Parte oggi, 9 maggio 2026, l’edizione numero 61 della Biennale Arte di Venezia, che si protrarrà fino al 22 novembre 2026. Il progetto In Minor Keys, ideato dalla direttrice Koyo Kouoh prima della sua scomparsa nel maggio 2025, è stato portato a compimento dal suo team per onorarne la memoria e la pratica curatoriale fondata sulle relazioni e l’apertura all’imprevisto. Alla mostra internazionale si affiancano, quest’anno, circa 100 padiglioni nazionali: la redazione di Finestre sull’Arte, trasferitasi in parte a Venezia per l’occasione, nei giorni dell’anteprima per stampa e operatori di settore ha percorso gli spazi dei Giardini, dell’Arsenale e del centro storico per restituirvi una prima selezione di ciò che questa edizione, un’edizione meno brillante rispetto ad altre almeno per quel che riguarda la qualità proposta dai padiglioni nazionali, offre di più significativo tra le varie partecipazioni. Non è una selezione approfondita, né tanto meno una recensione: può essere però considerata un elenco di padiglioni senza vedere i quali la visita alla mostra sarebbe probabilmente incompleta. Se siete in cerca di spunti e suggerimenti sui padiglioni nazionali da cui cominciare la visita, allora forse questa lista potrebbe fare al caso vostro. Ve li proponiamo di seguito, in ordine alfabetico.
Al padiglione dell’Arabia Saudita, Dana Awartani, che è tra i principali nomi di questa Biennale di Venezia, presenta Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre, un’installazione monumentale composta da oltre 29.000 mattoni d’argilla. L’opera a pavimento si ispira ai motivi dei mosaici arabi legati a siti culturali millenari oggi minacciati da conflitti. Ogni mattone è stato prodotto artigianalmente con argille di diversi colori naturali provenienti da tutto il Regno, cotte sotto il sole di Riad. La scelta radicale di non usare leganti fa sì che nel tempo appaiano delle crepe, simbolo della fragilità del patrimonio materiale e del pericolo dell’oblio culturale. Il visitatore è invitato ad attraversare questo sito archeologico immaginario, comprendendo che la cura e la riparazione di ciò che è andato perduto richiedono lo sforzo congiunto di “più mani” e una co-creazione che attraversa le generazioni. Le pietre non sono mai solo tali quando si trovano tra le rovine. Non è sicuramente il progetto più originale (anche Dana Awartani non fa a meno di scavare nell’immaginario archeologico, come tantissimi artisti oggigiorno), ma è tra i più interessanti e meglio allestiti.
A Palazzo Bollani, il padiglione dell’Etiopia presenta Shapes of Silence, dove l’artista Tegene Kunbi esplora il silenzio non come vuoto, ma come condizione sociale e politica densa di significati. Kunbi, che è un pittore, utilizza la pittura come un archivio stratificato, integrando tessuti lavorati a mano dalla madre, stoffe industriali e paramenti sacri per rappresentare la diversità culturale del suo Paese. In Etiopia, il silenzio è una virtù ambivalente: può indicare saggezza o portare all’esclusione. Le opere di Kunbi, in linea con le “tonalità minori” della Biennale, danno forma materiale a voci marginali e narrazioni sommerse, resistendo alla traduzione immediata in parole. L’astrazione diventa così, nell’idea dell’artista, una pratica di resilienza, un modo per invitare gradualmente il mondo a entrare nella tela attraverso strati di materia e colore che richiamano la terra, la vegetazione e il cielo etiope.
L’architetto e artista Andreas Angelidakis trasforma il Padiglione della Grecia in un ambiente immersivo intitolato Escape Room, che reimmagina la caverna platonica nell’era della post-verità. L’installazione analizza la storia stessa dell’edificio, inaugurato nel 1934, anno segnato dall’incontro a Venezia tra Hitler e Mussolini e dall’inizio delle persecuzioni naziste. Angelidakis interpreta i padiglioni nazionali dei Giardini come “grotte coloniali e fasciste congelate”, nate per trasmettere agende politiche specifiche. Attraverso un linguaggio che fonde reale e virtuale, l’artista sfida il visitatore a fuggire non solo dalla stanza, ma dalla narrazione propagandistica e dai populismi nazionalisti. Il padiglione diventa una critica al nazionalismo ma non solo: ci si può leggere una critica anche alla “svendita” della Grecia operata dal turismo di massa e molto altro. Pare peraltro che i divani del padiglione siano molto comodi...
