Il sogno di Villa Cordellina Lombardi, dove il genio di Tiepolo ha vinto il degrado


Dalla rovina alla magnificenza ritrovata grazie a un imprenditore generoso e a chi ha saputo mantener vivo il suo spirito: la storia della splendida Villa Cordellina Lombardi a Montecchio Maggiore (Vicenza) è un viaggio tra il genio di Tiepolo, l’ambizione di un grande avvocato e la forza della tutela collettiva. Ne parla Federico Giannini nel nuovo articolo della sua rubrica Le vie del silenzio.

Polvere, chiazze d’umido, incrostazioni di sporco, ragnatele, pareti coperte con la calce, gli affreschi di Giambattista Tiepolo nascosti da pesanti grate di metallo. Chi, agl’inizî del Novecento, fosse entrato a Villa Cordellina, splendida residenza neopalladiana a Montecchio Maggiore, una ventina di munti dal centro di Vicenza, avrebbe trovato questa mortificante, dolorosa situazione. Un degrado invadente, totale, che aveva messo seriamente a repentaglio le ammalianti pitture tiepolesche. E chiunque avesse contezza di quel che accadeva ai saloni della villa non poteva far a meno d’esprimere il proprio sconforto.

Qualche anno prima, verso la fine del XIX secolo, il consiglio d’amministrazione del collegio cui erano state affidate le sorti della villa per volontà dell’ultimo proprietario, il conte Niccolò Bissari scomparso nel 1829, aveva stabilito di concedere la villa in affitto a una ditta di Vittorio Veneto, il “Premiato Stabilimento Bacologico Costantini”, che impiantò nei saloni un allevamento di bachi da seta. A quel tempo, la salvaguardia degli ambienti non doveva essere la priorità: mantenere la villa costava, il collegio aveva poche risorse e il Veneto era all’epoca terra impoverita, terra difficile, terra che s’era da poco liberata dal peso di decenni di dominio austriaco. Terra d’emigrazione. L’idea di far aprire una fabbrica a un’azienda che avrebbe dato lavoro a più di cento operaie in una provincia affamata di lavoro doveva esser sembrata a tutti la più ragionevole. Non si può dire però che il collegio non avesse pensato agli affreschi: lo stabilimento Costantini poté operare a condizione d’installare controsoffitti in tutti i saloni e di schermare le pitture di Tiepolo. Le misure non furono però sufficienti a evitare che l’edificio, le sue sale, le pitture finissero per danneggiarsi.

Villa Cordellina oggi è rifiorita. Dovremmo però chiamarla più propriamente Villa Cordellina Lombardi, col nome che ha assunto per omaggiare quel Vittorio Lombardi che l’acquistò nel 1953 e che tanto si spese per lei. È adesso proprietà della Provincia di Vicenza e non c’è quasi niente che consenta di figurarsi quel che ha passato nel primo scorcio di Novecento. Certo: mentre camminiamo per le sale, notiamo che mancano tutti gli arredi settecenteschi. Sono rimasti soltanto i lampadari, grossi lampadari in vetro di Murano che risalgono alla prima stagione di Villa Cordellina. Per il resto, mi dice la guida che m’accompagna in visita alla villa, tutti i mobili che vediamo non sono pertinenti. Alcune pareti appaiono ancora lievemente annerite. Nel giardino, le statue portano i segni dei secoli. Ma la situazione complessiva sembra eccellente.

Villa Cordellina Lombardi, facciata meridionale. Foto: Federico Giannini
Villa Cordellina Lombardi, facciata meridionale. Foto: Federico Giannini
Villa Cordellina Lombardi, facciata settentrionale. Foto: Federico Giannini
Villa Cordellina Lombardi, facciata settentrionale. Foto: Federico Giannini
Le scuderie, esterno. Foto: Federico Giannini
Le scuderie, esterno. Foto: Federico Giannini
Le scuderie, interno. Foto: Federico Giannini
Le scuderie, interno. Foto: Federico Giannini
Il giardino settentrionale. Foto: Federico Giannini
Il giardino settentrionale. Foto: Federico Giannini

