica. Disseminati qua e là i micro-riferimenti ai libri e ai film che hanno foraggiato l’immaginario di Bosetto. Con quale sicumera questo correttissimo esercizio da accademia, questa sbriciolata sequenza d’addobbi strappati alla loro funzione rivendica la propria supposta consistenza di soglia che apre a dimensioni altre, di varco su mondi paralleli, di strumento per metamorfosi. L’impressione è quella d’esser piombati in mezzo ai detriti della scuola di scenografia, in mezzo ai rimasugli d’una messinscena interrotta, in uno spazio troppo reale, in una dimensione troppo autoreferenziale per sfuggire alla zavorra del ripiegamento su di sé, dove sembra quasi che la precisione del manufatto precluda qualunque tipo d’ascolto e soffochi qualunque idea di quotidianità, di fragilità, di sottrazione. Sfogliare l’album di famiglia è ancora un gesto politico o rischia di diventare indistinguibile, irrilevante rumore di fondo?

Dai sepolcri della “pancia” uno sforzo ancora nella sala da ballo allestita nella sala di fianco, il “cuore”, uno “spazio”, allestito a milonga, “in cui le emozioni affiorano come pulsazioni collettive”, a patto però di trovarsi lì negli orari di programmazione della performance, una volta alla settimana con durata di circa due ore secondo il calendario consultabile sul sito web o disponibile presso l’InfoPoint di Pirelli HangarBicocca. La performance altro non è che una sessione di tango dove i convenuti ballano indossando maschere da animali (a Benni Bosetto evidentemente non sorge il sospetto che per scoprire che la ritualità dell’amore s’estende a tutte le specie viventi basta accendere Discovery Channel e guardarsi un documentario sullo svasso maggiore): l’idea è di trasformare “il luogo in un contesto di relazione in cui la danza è intesa come pratica di ascolto reciproco e di presenza”. Chi dovesse sventuratamente capitare all’HangarBicocca negli altri sei giorni della settimana e si vedesse costretto a perder l’occasione d’assistere a questa pratica d’ascolto reciproco, potrà ovviare recandosi sul sito dell’associazione Faitango, cercare la propria provincia sotto la sezione “agenda eventi” e vedere quale sia la discoteca, il dancing, la piazza, il bar, il circolo culturale, il centro sociale, l’a.s.d., la palestra più vicina in cui s’organizza una serata milonga (c’è scelta in pressoché tutta Italia) onde trovare quel contesto di relazione a due passi da casa. Al Caffè Liberty di Viareggio i milongueros non avranno le maschere da paguro o da lontra ma si potranno osservare nel loro habitat naturale, non seguiranno alcun copione, sembreranno meno forzati e, dunque, appariranno più genuini.

Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra. Foto: Federico Giannini

Curiosamente, è nel momento in cui la milonga di Rebecca è vuota che la mostra, sia pure involontariamente (o almeno così pare, a giudicare sempre dal libretto d’istruzioni), sembra abbia da dire qualcosa. Accade quando le sete rosse che ricoprono i tavoli sono intonse, quando non c’è nessuno al desco del musicalizador, quando le sedie servono solo a dare ristoro ai visitatori sfiancati dopo il viaggio dentro la tappezzeria epidermica della guancia e in mezzo ai borborigmi mnemonici della pancia. Abbandonino, i passeggeri, le peregrinazioni moraleggianti nello spazio fisico della casa, loculo dove oggi tutti si rintanano fiaccati dalle vite proprie e da quelle altrui, luogo dove la massima seduzione possibile è per la più parte delle persone il rincoglionimento in fronte al teleschermo, fisso o portatile non fa differenza, e si contempli la gabbia, la rovina, il simulacro vuoto e decadente di un’epoca che non esiste più, per quanto le performance si sforzino di riattivarla, se consapevolmente o meno non ha importanza. È il momento in cui Benni Bosetto lambisce qualche cosa d’autentico. Certo: ci muoviamo sempre dalle parti della scenografia, del teatro, della fiction, oltretutto con l’aggravio dell’epigonismo, e il flebile spettro d’impotenza e d’indicibile che s’aggira in mezzo a questi tavoli vuoti sembra sia stato evocato per errore, una conseguenza non prevista da scacciare con gl’inviti a consultare il calendario della performance.

Naturale, dunque, che per trovare un qualche più ambizioso, più inquietante e più scomodo corrispettivo serva volgere lo sguardo fuori dai perimetri domestici. Senza dover importunare, mettiamo, le spettrali colate di cemento di Rachel Whiteread o gli assemblaggi con mobilia da rigattiere di Doris Salcedo che nascondono brandelli di drammatica storia universale, si può cercare anche tra le carte d’una geografia più dimessa, rovistando tra quegli artisti che, pur senza segnare dei prodigi d’innovazione, e adoperando financo gli stessi strumenti di Bosetto, accettano tuttavia una più significativa quota di rischio, un compromesso con l’inopportuno. Più disturbante, per esempio, l’americana Fiona Connor che quattro anni fa a Los Angeles riempiva una galleria con riproduzioni fedeli di porte di negozi, locali e discoteche chiusi, non più esistenti, diventati in parte persino rovine contemporanee. Ovviamente anche in quel caso si correva il rischio, sempre in agguato, dell’effetto rivendita d’infissi, ma i segni dell’usura, i sigilli delle autorità, i cartelli di cessazione attività finivano per convertire lo showroom dei serramenti in un cenotafio effimero, un monumento alla desertificazione commerciale trasformato in una specie di mostro di Frankenstein della memoria, cupo sì ma d’una cupezza autosufficiente, senza particolari necessità d’esegesi preriscaldata.

Un accanito esercizio di scrittura creativa applicato agli oggetti, un dispersivo rimestamento nel negozio del vintage, un pacato manierismo: Rebecca potrebbe ambire allo status di curioso, sfrangiato tentativo di riconnessione, non fosse che riesce difficile immaginarselo senza che abbia il bisogno della carta per esaudire la preghiera levata dalle opere, lì a implorare un’esegesi che le liberi dal peso d’esser viste, senza che abbia la necessità d’un foglio a farle da defibrillatore.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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