Chiara Camoni al Padiglione Italia, il rito dell'incontro nell'epoca della saturazione


Com’è il Padiglione Italia di Chiara Camoni alla Biennale di Venezia 2026? Archeologia immaginaria, comunità e pratiche condivise: “Con te con tutto” costruisce un paesaggio evocativo di notevole intensità poetica e che rischia però archeologismo e sovraccarico. La recensione di Federico Giannini.

Un senso di tacito e calcolato disordine governa la mostra di Chiara Camoni al Padiglione Italia. È l’impressione che accomuna ogni visitatore appena entrato nelle Tese delle Vergini per mettere alla prova Con te con tutto, una “chiamata a raduno”, come ha inteso pensarla la sua curatrice, Cecilia Canziani, “un invito a costruire un diverso modo di stare al mondo attraverso l’incontro e la condivisione con le altre forme di vita”. È un incontro avventizio, confuso, caotico, inconsapevole, unilaterale, ma è comunque un incontro, ed è già qualcosa: si percepisce, quanto meno, una forte consonanza col tema di questa Biennale di Venezia, col suo immaginario, con le pratiche che Koyo Kouoh ha cercato di far emergere nella mostra internazionale. Indotti al silenzio dalla forza delle sculture che Chiara Camoni ha raccolto nella prima delle due Tese, i visitatori camminano entro un paesaggio archeologico, s’aggirano tra le divinità madri convocate da quest’artista elegante, da questa tenace bricoleuse che ha la capacità di vedere l’anima degli alberi, della terra, dei fiori, dei boschi, delle montagne. In un articolo pubblicato due anni fa su Art e Dossier, Cristina Baldacci ha ricordato che Chiara Camoni è solita svegliarsi al mattino presto per concedersi lunghe passeggiate tra le selve delle Apuane, dove vive e lavora, e raccogliere i materiali organici, erbe, legni, pietre, terricci, foglie che poi usa per assemblare le sue sculture. Queste sue sorelle ideali (Sister ha chiamato alcune delle opere nate da questo accumulo fecondo) discendono da un genere d’incontro che l’artista cerca, con ostinato mestiere, di riprodurre in tutte le sue mostre. Caratteristica fondamentale del suo lavoro, “che allude all’arte come sorellanza”, dice ancora Baldacci, “è il fare insieme, pratica che Camoni avvia fin da subito, nel 2001, quando si mette a disegnare con la nonna quasi novantenne, mentre lei non ha ancora trent’anni”. Non parliamo dunque di sovrastrutture curatoriali, come spesso accade (non che questa mostra se ne allontani: Cecilia Canziani ha costruito un’impalcatura filosofica solenne che pesca da tutto un sacrario di filosofia femminista, dall’immancabile Donna Haraway a Chiara Zamboni, da Karen Barad a Silvia Federici, anche se i riferimenti non scalfiscono la crosta). No: quella di Chiara Camoni è pratica esistenziale. Una pratica che peraltro, si potrebbe azzardare, si colloca al confine tra scultura e performance, una pratica che ha bisogno d’un pubblico che si faccia elemento stesso dell’opera, dacché la poesia di questo Padiglione Italia scaturisce anzitutto da quel che si sente più che da quel che si vede. E forse, si penserà, è questo anche il rischio d’una mostra immersa nelle cavità profonde d’uno scavo archeologico che ci richiama, certo, a una ritualità ancestrale, alle origini d’una festa, a una celebrazione che tratta con le divinità e coi morti, incutendo persino un poco di timore, ma alla fine arriva ad accogliere e a rassicurare dopo aver intimidito, come se questa discesa nelle oscurità d’una civiltà lontana e pagana (e, anche qui: è già qualcosa) somigliasse piuttosto a un ritorno a casa. Del resto, si dirà, ci si muove nel territorio di quel ricorso all’evocazione archeologica ch’è il fondamento di tanta arte contemporanea italiana, e non solo italiana, e ogni tensione finisce per esser risolta in un immaginario riconoscibile.