Dal centro di Montecchio, s’arriva a Villa Cordellina anche a piedi: il navigatore, impostato sull’indirizzo ufficiale, porta però al parcheggio sul retro, perché oggi gli uffici sono nelle pertinenze della villa, in quelle dépendance di gusto barocco, e di conseguenza l’ingresso è dal fronte settentrionale della villa. Anche se l’aspetto del retro è comunque magnifico: come gran parte delle ville palladiane, anche Villa Cordellina Lombardi ha due facciate, ugualmente splendide. L’avvocato Carlo Cordellina, il fondatore dell’edificio, voleva che tutti vedessero, da ogni lato, il tenore di vita ch’era stato in grado di raggiungere. L’avvocato era un homo novus della ricca borghesia veneta: era nato a Venezia, ma era di famiglia vicentina, una famiglia benestante che aveva sempre vissuto dignitosamente, riuscendo anche a ottenere dalla città di Vicenza il privilegio della nobiltà a inizio Settecento, ma che non era tra le più ricche, né tra le più influenti. Le cose cambiarono con Carlo: aveva studiato giurisprudenza come il padre Ludovico, anche lui avvocato, ma a differenza del genitore riuscì a diventare, ci raccontano i suoi biografi, uno dei giuristi più famosi e ricercati del Veneto. Ce lo descrivono come un uomo di bell’aspetto, di animo buono e generoso, dotato d’un grandissimo acume, un acume che evidentemente gli servì per imporsi come miglior avvocato di Venezia e per accumulare, grazie alla sua professione, ricchezze tali da permettergli d’ingaggiare uno dei migliori architetti del tempo, Giorgio Massari, sostenitore della tradizione palladiana (ma capace di coniugarle a un gusto sei-settecentesco, evidente soprattutto nelle barchesse, dove Cordellina aveva fatto sistemare le scuderie e le foresterie, con gli alloggi per gli ospiti), e il miglior pittore sulla piazza, Giambattista Tiepolo, per affrescare il salone più grande. Quando i lavori partirono era il 1735. E l’avvocato aveva appena trentadue anni.

Sappiamo che otto anni dopo la villa era pronta per l’intervento di Tiepolo e quindici anni dopo era finalmente abitabile, benché i lavori si sarebbero conclusi soltanto nel 1760. Cordellina aveva scelto di costruire la sua villa in un terreno ereditato da uno zio, dove si trovava già una vecchia casa, in mezzo alla piana su cui sorge il borgo di Montecchio, con i monti Lessini da una parte e i monti Berici dall’altra, e soprattutto in mezzo alle due strade da cui ancor oggi si raggiunge l’edificio: l’avvocato evidentemente aveva apprezzato la comodità di quella posizione. Però, mi fa notare la guida, come tutti gli homines novi (chi vuol malignare li chiamerebbe parvenu), anche Cordellina, pur in tutta la sua nobiltà d’animo, doveva avvertire la necessità d’ostentare lo status raggiunto dalla famiglia: la posizione era strategica anche per farsi vedere. E il suo stemma di famiglia, tre cuori da cui germogliano tre piante di lino (evidente richiamo al cognome), svetta sul timpano della facciata meridionale, la principale, anche se in antico doveva campeggiare pure sul retro, dove adesso c’è un grosso ovale vuoto. Le facciate ricordano un tempio antico: quella principale è preceduta da un grande pronao a colonne ioniche che sorreggono il timpano su cui si stagliano le tre statue raffiguranti Giove, Mercurio e Minerva, mentre la facciata settentrionale ripete lo stesso schema, sostituendo però il pronao con un corpo più avanzato, segnato da quattro lesene su cui s’innesta il timpano, coronato da tre vasi. Anche il programma iconografico dell’apparato scultoreo, opera della bottega di Antonio e Francesco Bonazza, va immaginato come un’esaltazione delle virtù del fondatore della villa, come un manifesto delle sue qualità, come un riassunto della sua vita e dei valori in cui credeva, come avvocato e come uomo. A cominciare proprio dalle statue della facciata: Mercurio è il dio del commercio, l’attività alle origini delle ricchezze della famiglia, ma è anche il dio dell’eloquenza, facoltà fondamentale per un avvocato. Minerva è la dea della saggezza, della ragione e della prudenza, qualità imprescindibili per aver successo sul lavoro (e, per un avvocato, per prender le decisioni giuste in sede di dibattimento), oltre che per preservare le ricchezze di famiglia. Giove è l’autorità suprema, il garante dell’ordine e della legge. Nel giardino, vediamo da un lato il gruppo scultoreo con l’amore tra Venere e Marte (la bellezza che ammansisce la guerra, e dunque la civiltà che doma gl’istinti più ferini dell’essere umano, ma anche la composizione dei conflitti, il fine ultimo del lavoro d’un avvocato) e dall’altro l’amore tra Giove e Giunone (l’amore coniugale, legittimo, segno d’ordine e di stabilità, con Giunone che incarna l’amore parentale e la cura per la casa, e Giove la protezione della famiglia). L’ingresso è fiancheggiato da altri due gruppi, con due fatiche di Ercole, allegoria dell’impegno e delle difficoltà che Cordellina aveva dovuto affrontare e superare per affermarsi. Era oltrepassando queste statue che i visitatori, dopo aver lasciato i cavalli nelle scuderie, oggi trasformate in rigogliosa limonaia, entravano nella villa.

