La spiritualità visibile degli Etruschi. Dove il gesto tocca il divino


Nel mondo etrusco nulla era casuale: ogni segno era un messaggio divino. Attraverso figure come Tagete e Vegoia, oggetti rituali e testi sacri, emerge una visione del reale come trama sacra da interpretare, dove cielo e terra dialogano continuamente. Un approfondimento sulla spiritualità visibile degli etruschi.

Nel mondo etrusco, il divino passava attraverso il dettaglio. Ogni anomalia nel cielo, ogni variazione nel corpo animale, ogni vibrazione della terra portava un messaggio. Il sacerdote non pronunciava dogmi, ma leggeva il mondo. Il suo sguardo scorreva sulle viscere come se fosse sulle linee del cielo, e l’ordine delle cose gli si rivelava per contatto.

Tagete, emerso dal solco della terra, aveva donato agli uomini il sapere. La tradizione lo presenta come un fanciullo veggente, apparso nei pressi di Tarquinia mentre un contadino tracciava un solco più profondo nell’aratura. Cicerone, nel De Divinatione, racconta come l’intero popolo etrusco accorse per ascoltare la voce di questo giovane essere dalla sapienza antica, capace di enunciare con chiarezza i precetti della disciplina aruspicina, poi trascritti e conservati nei testi sacri. “Si narra che un certo Tagete nel territorio di Tarquinia apparve improvvisamente mentre la terra veniva arata, nel momento in cui fu impresso un solco più profondo, e che rivolse la parola a colui che arava. Come è scritto nei libri degli etruschi, questo Tagete si dice che avesse l’aspetto di un bambino ma la saggezza di un vecchio. Poiché il contadino, stupito dalla sua comparsa, sollevò un grido di meraviglia, accorse molta gente ed in poco tempo tutta l’Etruria si radunò in quel luogo. Allora Tagete parlò a lungo dinanzi alla folla degli ascoltatori, che ascoltarono con attenzione tutte le sue parole e le misero per iscritto. L’intero suo discorso fu quello in cui era contenuta la scienza dell’aruspicìna; essa poi si accrebbe con la conoscenza di nuove cose che furono ricondotte a quegli stessi principi. Ciò abbiamo appreso dagli etruschi stessi, quegli scritti essi conservano, quelli considerano come la fonte della loro dottrina”.

Ma l’iconografia fatica a dargli corpo: una delle ipotesi identificative più suggestive è quella del cosiddetto Putto Carrara, statua votiva in bronzo proveniente da Tarquinia e conservata ai Musei Vaticani, in cui il fanciullo presenta tratti che uniscono l’infanzia alla senescenza. Capelli bianchi, sguardo sollevato, corpo rannicchiato in una postura intensa, sospesa, in cui la forma si fa carico dell’ambiguità.

Per gli etruschi, Tagete inaugura una religione fondata sulla lettura del divino nel reale, sull’interpretazione sistematica dei segni. Seneca stesso, secoli dopo, nel confrontare la postura romana a quella etrusca, ne riconosceva la radicale differenza: laddove i romani ritenevano che i fulmini derivassero dallo scontro delle nubi, gli etruschi erano persuasi che le nubi si scontrassero affinché si producesse il fulmine. Ogni fenomeno obbediva alla necessità di manifestare il volere superiore, e l’uomo era chiamato a cogliere e rispettare quei segni. Questo determinismo sacro esigeva una teologia rigorosa, dettagliata, capace di regolamentare il gesto umano in ogni suo aspetto. Fu Tagete a trasmettere questa disciplina, a tracciare la grammatica del mondo. La sua breve presenza bastò per fondare una struttura rituale che attraversò i secoli. Accanto a lui, nella tradizione etrusca, si staglia la figura della ninfa Vegoia, rivelatrice di un’altra branca fondamentale della disciplina sacra: la lettura dei fulmini. Figura luminosa e complessa, Vegoia, nota anche come Vecu nella sua forma più arcaica, è avvolta da un’aura oracolare. Non solo sacerdotessa del cielo ma anche custode della legge. Si dice che avesse dettato, in uno stato d’ispirazione divina, le regole per interpretare lo spazio, distinguere il lecito dall’illecito, disegnare i margini fra città e boschi, fra vita e mondo degli dei. Una sapienza normativa, che si estendeva oltre il tempo liturgico per abbracciare anche quello politico e giuridico.

