Un gruppo di artisti, operatori culturali e organizzazioni attive in Somalia ha diffuso, attraverso la Somali Arts Foundation, una presa di posizione collettiva in vista della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, protestando contro le modalità di realizzazione del Padiglione della Somalia. La Repubblica Federale della Somalia partecipa per la prima volta quest’anno alla Biennale di Venezia e lo farà con una mostra intitolata SADDEXLEEY (sa-DEH-ley), in cui verranno esposti i lavori di Ayan Farah, Asmaa Jama e Warsan Shire. Le tre artiste cercheranno di esplorare memoria ed eredità attraverso il tessuto, la poesia e il linguaggio filmico (ne abbiamo parlato qua).
Gli artisti somali, tuttavia, attraverso il comunicato diramato tramite Somali Arts Foundation, esprimono “profonda delusione e preoccupazione” per un progetto che, secondo i firmatari, avrebbe dovuto rappresentare un momento significativo di espressione culturale nazionale ma che si è invece configurato come un’iniziativa gestita principalmente da figure della diaspora somala in collaborazione con partner europei. Al centro della critica vi è infatti la composizione stessa del Padiglione, che presenta esclusivamente il lavoro di tre artisti della diaspora non residenti in Somalia. Una scelta che, secondo i firmatari, esclude completamente gli artisti e le organizzazioni culturali attive sul territorio nazionale, i quali non sarebbero stati né consultati né coinvolti in modo significativo nel processo curatoriale.
La questione sollevata dagli artisti somali non riguarda il ruolo della diaspora, che viene esplicitamente riconosciuto come fondamentale nel sostenere il Paese nel corso degli anni (il contributo delle comunità somale all’estero viene definito “reale e prezioso”): il nodo centrale rimane infatti la mancanza di un dialogo strutturato con chi opera quotidianamente in Somalia, spesso in condizioni difficili e con risorse limitate, per mantenere viva la scena artistica locale.
Il Padiglione nazionale alla Biennale di Venezia rappresenta una delle piattaforme culturali più rilevanti a livello globale. In questo contesto, sottolineano i firmatari, questa presenza comporta una responsabilità precisa: quella di riflettere la complessità e la pluralità della vita artistica di un Paese. Per la Somalia, impegnata da anni in un processo di ricostruzione culturale dopo decenni di conflitto, questa responsabilità assume un peso ancora maggiore. “Il settore artistico in Somalia”, scrivono i firmatari, “è stato ricostruito grazie all’impegno di artisti, operatori culturali, istituzioni indipendenti, collettivi e organizzatori che lavorano in condizioni straordinariamente difficili, spesso con scarso o nullo supporto istituzionale e quasi senza alcun finanziamento da parte del governo. È quindi profondamente deludente che, di fronte a un’opportunità così importante per la rappresentazione culturale, coloro che hanno contribuito a mantenere viva la vita artistica in Somalia siano stati messi da parte. Un padiglione nazionale non dovrebbe essere considerato un’opportunità privata, né una piattaforma plasmata attraverso processi opachi o selettivi. Questo padiglione non rispecchia la realtà vissuta dagli artisti e dalle organizzazioni che operano in Somalia. È stata un’occasione persa per onorare coloro che stanno ricostruendo il settore e per costruire un ponte significativo tra gli artisti che vivono in Somalia e la diaspora”.
La dichiarazione si conclude con una presa di posizione netta: il Padiglione attuale “non ci rappresenta”, scrivono i firmatari, né rappresenta il loro lavoro né le condizioni in cui esso si sviluppa. Da qui la richiesta di un cambio di approccio per il futuro, fondato su criteri di trasparenza, consultazione e coinvolgimento reale degli artisti, dei curatori e delle organizzazioni attive in Somalia.
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