Le opere di Chiara Camoni hanno un lignaggio nobile, del resto, e dipendono da quella linea della scultura italiana ed europea che, almeno dalla metà del secolo scorso, s’è misurata con l’impossibilità di serbare un’idea tradizionale di rappresentazione dell’essere umano: pensando a una possibile genealogia, occorre tornare a quegli scultori (Marini, Martini, in certa misura Giacometti e Campigli quando passava dalle due alle tre dimensioni) che manifestarono un interesse sincero per le forme arcaiche, per l’idea d’una figura umana concepita anzitutto come presenza simbolica, per una modellazione che non intendeva adombrare elementi del processo, per un rapporto forte con la plastica dell’antichità, a cominciare anzitutto da quella etrusca. Marino Marini diceva d’essere un etrusco (per lui si trattava di qualcosa più che d’una parentela: si sentiva proprio un antico), e Chiara Camoni potrebbe ribadire, qualora non l’abbia già fatto, una simile rivendicazione d’antichità. Si può proseguire, in questo tentativo di scovare i riferimenti, con quegli artisti delle generazioni successive che hanno esteso il ragionamento immaginando la scultura quasi come presenza corale, come elemento d’un ambiente o d’un gruppo, come oggetto passibile di contaminazioni (vengono in mente Mimmo Paladino, Antony Gormley, Magdalena Abakanowicz). Le sculture di Chiara Camoni son figlie di questa linea e d’un altro ramo, che giunge da un’arte prettamente femminile con rimandi all’arte popolare, alle pratiche collettive, all’autorialità condivisa, all’incontro con la comunità, alle culture tradizionali (si pensi, dunque, a Maria Lai, a Marisa Merz, oppure, per certi versi, specie per la rilevanza attribuita al lavoro manuale e per il rapporto con la materia, anche a Nedda Guidi o ad Anna Maria Maiolino).

Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
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Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
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Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
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Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026

S’è detto, dunque, che la mostra appare come un paesaggio archeologico, di quelli però che il visitatore della Biennale è abituato a vedere più dentro un capannone che dentro una selva dove duemila anni fa si officiavano riti pagani. Le Sister, le Colonne, i Daimon sembrano affiorare, si potrebbe pensare, da un deposito comune, riconoscibile, appartengono a una specie di repertorio di fossili contemporanei, ai prodotti di quella famiglia d’artisti che lavorano con argilla, ceramica, materiali naturali, che mantengono visibili i processi, evitano i virtuosismi, producono figure che paiono sgorgare dalla materia (vengono in mente, per esempio, scultori come Mark Manders, Rebecca Warren, Ali Cherri, e giusto per tenersi sui nomi più noti), a un territorio che Chiara Camoni abita con spontaneità e coerenza. Il pericolo del déjà vu appare tuttavia compensato dal vigore evocativo delle sue sculture, fresche e impassibili korai d’erba e di terracotta, selvagge e inquietanti, primitive e spoglie abitanti d’un mondo sporco e in dissoluzione che l’artista cerca angosciosamente di tenere in vita, divinità che cercano una comunanza coi mortali, che cercano d’avvicinarsi a noi nell’intelligente artificio d’ombre delle statue, folgorante intuizione di Chiara Camoni, ombre che s’intrecciano, si sovrappongono, si mescolano a quelle dei visitatori. Eppure si fatica a reprimere il pensiero che la mostra cammini lungo un tracciato di rasserenante mansuetudine, fatto di reliquie già interpretate, d’archeologismo, d’immaginari rituali codificati, d’una certa prevedibilità nei simboli, nel lessico, nell’atmosfera: il rito, la natura, la comunità, la femminilità ancestrale e archetipica, l’incontro, la pratica partecipativa, la spiritualità non confessionale, la sapienza artigianale. Allora, la sezione più persuasiva della mostra finisce forse per esser quella allestita nella seconda tesa, ovvero la meno applaudita, forse perché meno incline alla compiacenza, e quindi capace di concedersi il lusso di rischiare qualcosa in più, dacché meglio disposta ad attivare, soprattutto per tramite del riuso, quel senso di comunità e d’incontro di cui il progetto vuol farsi latore (riuso che, peraltro, abbonda anche nelle sculture della prima tesa: una delle Sister di Chiara Camoni reca curiosamente due patere in ceramica che sono, in realtà, due piatti di Fausto Melotti, riutilizzati per l’occasione).

In questo secondo spazio la mostra intende opporre, s’intuisce dagli statement, la dimensione umana a quella spirituale e ancestrale del primo, e per farlo stabilisce d’inventare, leggiamo, “un mondo in costruzione composto di elementi naturali, artefatti e oggetti riciclati che proseguono e ampliano la riflessione dell’artista sulla materia”. Camoni risolve questo tentativo di fabbricazione d’una proposta architettonica che dia concretezza fisica all’idea d’incontro con un ambiente in cui un campionario di mobilia esausta, di forme elementari, di paraventi decorati, di parallelepipedi sdraiati si fa dimora temporanea (così par d’intuire dai titoli delle opere, di quest’essenziali strutture architettoniche: Casetta, Tenda, Panca, Tavolino con vasetti e via dicendo), “punteggiatura di opere” (così all’artista piace pensarlo), di una serie di lavori d’artisti del passato e del presente (così dunque continua il sostanziale, meditativo, materico anacronismo della prima tesa), da Alberto Martini a Marisa Merz, da Fausto Melotti a Luca Bertolo, da Felice Casorati ad Alessandra Spranzi, da Luciano Fabro a Bettina Buck e diversi altri artisti con cui Chiara Camoni, è facile immaginare, trova risonanze, affinità, sintonie, vicinanza, connessioni, accordi, riverberi assortiti. La seconda tesa è una casa, dunque, ma è anche una piazza, dacché una sezione di questo enorme, dispersivo, caotico ambiente accoglie delle sedute dove il pubblico sosta e si gira verso la porta spalancata sul giardino, espediente immaginato per trovare un facile legante nella dimensione del tempo, che interviene nel discorso di Chiara Camoni coi suoi abiti vegetali che cambiano al passare dei giorni, delle settimane e delle stagioni.