L’archeologia non ci restituisce un suo volto, ma il suo nome sopravvive nei testi tramandati attraverso le fonti romane, spesso con rispetto e timore. A Vegoia si attribuiva la redazione delle tavole di confine (i “confini augurali”) e delle disposizioni per i riti di consacrazione delle terre. In lei si saldavano due registri: la divinazione celeste e la codificazione civile. Era una teologa e insieme una legislatrice, un tramite fra la potenza invisibile e l’ordine visibile. Nulla avveniva che non fosse prima stato previsto nel suo codice.

Ogni parte del mondo visibile coincideva con un frammento del disegno divino. Quel mondo pensava l’esistenza come costantemente attraversata da potenze. Non esisteva un vuoto profano perché ogni spazio era già sacro, ogni corpo era già in relazione. Non c’è da stupirsi se Cicerone parlò della religione etrusca come di una “disciplina rivelata", distinta da quella romana, che si fondava su tradizione e consuetudine. Gli etruschi, al contrario, non ereditarono una religione, ma la ricevettero per rivelazione. L’arte aruspicina, la lettura dei fulmini, la ritualità calendariale (raccolta nei Libri Haruspicini, Fulgurales, Rituales) costituiva una scienza del divino, fondata su analogia tra cielo e terra, tra macrocosmo e microcosmo. La volta celeste era sezionata in sedici regioni, ciascuna abitata da una divinità e ciascuna dotata di un peso simbolico dove il fegato animale, l’organo più caldo, più vicino alla sede dell’anima, ne riproduceva la mappa.

Tra gli oggetti più straordinari che ci pervengono della spiritualità etrusca, il Fegato di Piacenza occupa un posto sicuramente centrale. Rinvenuto nel 1877 , ma risalente al II-I secolo a.C. è il residuo tangibile di una cosmologia. Si tratta di un modello in bronzo di fegato ovino, realizzato con precisione anatomica e inciso con quaranta iscrizioni in lingua etrusca che delimitano i sedici settori esterni corrispondenti alle sedici regioni del cielo etrusco e un nucleo centrale che rappresenta la parte più profonda dell’organo, forse legata al cuore stesso del presagio. Ogni settore reca il nome di una divinità, da Tinia a Cel, da Lusa a Selvans, in una distribuzione che riproduce la mappa del firmamento.

Arte etrusca, Putto Carrara (Tarquinia, fine IV-inizio III secolo a.C.; bronzo a fusione cava, altezza 32,7 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv. 12108)
Arte etrusca, Putto Carrara (Tarquinia, fine IV-inizio III secolo a.C.; bronzo a fusione cava, altezza 32,7 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv. 12108)
Arte etrusca, Fegato di Piacenza (II-I secolo a.C.; bronzo, 12,6 x 7,6 x 6 cm; Piacenza, Musei Civici di Palazzo Farnese)
Arte etrusca, Fegato di Piacenza (II-I secolo a.C.; bronzo, 12,6 x 7,6 x 6 cm; Piacenza, Musei Civici di Palazzo Farnese)

Lo scopo di questo oggetto era duplice: didattico e rituale. Serviva ad istruire gli aruspici, affinché apprendessero la corretta interpretazione delle anomalie riscontrate nel fegato vero, durante i sacrifici. Ogni deformazione, macchia o prominenza dell’organo veniva letta come un segnale inviato da una determinata divinità, la cui collocazione corrispondeva a uno dei settori incisi sul modello. Il sacerdote seguiva una grammatica precisa: quella di una scienza rituale in cui il corpo animale rifletteva il corpo del cielo. La raffinatezza con cui tale oggetto è stato costruito testimonia la profondità del pensiero etrusco. E attraverso quell’oggetto, come attraverso uno specchio che riflette l’invisibile, il sacerdote poteva orientare le decisioni di una città, fondare un tempio, interrompere un’azione. Tutto, nel sistema rituale etrusco, doveva accordarsi con l’armonia superiore. E il Fegato di Piacenza, con la sua sobria monumentalità, è il compendio di quella armonia resa visibile.