Il gruppo scultoreo di Venere e Marte (bottega dei Bonazza). Foto: Federico Giannini
Il gruppo scultoreo di Venere e Marte (bottega dei Bonazza). Foto: Federico Giannini
Il gruppo scultoreo di Giove e Giunone (bottega dei Bonazza). Foto: Federico Giannini
Il gruppo scultoreo di Giove e Giunone (bottega dei Bonazza). Foto: Federico Giannini
Il timpano: al centro lo stemma dei Cordellina, sulla sommità le statue di Mercurio, Giove e Minerva. Foto: Federico Giannini
Il timpano: al centro lo stemma dei Cordellina, sulla sommità le statue di Mercurio, Giove e Minerva. Foto: Federico Giannini
Lo stemma dei Cordellina sul pavimento all'ingresso. Foto: Federico Giannini
Lo stemma dei Cordellina sul pavimento all’ingresso. Foto: Federico Giannini
Fatica di Ercole (bottega dei Bonazza) all'ingresso della villa. Foto: Federico Giannini
Fatica di Ercole (bottega dei Bonazza) all’ingresso della villa. Foto: Federico Giannini
Fatica di Ercole (bottega dei Bonazza) all'ingresso della villa. Foto: Federico Giannini
Fatica di Ercole (bottega dei Bonazza) all’ingresso della villa. Foto: Federico Giannini
Interni della villa. Foto: Federico Giannini
Interni della villa. Foto: Federico Giannini

Più di cent’anni fa non era rimasto niente della magnificenza che qui doveva regnare quando l’avvocato riceveva i suoi ospiti. Nel 1909, Pompeo Molmenti, appassionato studioso del Tiepolo, s’era recato in visita a Villa Cordellina, e nella sua monografia sul pittore non aveva nascosto il suo dispiacere nel vedere come s’era ridotta quella residenza da tutti decantata per il suo splendore, e in che stato versavano quegli affreschi tanto celebrati: “Quantunque offesi dalle ingiurie del tempo e da quelle più gravi degli uomini, rivelano ancora la potenza seduttrice del maestro gli affreschi nella Villa Cordellina a Montecchio Maggiore, a dieci chilometri da Vicenza. La sala della villa vuota di mobilia spira un senso di squallore. L’intonaco del soffitto s’incrina per l’umidità, e alcuni pezzi si sono già distaccati, ma fra tanta rovina brilla ancora il colore pieno, squillante, gagliardo del Tiepolo”. Già quattro anni prima, un nobile locale, Guardino Colleoni, aveva chiesto al consiglio comunale di Vicenza di fare qualcosa per gli affreschi. Solo nel 1917 la città avrebbe dato ascolto a quell’allarme: l’affresco del soffitto, che più di tutti aveva sofferto per le infiltrazioni d’acqua, venne staccato e trasportato su tela, e ricoverato a Palazzo Chiericati a Vicenza fino al 1956, quando tornò alla villa dopo una veloce pulitura. Anche gli affreschi delle pareti laterali son stati poi restaurati, e più volte (l’ultima nel 2004). E oggi, ancorché non più vividi, brillanti e cristallini come dovevano esserlo nel 1744, i grandi dipinti murali di Tiepolo riescono a effondere la loro luce tersa sugli occhi di chiunque entri qui, nel salone d’onore di Villa Cordellina.