È dunque questo spazio una sorta di traslazione concreta del pensiero dell’artista, del suo fare, oltre che delle tonalità intime e relazionali della sua pratica: la citazione e il reimpiego sono pertanto gli strumenti con cui Chiara Camoni officia questa sua liturgia dell’incontro, convocazioni temporanee di materiale già vissuto e di materiale nuovo, di materiale suo e di materiale d’altri, di materiale che mai s’è trovato assieme e dal cui accostamento posson nascere nuove parentele. L’incontro apparentemente casuale degli oggetti sottende allora un’idea d’affratellamento momentaneo, di vicinanza nel caos e nella casualità che, si può immaginare, dagli oggetti dovrebbe trasmettersi ai visitatori e, più in generale, a tutto quello che vive fuori da questo padiglione (si coglie qui più che altrove quella “condivisione con le altre forme di vita” di cui parla la curatrice Canziani). Viene in mente, con un parallelo forse azzardato ma che può render l’idea, Lucio Fontana che con le sue Attese voleva invitare il riguardante a sprofondare dentro quello che lo circonda, ad avventurarsi nel reale. Solo che, invece che coi tagli, Chiara Camoni opera con la materia, con la co-creazione, con l’invocazione al femminile, con la complicità fra pubblico e artista, col citazionismo, con la compresenza d’umano e sacro.

Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
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Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
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Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026
Con te con tutto, il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026

Il valore di Con te con tutto dipende allora più dalla pratica concreta che dalle cornici teoriche, più dall’affastellamento in grado di generare un lavoro fondamentalmente coerente che dalle giustificazioni filosofiche: il rischio, tuttavia, è parlare d’intimità e d’incontro in un contesto come quello della Biennale, ch’è per sua natura superficiale, ostile, inospitale, sfiancante, stancante, ch’è un luogo che genera saturazione più che relazione e dove ogni tentativo di rallentamento pare debba esser condannato a dissolversi in un’elaborata estraneità. Valeva lo stesso per il Padiglione Italia di due anni fa, quando Massimo Bartolini invitava il suo pubblico all’ascolto (per inciso, si potrebbe aggiungere che, come la mostra di Bartolini era una sorta di riedizione della sua personale al Pecci di Prato dell’anno prima, così il Padiglione Italia di Chiara Camoni potrebbe essere a sua volta una riedizione della sua personale all’HangarBicocca, sebbene stavolta la dipendenza non sia così marcata): allora si pretendeva concentrazione, adesso si pretende contatto. E dopo esser rimasti per qualche tempo dentro il Padiglione, si ha quasi la sensazione che quel senso di calcolato disordine cominci a prevalere, a prevaricare, a soffocare il visitatore in una cacofonia che respinge più di quanto accolga (non manca neppure il momento della danza, quando sopraggiungono i performer a inscenare una sorta di prevedibile e gratuita coreografia alla Tino Sehgal in mezzo agli assemblaggi di Chiara Camoni): viene allora naturale domandarsi se quella “moltiplicazione” di letture, voci e presenze cercata dall’artista ed evocata dalla curatrice non si sia spinta troppo oltre e non finisca per riassumere più le qualità dell’accozzaglia che quelle della pluralità.

Esiste tuttavia una coerenza profonda, sebbene non immediatamente riconoscibile (o almeno così è parso d’intendere rimanendo ad ascoltare per un po’ i commenti di quanti hanno avvertito una sorta di iato tra la prima e la seconda parte della mostra), che lega la Chiara Camoni sciamana alla Chiara Camoni costruttrice d’ambienti (cosa sono, del resto, le Sister e le Colonne se non sculture in forma d’elementi architettonici? Ma si potrebbero rinvenire altre persistenze), ed è probabilmente in questa continuità che occorre trovare l’inatteso, lo spiazzante, il perturbante, ovvero quelle qualità che, paradossalmente, dovrebbero facilitare l’incontro. Quando si esce dal Padiglione Italia, la Biennale di Venezia ricomincia, con tutto il suo flusso, tutto il suo repertorio.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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