Il Padiglione dell’India, all’Arsenale, indaga il concetto di “casa” quando il luogo d’origine scompare o è lontano. Attraverso il lavoro di cinque artisti, il progetto Geographies of Distance, sicuramente uno dei più scenografici di questa Biennale, utilizza materiali tradizionali come suolo, fili e bambù per ricostruire memorie personali e collettive. Sumakshi Singh ricrea la casa demolita dei nonni a Delhi usando sottili fili bianchi che pendono nel vuoto, rendendo l’architettura solida un’apparizione spettrale fatta di ricami. Alwar Balasubramaniam presenta lavori in terra fratturata, dove le crepe naturali create dall’evaporazione diventano simboli di separazione e resilienza. Ranjani Shettar propone sculture ispirate alla flora che sembrano sfidare la gravità, mentre Skarma Sonam Tashi evoca le case del Ladakh in fragile cartapesta. Asim Waqif, infine, utilizza impalcature di bambù per riflettere sull’instabilità dell’urbanizzazione contemporanea.
In collaborazione con la Scuola Internazionale di Grafica, l’Indonesia trasforma il suo padiglione in un laboratorio vivente dove sette artisti di diverse generazioni hanno creato opere in loco. Il progetto Printing the Unprinted si ispira a un manoscritto del XV secolo che documenta un epico viaggio immaginario di 14 anni da Sumatra a Venezia. Questa narrazione mette in discussione l’idea che l’esplorazione globale sia stata un’esclusiva europea, evidenziando le avanzate conoscenze marittime e astronomiche delle società del Sud-est asiatico. La stampa diventa un linguaggio condiviso per elaborare traumi storici e costruire resilienza. Gli artisti (Agus Suwage, Syarizal Pahlevi, Nurdian Ichsan, R.E. Hartanto, Theresia Agustina Sitompul, Mariam Sofrina e Rusyan Yasin) esplorano l’identità e la memoria collettiva attraverso tecniche che vanno dalla xilografia al disegno, cercando di “stampare l’inedito” della storia globale. Gli artisti hanno inoltre realizzato alcune opere insieme a giovani indonesiani provenienti da contesti disagiati, che hanno avuto l’opportunità di viaggiare dal loro paese a Venezia: sono esposte in un’apposita saletta del Padiglione. È di sicuro il Padiglione che ha lavorato meglio per far dialogare gli artisti col tessuto veneziano.
Il Padiglione Italia, ospitato alle Tese delle Vergini, accoglie il visitatore con Con te con tutto, un progetto di Chiara Camoni curato da Cecilia Canziani. Un progetto diviso in due metà nette: nel primo, sculture antropomorfe in ceramica, alte poco più di un essere umano, dialogano con il pubblico in una penombra che evoca un mondo ancestrale. Queste figure, chiamate Sister o Daimon, sono realizzate con argilla e arricchite da materiali naturali e scarti di plastica raccolti vicino allo studio dell’artista (un invito a trovare la bellezza anche in ciò che viene scartato). La seconda parte dell’esposizione è invece un’architettura domestica fatta di mobili ricombinati che ospitano dialoghi con opere di maestri del passato come Felice Casorati, Luciano Fabro, Fausto Melotti e Mario Merz, e artisti contemporanei (come Luca Bertolo, Franco Corradini, Alessandra Spranzi). La prima parte riuscita meglio della seconda, e molto in linea con quello che si vede alla mostra internazionale: nessun acuto da parte di Camoni che porta in Biennale un lavoro del tutto simile a quello presentato alla sua grande personale al Pirelli HangarBicocca, ma è comunque uno dei padiglioni di cui più si discuterà.
Il Padiglione della Lettonia all’Arsenale presenta Untamed Assembly—Backstage of Utopia, un dialogo tra il duo artistico MAREUNROL’S e lo stilista Bruno Birmanis. La mostra ripercorre l’eredità delle Untamed Fashion Assemblies, eventi sperimentali svoltisi a Riga negli anni Novanta in un clima di euforia post-sovietica e ricerca di libertà politica. L’allestimento è concepito come un backstage, uno spazio invisibile di preparazione e connessione umana, dove l’appendiabiti diventa architettura narrativa. Attraverso sculture tessili, filmati d’archivio e costumi che sfidano le norme sociali, il padiglione esplora come l’immaginazione collettiva possa fiorire nei momenti di transizione. Il corpo e l’abito sono strumenti per negoziare nuove identità in un centro d’avanguardia temporaneo che ha unito celebrità internazionali e studenti baltici. Lo segnaliamo perché in una Biennale che, nonostante tutto, è fortemente geopolitica, la dichiarazione degli artisti lettoni è forte e decisa.
Out of the Blue, I’m Swept Away è l’installazione multimediale di Siniša Radulović che contrappone una zona “sotterranea” claustrofobica a una superiore eterea e fluida. Nella parte bassa, la planimetria dello spazio vitale dell’artista si moltiplica in una griglia distopica abitata da replicanti asessuati, specchio della nostra alienazione sociale. Oltre questa superficie vitrea, lo spettatore incontra immagini in movimento di frammenti di corpi che vibrano in una luce paleoveneta, offrendo uno stato di deriva sensoriale. Radulović utilizza anche fotografie analogiche su lastre di vetro e suoni d’ambiente per creare un rifugio contro la proliferazione delle immagini digitali. Il progetto cerca di “ricucire” i registri della compressione e della dispersione, trovando il sublime nel transitorio, rappresentato dall’immagine tremolante di un ramo di ciliegio in fiore. Un lavoro di impatto.