Oggi, quel linguaggio ci risulta quasi indecifrabile. La nostra relazione con il mondo è raramente strutturata da rituali, e quando accade, è spesso in forma impoverita, ridotta a replica o consumo. L’idea stessa che ogni cosa possa avere un significato (non simbolico, ma causale) pare quasi sospetta. L’indebolimento del gesto, della forma, della materia è forse ciò che più ci allontana dalla postura etrusca. In questo senso, rileggere quel sistema significa non solo studiarlo, ma interrogarsi sulla nostra perdita di senso formale. Come ha suggerito il filosofo Giorgio Agamben, la modernità si costituisce proprio nel momento in cui il rito si svuota e l’azione si emancipa dal contesto sacro. La tecnica, quindi, si sostituisce al rito, e l’efficienza cancella la necessità del gesto.

Gli antichi etruschi erano celebri presso i loro contemporanei come un “popolo religiosissimo” (così li definì lo storico romano Tito Livio) per la cura scrupolosa con cui praticavano ogni rito e interpretavano i segni del volere divino. L’azione rituale, per loro, era fondativa. Ogni costruzione doveva essere preceduta da cerimonie augurali. Ogni città doveva essere inscritta nel cielo. Il sacerdote era architetto, cartografo, esegeta. Il tempio riproduceva il firmamento, l’ara ne ospitava le forze e il sacrificio non era destinato a placare, ma a tradurre. La lettura del fegato, come quella dei fulmini, era un atto ermeneutico, volto a determinare la coerenza del gesto umano rispetto all’ordine invisibile.

L’arte etrusca partecipava a questo sistema come sua manifestazione viva. Le statue poste sui tetti dei templi delimitavano lo spazio consacrato. L’Apollo di Veio, datato tra il 510 e il 500 a.C, nel suo passo teso e nel panneggio che disegna un movimento trattenuto, incarnava un’entità che veglia. Ogni dettaglio formale era pensato per agire. All’interno delle tombe, la pittura evocava un tempo che non smette mai d’esistere. I danzatori, le mani che offrono coppe, le tavole imbandite costruivano una continuità tra mondi. Vanth, con le ali spiegate, indicava la via; Charun, armato di martello, presidiava la soglia.

È interessante notare come nel mondo funerario etrusco, Vanth sia una presenza ricorrente e riconoscibile. Figura femminile alata, porta con sé una torcia accesa, talvolta delle chiavi, e accompagna i defunti nel viaggio verso l’oltretomba. La sua immagine appare in numerosissime tombe affrescate, a partire dal IV secolo a.C., segno che il suo ruolo nella religione etrusca era profondamente radicato e diffuso.

Una delle sue raffigurazioni più celebri si trova nella Tomba François di Vulci della fine IV secolo a.C., in cui Vanth compare accanto a personaggi del mito greco come Achille e Pentesilea, a dimostrazione del raffinato sincretismo culturale degli etruschi. Altre apparizioni significative sono nella Tomba degli Anina della metà III secolo a.C. e nella Tomba dei Demoni Azzurri di fine IV-inizio III secolo a.C., entrambe a Tarquinia, dove la si vede accanto al demone Charun mentre accompagna le anime verso l’aldilà. In queste immagini Vanth assume posture dinamiche, con le ali spiegate e la torcia sollevata mentre illumina il cammino, orienta il passaggio, partecipa al momento della separazione senza mai trasmettere ostilità.

Nell’universo etrusco, infatti, la morte non rappresentava una rottura definitiva, ma un itinerario da compiere con le giuste guide. Vanth, con la sua torcia e le sue ali, era la presenza rassicurante che garantiva continuità e accompagnamento. Una custode delle soglie, incaricata di sorvegliare il momento più fragile dell’esistenza.

Charun, invece, è una figura che incarna il volto più brutale e ambivalente della morte. Demone ctonio, presente a partire dal IV secolo a.C., non appartiene a un pantheon consolatorio, ma rappresenta la necessità ineluttabile del trapasso, la sua forza cieca, la sua violenza rituale. Il suo aspetto è tra i più disturbanti dell’iconografia etrusca: pelle azzurra o verdastra, volto deformato, naso adunco simile a un becco, denti prominenti, orecchie equine. Porta con sé un enorme martello che non è un’arma qualsiasi, ma lo strumento con cui, secondo le interpretazioni più accreditate, chiude per sempre le porte del mondo dei vivi o punisce le anime indegne.