Dato lo spirito profondamente illuminista degli affreschi, il programma fu suggerito a Tiepolo con tutta probabilità dallo scrittore Francesco Algarotti, suo amico, col quale l’artista era in contatto proprio all’epoca delle pitture di Montecchio, se non addirittura dallo stesso Carlo Cordellina: il lavoro di Tiepolo celebra il lume dell’intelligenza che rischiara le tenebre dell’ignoranza e coi suoi bagliori irradia e orienta le attività umane in tutte le parti del mondo conosciuto. La lettura comincia dal soffitto: un cielo aurorale dove due fanciulle, una bionda e una bruna, volano verso la terra, con l’ignoranza più in basso, già sconfitta e confinata nel buio col suo pipistrello. Recano in mano una statuetta di Pallade, simbolo della ragione: le due giovani, accompagnate dalla fama e da due amorini che son già pronti a elargire corone e medaglie, s’accingono a distribuire nel mondo, rappresentato dai quattro monocromi con le allegorie dei continenti agli angoli del salone, i doni della ragione. Gli effetti si vedon sulle due pareti laterali, occupate l’una dalla scena con la Continenza di Scipione, l’altra con l’episodio della Famiglia di Dario davanti ad Alessandro Magno: due pitture ch’esaltano la magnanimità dei due condottieri, Scipione per aver rispettato una bellissima ragazza che gli era stata consegnata come schiava permettendole di riunirsi ai genitori e al fidanzato, e Alessandro Magno per aver usato clemenza nei riguardi della madre e delle figlie di Dario, il suo acre nemico sconfitto nella battaglia di Isso. Lo studioso Remo Schiavo, che dense pagine ha dedicato a Villa Cordellina, ha suggerito di leggere nelle due scene, pensando alla professione del committente, l’idea del diritto naturale che ha la meglio sul diritto positivo, i due condottieri che fanno prevalere gli usi delle genti da loro assoggettate ai diritti che la legge riconosceva al vincitore: e in effetti si potrebbe allargare questa interpretazione notando come l’imperium, rappresentato dal fascio littorio che uno dei soldati di Scipione regge nelle sue mani, scivoli lontano, in secondo piano, quasi si fatica a notarlo. Vittorio Sgarbi ha letto nei due affreschi, oltre alla declinazione cristiana d’un soggetto pagano, la manifestazione d’una continenza che dal contenuto si trasferisce alla forma, poiché qui Tiepolo rinuncia ai suoi virtuosismi per rimanere solenne, quasi severo, in una sorta di confronto, potremmo aggiungere, con la pittura del grande Cinquecento, col Veronese soprattutto. Eppure l’artista non rinuncia alla sua sveltezza, alla sua leggerezza (si guardino i segni delle sue incisioni che ben si distinguono sulle pareti), e non mancano neppure brani della sua proverbiale ironia: Alessandro che guarda in faccia il cavallo per non farsi distrarre dalla bellezza della sorella di Dario. Il paggetto che, lungi dall’esser partecipe della gravità del momento, gioca con il cagnolino, un cagnolino da compagnia come andavan di moda nel Settecento. Nell’altro affresco, il servo che rovista in mezzo ai trofei di guerra.

