Biennale senza italiani... per forza! Ma li abbiamo visti, gli italiani?


Alla Biennale di Venezia non ci sono italiani? Occorre un’analisi critica del sistema dell’arte italiana tra finanziamenti pubblici, carriere protette e linguaggi stanchi. Dai nomi più celebrati alle dinamiche di potere, emerge un ecosistema autoreferenziale che fatica a produrre opere davvero incisive.

Sì, ci sono, gli artisti italiani: sono quelli aiutati e formati in Italia e che da più di 10 anni prendono i finanziamenti a fondo perduto dell’Italian Council. E abbiamo anche i loro mentori che con pacche sulle spalle e inutili giochini di potere, li aiutano eccome... ma ad essere irrilevanti. Ci sono eccome gli artisti italiani: Benny Bosetto adesso da Hangar Bicocca propone una sala da ballo vintage dove rielabora il mercatino dell’antiquariato e sembra richiamare il padiglione Italia 2022 di Tosatti in cui risuonava la musica di Gino Paoli (padiglione che, ovviamente, non ha lasciato nessun segno). Gli artisti premiati dal Flash Art Award (ancora Bosetto... veramente incredibile!) che oscillano tra il movimento cose a caso e la sindrome del giovane Indiana Jones e del forziere della nonna.

Poi c’è tutto il gruppo di pittori Queer e derivativi che adesso va un casino di moda. Luis Fratino Syndrome. Jacopo Benassi, tutto bene ma anche lui vecchie foto sovrapposte e ripetute all’infinito nelle fiere della famiglia Minini: come distruggere qualsiasi impeto punk nelle stanze borghesi del potere. La pittura rassicurante e inutilmente giocosa di Patrizio Di Massimo. Gli atteggiamenti alla Sorrentino di Yuri Ancarani che gli sono valsi due personali in due musei a pochi giorni di distanza e a pochi chilometri (MAMbo Bologna e PAC Milano). Arena che rifá pari pari l’arte povera. Diego Marcon con pretenziosi dramoletti video e richiami imbarazzati al lavoro di Cattelan. E poi ancora Cattelan che, classe 1960, cerca ancora di fare il giovane e presenta, con la giovane curatrice sistemica Papini, Fabio Mauri al MAXXI L’Aquila. Una scopertona incredibile, come Kounellis presentato negli USA da De Bellis (che ancora non sappiamo come ha fatto a passare da uno spazio no profit alla direzione della fiera Miart a Milano, poi curatore di un grande museo americano e poi direttore di Art Basel). Senatore che dichiara intenti di arte partecipativa per ottenere una pop art anni Ottanta del tutto disinnescata. Giulia Cenci con scheletrini cadaveri di cani tra astratto e figuartivo. Camoni rassicuranti lavoretti della materna per il caminetto nella sezione primitiva della Maison Du Monde.

Giulia Cenci alla Quadriennale di Roma. Foto: Agostino Osio / Alto Piano
Giulia Cenci alla Quadriennale di Roma. Foto: Agostino Osio / Alto Piano

Potremmo andare avanti con una lista impietosa. Se guardiamo l’estero, le cose non vanno molto meglio: il problema è proprio una crisi di linguaggio internazionale tra 2001 e 2008 e un sistema fatto di operatori che pensano solo alla prova carriera e non pensano al confronto critico come humus fondamentale per la qualità. I nostri curatori sono corresponsabili di questa situazione. Persone che fanno fatica a rispondere e appena invitate hanno già la loro lista blindata e pronta ma che poi, visti i risultati, non serve a nulla. All’Italian Council se non hai già mille agganci è impossibile, è quindi perché non dare direttamente questi soldi ai soliti musei? Molto più estetico il bando che dà idea di democraticità quando questa invece non esiste. La buona notizia è che fuori ci sono delle autostrade da percorrere al di là di questi giochini di potere all’italiana che sono veramente tristi e ancora di più quando interpretati da persone giovani.




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