La sua figura compare frequentemente accanto a Vanth, in un’evidente dialettica iconografica. Dove Vanth assiste e orienta, Charun incarna il potere oscuro della soglia. Le sue raffigurazioni sono concentrate nelle tombe etrusche del periodo ellenistico, quando l’immaginario funerario si fa più drammatico, più denso di paure, più esplicitamente legato alla necessità di esorcizzare l’ignoto.

Arte etrusca, Apollo di Veio (510-500 a.C.; terracotta dipinta, altezza 180 cm; Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia)
Arte etrusca, Apollo di Veio (510-500 a.C.; terracotta dipinta, altezza 180 cm; Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia)
Arte etrusca, Charun e Vanth (275-150 a.C.; pittura murale; Tarquinia, Tomba degli Anina). Foto: Necropoli etrusca del Crocifisso del Tufo Orvieto
Arte etrusca, Charun e Vanth (275-150 a.C.; pittura murale; Tarquinia, Tomba degli Anina). Foto: Necropoli etrusca del Crocifisso del Tufo Orvieto
Arte etrusca, Sacrificio di prigionieri troiani con le figure di Vanth e Charun ai lati di Achille (340-330 a.C.; pittura murale; Vulci, Tomba François)
Arte etrusca, Sacrificio di prigionieri troiani con le figure di Vanth e Charun ai lati di Achille (340-330 a.C.; pittura murale; Vulci, Tomba François)

Tra le sue rappresentazioni più celebri si distingue quella della Tomba dei Demoni Azzurri a Tarquinia. Questo sepolcro, unico nel suo genere per il colore dominante e per la ricchezza delle figure, prende il nome proprio dalle numerose creature infernali dipinte con incarnato blu: un elemento cromatico che richiama l’oltretomba, l’alterità del regno dei morti. Nella tomba, Charun appare al fianco di Vanth: le sue ali sono membranose, il suo corpo scattante. Impugna un martello, e si muove tra le anime e i mostri con una presenza inquietante e quasi teatrale.

L’intera camera funeraria è concepita come una scena: lungo le pareti si sviluppa un corteo funebre che scivola progressivamente in una visione infernale. Demoni, mostri alati, creature composite abitano lo spazio come guardiani e come minaccia. Il colore blu, diffuso su corpi e sfondi, amplifica la sensazione di un’aria densa, di un altrove vischioso. Charun, in questo contesto, funge da garante dell’irrevocabile: il passaggio si è compiuto, e lui ne è il custode.

Anche in altre tombe di Tarquinia, come la Tomba degli Àuguri o quella degli Anina, e nelle urne cinerarie di Volterra, Charun compare come figura isolata o in coppia con Vanth. Sempre con il martello, sempre in un atteggiamento di controllo. Sulla porta interna della Tomba degli Anina è dipinto di fronte a Vanth, come due guardiani che sorvegliano l’uscita dell’anima dal sepolcro. Nonostante l’apparenza mostruosa, Charun non appartiene all’inferno punitivo: la sua presenza garantisce che il passaggio avvenga, che il morto resti morto e che il confine tra i mondi non venga violato. La sua brutalità serve l’ordine cosmico, la sua forza chiude il cerchio della vita. Nell’arte etrusca, è proprio la sua deformità a renderlo efficace: rappresenta la rottura, l’altro da sé, la potenza che inchioda ogni vita al suo destino.

La spiritualità etrusca si manifestava con sorprendente intensità anche negli oggetti più minuti: bronzetti, iscrizioni votive, specchi incisi. In questi frammenti mobili si condensava la stessa tensione sacrale che animava i grandi cicli murari. Erano oggetti vivi, impregnati di senso e spesso destinati a un dialogo diretto con il divino. Gli specchi in bronzo, diffusissimi tra il VI e il III secolo a.C., ne sono forse la testimonianza più raffinata. Lucidati a specchio sul lato convesso, venivano finemente incisi sul retro con scene mitologiche, episodi eroici e presenze divine. La donna etrusca che vi si rifletteva, al mattino, trovava alle sue spalle Turan, dea dell’amore, oppure Menrva armata, oppure Lasa, spirito alato della fertilità. L’oggetto non serviva solo alla cura del volto ma, anche qui, custodiva simboli, proteggeva, evocava.

