Come essere nello studio dell'artista. Com'è la mostra di Maurizio Donzelli a Bergamo


Quattro sedi della Città Alta di Bergamo ospitano l’Atlante di Maurizio Donzelli, protagonista della sesta edizione di Art Together Now. Gabriele Landi e Gabriele Salvaterra attraversano la mostra diffusa con questa recensione parlata, riflettendo su percezione, disegno, memoria e dialogo tra opere contemporanee e architetture storiche.

Fino al 26 agosto, in occasione della sesta edizione di Art Together Now, rassegna che si snoda parallelamente alle celebrazioni per la festa patronale di Sant’Alessandro, quattro sedi della Città Alta di Bergamo vengono abitate da installazioni e allestimenti dell’artista Maurizio Donzelli. All’Ex Ateneo di Scienze, Lettere e Arti, al Palazzo Vescovile (Museo Bernareggi), sotto l’Antica Cattedrale (ancora Museo Bernareggi) e all’Ex Chiesa di San Michele all’Arco, prende vita l’Atlante dell’artista bresciano, a cura di Giovanni Berera e Anna Bertulini Frigè. L’artista Gabriele Landi e il curatore Gabriele Salvaterra attraversano gli spazi di questa mostra diffusa, ne abitano le direttrici, riflettendo sul senso del lavoro di Maurizio Donzelli, nel suo interrogare continuamente sguardo soggettivo e percezione multisensoriale.

GL. Ad oggi ho sempre visto il lavoro di Maurizio Donzelli in contesti asettici o scarsamente connotati. Ti devo confessare che, in questa occasione, una delle cose che mi ha sorpreso maggiormente è proprio la capacità di dialogare con i luoghi. Capacità che mi sembra agire a più livelli simultaneamente: luce, stratificazione culturale... per citare solo alcuni dei tanti elementi presenti negli spazi che accolgono questa esposizione, diventano elementi con cui il lavoro di Donzelli mi sembra consonare appieno.

GS. Costretti per un periodo prolungato e “felicemente bloccati” nell’Ex Chiesa di San Michele all’Arco dall’interessante talk che vi si stava svolgendo, ho avuto modo di osservare gli arazzi e l’installazione di Maurizio per un tempo prolungato, vago e non funzionale rispetto alle solite modalità museali. Faccio una nota di contesto: la chiesa è un miracolo di trionfo e abbandono, gloriosità e fatiscenza, con epifanie barocche, zuccherose e quasi rococò e addensamenti, cadute, infiorescenze, inserimenti di travature metalliche contemporanee e struttura funzionali certamente sgraziate. Ciò che ho pensato rispetto all’intervento di Donzelli ha a che fare con la meraviglia. Mi ha fatto tornare ai primi frequentatori della chiesa e allo stupore che le immagini dipinte dovevano suscitare su una popolazione tendenzialmente analfabeta, non abituata alla nostra esposizione alle immagini mediali, interattive e in movimento. Così, anche i lavori nel contesto di Donzelli agivano come intensificatori di quell’esperienza, trappole percettive che si inserivano sugli strati iconografici del passato per rilanciare questa idea immaginativa, produttiva e meravigliosa. Sto esagerando?

GL. No, niente affatto, anzi, mi sembra che tu abbia messo ben a fuoco la modalità con cui Donzelli si è approcciato ai luoghi in questa occasione. È come se il suo lavoro fosse lì da sempre. Talvolta si tratta solo di una sottolineatura discreta, come avviene all’interno del Museo Diocesano con i due lavori in oro posti dietro la statua della Vergine Annunziata. Altre volte, invece, come nel caso dell’installazione con gli arazzi palindromi a forma di pozzo nel tempietto, disposti su una superficie specchiante, l’artista si spinge fino al ribaltamento dello spazio, non solo in chiave ludico-illusionistica, ma soprattutto storico-simbolica, considerando che il tempietto è stato costruito proprio sopra un pozzo, il che crea un cortocircuito in cui, però, è impossibile cogliere l’interezza. C’è sempre qualcosa di sfuggente che si sottrae, rendendosi ineffabile.

Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana

GS. Arazzi palindromi è decisamente una bella immagine. Sì, forse, visto che citi gli interventi al Museo Diocesano, varrebbe la pena sottolineare come i lavori di Donzelli, in quel caso, in una maniera più unica che rara nelle installazioni contemporanee, hanno deciso di fare da sfondo rispetto a sculture medievali. La Vergine Annunziata e un altro Santo che ora non ricordo. Le opere della serie O e i disegni di varia provenienza, si accostavano e sovrapponevano, semplicemente per dare una coreografia alla situazione che era realmente da vedere. Penso ci sia un discorso sui margini e sulla decorazione, sulle periferie dei linguaggi, che trovo molto importante. Non a caso nel Tempietto romanico di Santa Croce mi sono perso a osservare le decorazioni di finto marmo e le texture aniconiche che corredavano le pareti. Linguaggi atemporali (e laterali) che mettono in crisi le scansioni progressive della storiografia e che hanno molti aspetti in comune con lavoro di Donzelli credo. Quale pensi fosse la parte meglio riuscita? O c’è qualcosa che non ti ha convinto?