La Repubblica di San Marino si affida all’artista nordirlandese Mark Francis per il progetto Sea of Sound, un’indagine sinestetica sul rapporto tra arte, suono e scienza. Le tele astratte di Francis, caratterizzate da bandature di colore, stese in maniera precisissima, quasi maniacale, che riflettono frequenze acustiche, sembrano “cantare” mentre lo sguardo dell’osservatore si sposta sulla superficie. Il padiglione include il film Listening Field, primo e per adesso unico lavoro in movimento dell’artista, realizzato per questa occasione, che immerge lo spettatore in un’atmosfera sonora priva di melodia ideata dal compositore Marco Genovesi. La ricerca di Francis rende visibile l’invisibile, captando i brusii e le basse frequenze che ci circondano costantemente, in perfetta risonanza con il tema delle “tonalità minori” di Kouoh. Le tre torri di San Marino diventano idealmente punti di ascolto privilegiato sopra questo vasto oceano di vibrazioni. Francis è tra i migliori pittori che si vedono in questa Biennale.
Oriol Vilanova trasforma il Padiglione spagnolo in un “anti-museo” provvisorio intitolato Los restos. L’opera, avvolgente, quasi capace di stordire il visitatore, si basa su un’accumulazione ossessiva di migliaia di cartoline raccolte dall’artista nei mercatini delle pulci nell’arco di vent’anni. Riassemblando queste immagini in un display privo di gerarchie e classificazioni tassonomiche, Vilanova attiva le cartoline come documenti instabili di una memoria che sfugge alla narrazione ufficiale. Il collezionare è inteso qui come un atto affettivo e duraturo che mette in discussione il valore istituzionale dell’oggetto. Il progetto si estende fuori dai Giardini con interventi performativi non annunciati, proponendo un’economia dell’attenzione alternativa fondata sulla contingenza e sulla cura dei frammenti del passato.
Per la sua seconda partecipazione alla Biennale, Timor Est presenta Across Words, un’esplorazione della memoria orale come forza generativa di una nazione giovane. Il padiglione riunisce artisti di diverse generazioni per mostrare come la coesione nazionale emerga non da una lingua unica, ma da una molteplicità di dialetti e dialetti ancestrali. Al cuore della mostra c’è Tais Don, un’opera tessile del 1994 di Verónica Pereira Maia che commemora le vittime del massacro del 1991 (quando 250 abitanti della capitale Dili vennero assassinati dalle truppe indonesiane: Timor Est all’epoca non era indipendente) attraverso una trascrizione fonetica dei loro nomi. Accanto a questo cimelio storico, le installazioni video e sonore dei giovani Etson Caminha e Juventino Madeira riflettono la trasformazione di una società post-conflitto che si protende verso la modernità. Uno dei pochi progetti che parla di colonialismo e di occupazione senza retorica.
Il progetto Security Guarantees del Padiglione Ucraina affronta il tema drammatico delle promesse tradite. Al centro della mostra campeggia The Origami Deer di Zhanna Kadyrova, una scultura che ricalca le pieghe di un cervo di carta ma è realizzata con materiali ben più pesanti. L’opera si trovava originariamente a Pokrovsk, sul sito di un ex aereo nucleare sovietico, ma è stata evacuata nel 2024 sotto il fuoco della guerra di aggressione della Russia. Sospesa da una gru nei Giardini della Biennale, la scultura simboleggia l’incertezza e lo spostamento forzato del popolo ucraino. La metafora è potente: come le garanzie del Memorandum di Budapest (con cui l’Ucraina rinunciò al nucleare) erano solo carta, così questo cervo fragile rappresenta la vulnerabilità di una nazione rimasta senza mezzi di difesa paritari. Un padiglione, dunque, diviso in due: ai Giardini si vede la scultura, all’Arsenale i video che documentano il suo viaggio, oltre a materiale informativo sulla guerra e sul Memorandum di Budapest.
Il Padiglione Zimbabwe presenta Second Nature | Manyonga, una riflessione sulla neuroplasticità e sulla capacità del cervello umano di riorganizzarsi di fronte alla tecnologia e alla crisi. Gli artisti coinvolti (Eva Raath, Felix Shumba, Franklyn Dzingai, Gideon Gomo e Pardon Mapondera) si chiedono cosa rimanga dell’umano quando la logica della macchina diventa “seconda natura”. Attraverso installazioni che esplorano la cultura digitale ma anche opere realizzate con media tradizionali (ci sentiamo di dire che l’enorme carta Wheel-telegram-east-window-line-145XV7-lower di Felix Shumba, sei metri di larghezza per quasi due di altezza, è tra le quattro-cinque migliori dell’intera Biennale), il progetto vuole essere una specie di interfaccia per percepire come i nostri riflessi e la nostra autonomia siano ormai intrecciati con i sistemi tecnologici.
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