In entrambi i dipinti, i gruppi femminili occupano il centro esatto della composizione, sotto alle grandi arcate classicheggianti, più vicine nell’affresco con Scipione e più defilate in quello con Alessandro (che deve molto alla grande tela sullo stesso soggetto che il Veronese dipinse per la famiglia Pisani e che Goethe ammirò durante il suo viaggio a Venezia), con le donne colte in atteggiamento supplice ma composto, fiero, e financo tetrale, dacché ogni gesto appare lievemente calibrato e accentuato, vestite d’abiti irreali che paiono quasi gonfiarsi più ci s’avvicina per vedere quelle cascate cangianti di sete e di rasi dai colori tenui e metallici, sotto alle bandiere persiane che si stagliano in obliquo contro il bastone della tenda di Alessandro, con la stessa posa delle statue antiche nell’affresco di Scipione, con il loro procedere verso i due condottieri che stanno defilati, ai lati della composizione, perché Tiepolo aveva studiato la sua regia dei dipinti immaginandosi gli ospiti di Carlo Cordellina che sarebbero entrati nel salone dal lato corto e avrebbero raggiunto il centro camminando sulla diagonale. È come se Tiepolo ci stesse facendo fare gli stessi movimenti delle donne che incedono verso Scipione e Alessandro Magno. Ed è quasi come se avesse inteso attribuire alle donne un ascendente sul maschio. Di nuovo, Venere che ammansisce Marte.

Il salone d'onore. Foto: Federico Giannini
Il salone d’onore. Foto: Federico Giannini
Il salone d'onore. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Il salone d’onore. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, La luce della ragione vince l'ignoranza, salone d'onore. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, La luce della ragione vince l’ignoranza, salone d’onore. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Dettaglio con le due fanciulle che portano la statua di Pallade. Foto: Federico Giannini
Dettaglio con le due fanciulle che portano la statua di Pallade. Foto: Federico Giannini
Dettaglio con l'ignoranza vinta. Foto: Federico Giannini
Dettaglio con l’ignoranza vinta. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, salone d'onore. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, salone d’onore. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, dettaglio. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, dettaglio. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, La continenza di Scipione, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, salone d'onore. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, salone d’onore. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Villa Cordellina / IAT / Provincia di Vicenza
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, dettaglio. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, allegoria dell'Africa. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, allegoria dell’Africa. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, allegoria dell'Asia. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, allegoria dell’Asia. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, allegoria dell'Europa. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, allegoria dell’Europa. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, allegoria dell'America. Foto: Federico Giannini
Giambattista Tiepolo, allegoria dell’America. Foto: Federico Giannini

Tiepolo aveva rivendicato con evidente vigore quelle due scene, apponendo la sua firma all’affresco di Scipione, sotto al servo con la calzatura che pare una scarpa da ginnastica contemporanea (con tanto di marca identificabile). Evidentemente, anche quegli affreschi avevano contribuito a fare di Villa Cordellina uno dei luoghi centrali della mondanità veneta del secondo Settecento. I ricevimenti di Carlo Cordellina dovevano aver lasciato una profonda impressione: “Sarà sempre memorabile la Villa Cordellina di Montecchio”, scriveva nel 1801 il primo biografo dell’avvocato, Giovanbattista Fontanella, “ove era usata generosa ospitalità , ove la liberalità, i comodi della vita, il bando a ogni etichetta e fastidiose cerimonie, e festosa nobile allegria, la rendevano la delizia di tutti gli ospiti”. Questa delizia ebbe però vita breve.

L’avvocato era venuto a mancare nel 1794, e tre anni dopo suo figlio Ludovico, privo d’eredi, faceva già testamento in favore di quattro persone a lui vicine: a riscuotere la sua eredità si sarebbero presentati in due, Margherita Martinengo e Niccolò Bissari, che si spartirono la villa. Anni dopo, con la morte di Bissari, la villa passò per via testamentaria al collegio che avrebbe preso il nome di “Opera Pia Cordellina”, e della storia successiva s’è detto. L’allevamento di bachi da seta sarebbe rimasto dentro l’edificio fino agli anni Venti, poi Villa Cordellina venne abbandonata. Andò in rovina. La guida mi racconta che venne anche occupata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. E a guerra ancora in corso, nel 1943, venne acquistata dal lanificio Marzotto che la trasformò in un deposito di grano. C’erano ancora le grate sugli affreschi di Tiepolo. E se oggi vediamo la villa quasi come doveva esserla al tempo dell’avvocato Cordellina, è per un caso fortuito. Certo: i cambiamenti della sensibilità nei riguardi dell’arte del passato avrebbero inevitabilmente suggerito, prima o poi, il pieno recupero di Villa Cordellina. Tuttavia, è pur vero che il salvataggio risale a qualche tempo prima che questa sensibilità diventasse più comune di com’era un tempo.