Uno degli esempi più emblematici è lo Specchio di Calcante in cui l’indovino greco, che gli etruschi chiamavano Chalcante, è raffigurato nel gesto esatto dell’aruspicina. Il piede nudo poggiato su una roccia, in contatto diretto con la terra, esamina un fegato animale. Il dettaglio è potente: per gli etruschi, toccare la terra era indispensabile per stabilire un canale con le forze invisibili del mondo ctonio. Il corpo diventa tramite, l’organo da leggere una mappa. L’artista, qui, lo ha dotato di ali per sottolinearne la funzione di tramite, la capacità di salire e discendere tra i mondi. In quell’oggetto, pensato forse per una donna colta e devota, la sapienza divinatoria s’intreccia con il desiderio di contatto. Ma questi specchi erano spesso anche parte del corredo funebre e venivano deposti accanto alle defunte come talismani. Riflettevano l’identità e, forse, la proiettavano oltre la morte. Nei contesti tombali, la figura sul retro diventava un garante spirituale: un dio, un’eroina, una presenza che accompagnava l’anima nel passaggio.

Accanto agli specchi, un ruolo altrettanto forte è affidato ai bronzetti votivi. Fin dall’VIII secolo a.C., gli etruschi ne producevano in abbondanza: figure umane in preghiera, animali sacrificali, armi in miniatura, strumenti simbolici. Il gesto dell’offerente, con il braccio alzato e la mano aperta, è uno dei più utilizzati della cultura etrusca. Spesso questi manufatti venivano accompagnati da iscrizioni dedicatorie, incise con formule brevi ma solenni: “Mi X turanale”, “Io, (nome), a Turan”, oppure “Ramtha Zurask Tini muluvanike”, “(nome) ha donato questo a Tinia”.

Arte etrusca, Specchio di Calcante (Vulci, fine V secolo a.C.; bronzo fuso, altezza 18,5, diametro 14,8 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv. 12240)
Arte etrusca, Specchio di Calcante (Vulci, fine V secolo a.C.; bronzo fuso, altezza 18,5, diametro 14,8 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv. 12240)
Arte etrusca, Bronzetto di offerente (V secolo a.C.; bronzo; Castellina in Chianti, Museo Archeologico del Chianti)
Arte etrusca, Bronzetto di offerente (V secolo a.C.; bronzo; Castellina in Chianti, Museo Archeologico del Chianti)

Tra tutti, due bronzi meritano un posto a parte per forza formale e potenza simbolica. La Chimera di Arezzo, capolavoro in bronzo del V secolo a.C., raffigura il mostro mitologico con testa di leone, corpo felino, testa di capra sulla schiena e coda serpentiforme. Sul corpo è incisa la scritta “TINSCVIL”: “donata a Tinia”, il grande dio celeste. È una creatura ferita, in torsione drammatica, quasi a simboleggiare la vittoria dell’ordine cosmico sul caos primordiale. Il suo sacrificio è già in atto, congelato in bronzo.

L’altro esempio è il Marte di Todi della fine del V secolo a.C. Rinvenuto nel 1835 nei pressi di Todi, sepolto tra lastre di travertino (forse come atto rituale a seguito d’un fulmine) raffigura un giovane guerriero colto in un gesto sospeso: la libagione prima della battaglia.

Indossa una corazza aderente e una clamide che ne esaltano la postura eretta, quasi ieratica. Il braccio destro, disteso in avanti, offriva con gesto solenne una patera, la coppa rituale per versare vino agli dèi; il sinistro era appoggiato a una lancia, oggi perduta. Tutta la composizione è improntata a una severa compostezza, con richiami evidenti ai modelli attici della seconda metà del V secolo, in particolare all’ambito della scultura fidiaca, ma con echi anche della plastica policletea in equilibrio tra realismo idealizzato e forza sacrale. L’iscrizione incisa sull’orlo della tunica, in lingua umbra ma in alfabeto etrusco meridionale, recita: “ahal trutitis dunum dede", ovvero “Ahal Trutitis ha donato (questa statua)”. Il nome, forse celtico, apre scenari d’intersezioni culturali tra il mondo umbro, quello etrusco e le popolazioni transappenniniche. L’atto della dedica implica un voto compiuto e adempiuto: si tratta di un ex voto probabilmente consacrato in un santuario dedicato a Laran, dio etrusco della guerra, equivalente al Marte romano.

