La nota - rubrica a cura di Ambra Grieco
Decima puntata: Il Porcellino di Pietro Tacca
È una delle opere più famose di Pietro Tacca l'argomento dell'approfondimento di Ambra sull'artista carrarese. Con la solita
raffinatezza, Ambra ci fa scoprire una scultura che non è nota solo per il suo grande valore artistico, ma anche per ciò che
per decenni ha significato (e continua a significare) per i fiorentini e per chi visita Firenze.
Grandi occhi, folta pelliccia e zampe possenti: è forse un animale pericoloso? Tutt'altro...
Ormai tutti i fiorentini lo sanno, il famoso porcellino bronzeo è portatore di immensa
fortuna.
Vicino Ponte Vecchio, al centro della Loggia del Mercato Nuovo, ecco che appare agli
occhi dei visitatori una meravigliosa fontana, caratterizzata dalla presenza di un
inconsueto animale in bronzo secentesco a dimensioni naturali.
Un bellissimo esemplare di cinghiale, ma da tutti chiamato "Il Porcellino", opera famosa
del grande scultore italiano Pietro Tacca, massimo esponente del barocco toscano.
Proprio lì, dove un tempo venivano depositate e vendute sete ed oggetti preziosi, oggi è
possibile ammirare quest'opera curiosa il cui originale impreziosisce tutt'oggi una delle
più belle sale del Museo Bardini a Firenze.
Ma l'idea di realizzare una scultura così inconsueta nacque dalla mente geniale dell'artista
toscano?
Quando nel 1560 papa Pio IV donò a Cosimo I de' Medici una copia romana di un
originale ellenistico raffigurante proprio tale soggetto, probabilmente gli occhi del nostro
artista poterono ammirare tale splendore antico ed idearne una copia bronzea a sua
immagine e somiglianza, sotto la commissione di Cosimo II de' Medici.
E fu così, che nel Granducato Mediceo l'opera divenne molto famosa ed apprezzata
soprattutto per la ricercatezza nella realizzazione dei dettagli naturalistici, tanto che
Ferdinando I de' Medici decise di trasformare l'opera in una splendida fontana per
decorare la Loggia del Mercato, ma soprattutto dissetare i mercanti che vi
commerciavano.
Acqua preziosissima, sgorgante dalla bocca del porcellino, collocato in un ambiente
naturalistico fatto di anfibi, molluschi e rettili di esaltante veridicità, scolpiti dall'artista
per completare l'opera.
E ben presto, intorno a tale meraviglia nacque la fama del buon auspicio, da quando un
barrocciaio che tutte le mattine accarezzando il muso dell'animale, gettava nella fontana
una monetina per augurarsi una giornata di cospicua vendita.
Quel quotidiano gesto propiziatorio fu subito imitato dai fiorentini e dai turisti ben
consapevoli però, che se la monetina inserita nella bocca dell'animale non fosse riuscita
ad oltrepassare la grata dove scorre l'acqua, la fortuna non li avrebbe baciati.
Lungo è lo scorrere del tempo e curioso è notare, come le numerose manifestazioni d'affetto
ricevute per decenni, abbiano consumato il muso e le zampe posteriori
dell'animale, sottoposte alle infinite carezze degli ammiratori, tanto da assumere da alcuni
anni lo scintillante colore dell'oro, contrastante con la patina antica del resto del corpo.
Selvatico animale cacciato dall'uomo fin dall'antichità è così entrato a far parte della
storia dell'uomo, che nei secoli lo ha celebrato con rappresentazioni rituali e simboliche.
Sacro per i celti che lo consideravano rappresentazione della forza divina allo stato
selvaggio. Simbolo della forza creatrice che pone fine al caos originale in India e nelle
culture mediterranee, identificato con la Morte per il colore scuro e le abitudini notturne:
ucciderlo significava sconfiggere l’Oltretomba. Nel mondo greco, fin da Omero, era il
simbolo del coraggio virile, dell’indomabile ferocia e dell’audacia propria del guerriero.
Per questo i Greci, come spiega lo storico Senofonte, consideravano la caccia al
cinghiale, un allenamento fondamentale per educare i giovani alla guerra. Gli Etruschi lo
ritenevano a diretto contatto con le divinità infernali: lo cacciavano di notte o all’alba,
con cani feroci al suono dei flauti. Per i Greci era il kapros ed infine per per i Latini il
tuscus apes.
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