La firma di Giambattista Tiepolo. Foto: Federico Giannini
La firma di Giambattista Tiepolo. Foto: Federico Giannini
La foresteria. Foto: Federico Giannini
La foresteria. Foto: Federico Giannini

Leggenda vuole che nel 1953 la villa venisse notata da un industriale milanese che stava tornando dalle vacanze nella sua casa a Cortina. Si chiamava Vittorio Lombardi, era uno dei principali azionisti di Liquigas ed è passato alla storia anche per la sua sconfinata passione per l’alpinismo: fu lui a finanziare la spedizione sul K2 del 1954, quella guidata da Ardito Desio, quella di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, i due italiani che conquistarono per la prima volta la seconda montagna più alta della terra. Lombardi s’era innamorato di Villa Cordellina soltanto passandoci davanti, mentre si stava progettando la missione sulle vette del Karakorum. “In fondo ad un prato incolto”, avrebbe detto, secondo le parole riportate dall’amico Dino Buzzati, “c’era una villa in un pauroso abbandono. Ma pur in tanta distruzione e abbandono la fabbrica conservava una solenne e amara dignità di regina spodestata e sola, come una bella donna ferita. Era come se avessi visto sul bordo della via una donna in fin di vita. Il bisogno di venirle in aiuto fu più forte di me”. Decise d’acquistarla subito e di farla restaurare: fu in quegli anni che s’operò il primo, grande recupero di Villa Cordellina. Lombardi decise di destinarne una parte a proprio alloggio e una parte a sede d’un centro internazionale di studi sull’architettura, dedicato al Palladio: possiamo immaginare che questa sensibilità fosse maturata dopo la visita alla grande mostra sulle ville venete, curata da Giuseppe Mazzotti, che s’era tenuta in varie sedi (Milano fu tra quelle) nel 1952. Una mostra che s’era posta anche l’obiettivo d’informare e d’interessare l’opinione pubblica sulla condizione delle ville, tant’è che nel catalogo ogni scheda riportava, pur se sommariamente, informazioni sullo stato di conservazione. Per Villa Cordellina, la scheda si chiudeva con la dicitura: “Condizioni cattive”.

Lombardi non avrebbe fatto in tempo a vedere i frutti della sua generosità, perché scomparve nel 1957, a recupero quasi ultimato. Il Centro Internazionale di Studi d’Architettura “Andrea Palladio” si sarebbe costituito l’anno dopo, e nel 1959 prese possesso della villa, che la vedova, Anna Maria Spangher, aveva concesso nella sua interezza all’istituto appena fondato. Vi sarebbe rimasto per dieci anni, prima d’esser trasferito nella sede attuale, nel centro di Vicenza. Poi, nel 1970, seguendo le volontà della signora Spangher, la villa è passata alla Provincia di Vicenza, l’attuale proprietaria, che l’adopera come sede di rappresentanza, oltre ad averla aperta al pubblico, affidandone le visite alla Pro Loco di Montecchio. Ne fa parte la mia guida, una trentenne che non ha una formazione storico-artistica, che lavora in tutt’altro settore, ma ha deciso, mi spiega, di prestare parte del proprio tempo libero a questo luogo, perché ci tiene. Una continua collaborazione tra studiosi e volontari, per lo più venti-trentenni che lavorano nel territorio, e che s’aggiornano di continuo per portare i visitatori dentro Villa Cordellina Lombardi: è il modo che hanno trovato per rammentare che la conservazione è responsabilità collettiva, per ringraziare chi ha consentito di mantenere viva quest’eredità, e per custodire, serbare, perpetuare lo spirito di chi l’ha fatta risorgere.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale (presso Università di Genova e Ordine dei Giornalisti), inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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