GL. Nel suo insieme, ho apprezzato molto la mostra e la varietà di elementi che riesce a mettere in gioco. Ho trovato che l’artista si sia messo all’opera con grande generosità, regalando a chi la visita molteplici chiavi di lettura che trovano la loro matrice comune nel disegno. Tale linguaggio ha una presenza rilevante nell’esposizione: sia nei piccoli lavori custoditi nelle due teche della Ex Chiesa di San Michele all’Arco, che meritano un’osservazione attenta, sia nei grandi lavori su carta presentati all’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti. Qui, per volere del curatore Giovanni Berera, le opere sono esposte come se ci trovassimo all’interno dello studio dell’artista, fissate ai supporti con dei morsetti, una modalità diversa da quella solitamente adottata da Maurizio. Nell’ottica delle variabili che questa mostra mette in atto, ho trovato il secondo intervento all’interno del Museo Diocesano, quello in cui i disegni sono calamitati attorno a una statua di Santo, meno efficace, a mio parere, rispetto a quello realizzato con i due dipinti della serie O vicino alla statua della Vergine, che mi è sembrato più incisivo. Secondo te, invece, qual è la parte più riuscita o quella che ti ha convinto meno?

GS. In generale, era tutto funzionale a un pensiero percettivo ampio, stratificato e variegato. Trasversalmente, direi che è proprio l’idea di disegno a essere stata vincente. Mezzo povero e per molti versi immediato, in grado di tradurre un’urgenza costruttiva molto semplice, basilare, umana, attraverso cui però sviluppare una ricerca sofisticata e ricca. Credo che questa concezione del disegno, al tempo stesso linguaggio primario e complessissimo riesce a trasferirsi anche nelle realizzazioni che oggettivamente hanno un gradiente di processualità costruttiva più alto (arazzi, dipinti, Lux drawing, ad esempio). Se devo essere sincero, ho vibrato meno nell’installazione “a pozzo” del tempietto, ma forse perché si trattava di una modalità per me inedita nel percorso di Donzelli. Detto questo, vorrei sottolineare il mio essere partigiano per queste ricerche apparentemente senza tema e per la nobiltà di queste forme di decorazione. Pensi ci sia ancora spazio per un’arte non limitata a essere didascalia del reale?

Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana
Allestimenti della mostra Atlante di Maurizio Donzelli. Foto: Clara Mammana

GL. “Le libertà espressive sono di chi se le prende. Quando non c’è lo spazio se ne può inventare un altro. Il metodo per inventarlo è già quasi il nuovo spazio”. Credo che questa affermazione di Giulio Turcato risponda perfettamente alla tua domanda; inoltre, mi sembra molto pertinente alla mostra di Maurizio e, in particolare, all’ultima installazione nell’area archeologica sotto il Duomo di Bergamo. Si tratta di una variazione del lavoro presentato qualche anno fa da Massimo Minini, Immaginale. L’opera si presenta come un’iconostasi e mette chiaramente l’accento sulla dimensione del sacro, aggiungendo quindi un’ulteriore mappa, o percorso possibile, al ricco Atlante disegnato dall’artista.

Dalla mostra sono completamente assenti i Mirrors, forse il lavoro che più identifica la ricerca di Donzelli. Credo che questa scelta giovi all’esposizione, aprendo, per sottrazione, a uno sguardo altro o, per dirla con Turcato, a nuove invenzioni o reinvenzioni di spazi.

GS. Mirrors che per loro stessa natura sono dispositivi che aprono spazi, sguardi e immagini e dove la realtà non può darsi che come molteplice, non-univoca. È paradossale che questo stesso pensiero si possa ottenere con altri medium apparentemente più statici. Penso poi che, spesso, l’espressione più iconica di un artista – come sono i Mirrors per Donzelli – rischi di essere anche un recinto o un’etichetta rispetto alle aspettative del pubblico. Sono quindi contento che ci sia stata questa occasione di poter esprimere potenzialità poetiche apparentemente alternative, con ancora grandi margini di visibilità e sviluppo.



Gabriele Landi

L'autore di questo articolo: Gabriele Landi

Gabriele Landi (Schaerbeek, Belgio, 1971), è un artista che lavora da tempo su una raffinata ricerca che indaga le forme dell'astrazione geometrica, sempre però con richiami alla realtà che lo circonda. Si occupa inoltre di didattica dell'arte moderna e contemporanea. Ha creato un format, Parola d'Artista, attraverso il quale approfondisce, con interviste e focus, il lavoro di suoi colleghi artisti e di critici. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Milano, vive e lavora in provincia di La Spezia.



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