Lampedusa, recuperati reperti archeologici dai fondali: al via gli studi


Operazione congiunta della Soprintendenza del mare e dell’Arma dei carabinieri nelle acque di Lampedusa. Recuperati 52 reperti databili tra la tarda età repubblicana romana e l’epoca tardoantica. Individuate anche possibili tracce di relitti sommersi.

I fondali di Lampedusa continuano a restituire importanti testimonianze del passato. Nell’ambito delle attività di tutela del patrimonio culturale sommerso, la Soprintendenza del mare della Regione Siciliana, in collaborazione con i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Palermo, il Nucleo carabinieri subacquei di Messina e la Motovedetta carabinieri di Lampedusa, ha portato a termine un’operazione di ricognizione e recupero archeologico che ha consentito di riportare alla luce numerosi reperti antichi destinati ora a essere studiati e catalogati. L’intervento si inserisce nelle attività di monitoraggio e salvaguardia del patrimonio custodito nei fondali dell’isola e ha riguardato due diverse aree marine, entrambe caratterizzate dalla presenza di materiali archeologici riconducibili a un ampio arco cronologico compreso tra la tarda età repubblicana romana e l’epoca tardoantica. Si tratta di testimonianze particolarmente significative per la ricostruzione delle rotte marittime e delle attività che nei secoli hanno interessato il Mediterraneo centrale, crocevia di traffici commerciali e culturali tra Europa, Africa e Oriente.

Le operazioni sono state avviate anche in considerazione delle condizioni in cui versavano alcuni dei reperti individuati. I materiali, infatti, risultavano in parte dissabbiati e collocati a profondità ridotte, una circostanza che li esponeva a un concreto rischio di depredazione. Il recupero si è quindi reso necessario per garantire la tutela dei beni e impedire possibili sottrazioni o danneggiamenti.

La prima area interessata dalle attività si trova nel tratto di mare antistante cala Guitgia, uno dei luoghi più conosciuti dell’isola. Qui gli archeologi e i militari impegnati nelle operazioni hanno lavorato a una distanza compresa tra i 100 e i 200 metri dalla costa, in un’area caratterizzata da fondali relativamente bassi, con profondità variabili tra i 3 e i 6 metri. In questo settore sono stati recuperati complessivamente 44 reperti archeologici. Tra i materiali rinvenuti figurano due anfore da trasporto parzialmente conservate, testimonianza delle intense attività commerciali che hanno interessato il Mediterraneo in epoca antica. Accanto a queste sono stati individuati numerosi frammenti appartenenti a colli, anse e puntali di anfore, elementi che potranno fornire indicazioni preziose sia sulla tipologia dei contenitori utilizzati sia sulle merci che viaggiavano lungo le antiche rotte marittime. Tra i reperti recuperati figura anche un manufatto in piombo che, secondo una prima valutazione, potrebbe essere stato utilizzato come peso da rete oppure come elemento collegato alle operazioni di recupero delle ancore. Anche questo oggetto sarà sottoposto ad approfondimenti specialistici per definirne con maggiore precisione funzione, cronologia e contesto di utilizzo.

I reperti recuperati a Lampedusa. Foto: Regione Siciliana
I reperti recuperati a Lampedusa. Foto: Regione Siciliana

Un secondo intervento è stato effettuato nei pressi della banchina del molo della Madonnina. In questo caso le operazioni si sono concentrate in un’area compresa tra i 10 e i 50 metri dalla struttura portuale, a profondità variabili tra gli 8 e i 10 metri. Anche qui il lavoro degli operatori ha consentito di individuare e recuperare materiali di notevole interesse archeologico. Complessivamente sono stati riportati in superficie otto reperti, tra cui tre anfore frammentarie, una contromarra in piombo, un frammento pertinente al puntale di un’anfora da trasporto e altri materiali ceramici.

Il bilancio complessivo dell’operazione parla quindi di 52 reperti recuperati nelle due aree monitorate. Si tratta di un patrimonio che sarà ora sottoposto alle procedure previste per la tutela dei beni archeologici, con attività di studio, catalogazione e conservazione affidate agli organismi competenti. L’importanza dell’intervento è stata sottolineata dall’assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato, che ha evidenziato il valore della collaborazione tra le diverse istituzioni coinvolte nelle attività di tutela del patrimonio culturale. “Questa operazione dimostra, ancora una volta, quanto sia importante la sinergia e collaborazione tra le istituzioni impegnate nelle operazioni di tutela del patrimonio culturale”, ha dichiarato. “Grazie ad attività come questa è possibile preservare e valorizzare le preziose testimonianze della nostra storia custodite nei fondali marini, restituendole alla fruizione e alla conoscenza della collettività”.

L’operazione, tuttavia, potrebbe rappresentare soltanto una prima fase di un’attività di ricerca destinata a proseguire nei prossimi mesi. Durante le ricognizioni subacquee, infatti, gli operatori hanno individuato sotto lo strato sabbioso alcune possibili evidenze riconducibili a strutture appartenenti a relitti sommersi. Si tratta di segnali che potrebbero aprire nuove prospettive di studio e approfondimento per gli archeologi impegnati nella ricostruzione della storia marittima dell’area. Le anomalie individuate saranno oggetto di ulteriori verifiche da parte della Soprintendenza del mare, che dovrà accertarne la natura e valutarne l’eventuale interesse archeologico.

I reperti recuperati a Lampedusa. Foto: Regione Siciliana
I reperti recuperati a Lampedusa. Foto: Regione Siciliana
I reperti recuperati a Lampedusa. Foto: Regione Siciliana
I reperti recuperati a Lampedusa. Foto: Regione Siciliana

Qualora gli approfondimenti confermassero la presenza di relitti antichi, si aprirebbe uno scenario di particolare rilevanza scientifica. I relitti rappresentano infatti autentici archivi del passato, capaci di fornire informazioni dettagliate sui traffici commerciali, sulle tecniche di navigazione e sulla vita economica delle comunità che attraversavano il Mediterraneo nei secoli dell’antichità. Lampedusa, del resto, occupa da sempre una posizione strategica al centro delle rotte marittime mediterranee e proprio questa collocazione geografica ha favorito nel tempo il passaggio di navi, merci e uomini provenienti da differenti aree del bacino. Non sorprende quindi che i suoi fondali custodiscano testimonianze archeologiche di grande interesse, spesso emerse nel corso di attività di ricerca e monitoraggio promosse dagli enti preposti alla tutela del patrimonio culturale sommerso.

Negli ultimi anni la Regione Siciliana, attraverso la Soprintendenza del mare, ha intensificato le attività di censimento, documentazione e recupero dei beni archeologici presenti nei fondali dell’isola e delle altre aree costiere siciliane. L’obiettivo è duplice: da un lato proteggere un patrimonio particolarmente esposto a fenomeni di degrado naturale e a possibili azioni illecite, dall’altro ampliare le conoscenze storiche e scientifiche legate alla presenza umana nel Mediterraneo.




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