La presenza dell’iscrizione incisa sul corpo stesso della statua, non su una base, non su un supporto ausiliario ma sulla veste del guerriero, suggerisce quanto la scrittura fosse parte integrante dell’azione sacra. La parola incisa agiva, trasformava il bronzo in dono, il gesto in vincolo, l’immagine in offerta rituale. Questa relazione profonda tra scrittura e religione si riflette in altre testimonianze, forse meno spettacolari per dimensioni, ma non per densità teologica.

Ambito etrusco, Chimera di Arezzo (inizi del IV secolo a.C.; bronzo, base moderna in legno, 103 x 136 x 50 cm; Firenze, Museo Archeologico Nazionale)
Ambito etrusco, Chimera di Arezzo (inizi del IV secolo a.C.; bronzo, base moderna in legno, 103 x 136 x 50 cm; Firenze, Museo Archeologico Nazionale)
Arte etrusca, Marte di Todi (Todi, località Monte Santo, fine del V secolo a.C.; bronzo a fusione cava, altezza 141 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv. 13886)
Arte etrusca, Marte di Todi (Todi, località Monte Santo, fine del V secolo a.C.; bronzo a fusione cava, altezza 141 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv. 13886)
Ambito etrusco, Liber linteus Zagrabiensis (III secolo a.C.; tela di lino, in origine 340 x 45 cm; Zagabria, Museo Archeologico)
Ambito etrusco, Liber linteus Zagrabiensis (III secolo a.C.; tela di lino, in origine 340 x 45 cm; Zagabria, Museo Archeologico)
Ambito etrusco, Tabula Capuana (prima metà del V secolo a.C.; terracotta, 62 x 48 cm; Berlino, Altes Museum)
Ambito etrusco, Tabula Capuana (prima metà del V secolo a.C.; terracotta, 62 x 48 cm; Berlino, Altes Museum)
Ambito etrusco, Cippo di Perugia (III-II secolo a.C.; travertino, 149 x 54 x 24 cm; Perugia, Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria
Ambito etrusco, Cippo di Perugia (III-II secolo a.C.; travertino, 149 x 54 x 24 cm; Perugia, Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria

Il più enigmatico tra questi testi è il Liber Linteus di Zagabria, il più lungo testo etrusco pervenutoci e unico libro dell’antichità sopravvissuto su lino. Fu ritrovato avvolto attorno a una mummia egizia. È un calendario liturgico con sequenze di cerimonie, sacrifici prescritti e date da osservare. Ogni colonna è una partitura di riti. Anche se la lingua resta in larga parte opaca, l’intenzione è chiarissima; ovvero scrivere per ordinare, scrivere per trasmettere. Il testo etrusco, lungo più di mille parole, era destinato a chi sapeva riconoscere nel segno un atto.

Un altro documento fondamentale è la Tabula Capuana, tavoletta in terracotta rinvenuta a Santa Maria Capua Vetere e databile al V secolo a.C. Il testo, inciso con rigore su una superficie piana, alterna nomi di divinità, date, formule rituali. Forse era collocata all’ingresso di un santuario, o forse serviva come guida per una liturgia urbana. In ogni caso, mostra una religione praticata attraverso la parola, dove ogni sillaba ha una funzione prescrittiva e ogni accento stabilisce un confine tra il lecito e l’impuro.

Ma tra tutte le iscrizioni etrusche, il Cippo di Perugia è forse quella che più si avvicina a un atto narrativo. Scolpito su pietra nel II secolo a.C., articolato in 46 righe fitte su due lati, racconta (si ipotizza) un patto di confine tra due famiglie. È testo giuridico, ma ha una struttura e una solennità che lo avvicinano al rito. Il fatto stesso che Gianni Rodari ne abbia fatto il protagonista d’un suo racconto, attribuendogli una voce e una memoria, testimonia la potenza evocativa di queste forme.

Forse è proprio in questo che consiste il nucleo profondo della spiritualità etrusca: nella convinzione che la forma, il gesto, la parola, il suono, la pietra, ogni cosa, se compiuta con precisione, possa ancora parlare agli dèi.



Francesca Anita Gigli

L'autrice di questo articolo: Francesca Anita Gigli

Francesca Anita Gigli, nata nel 1995, è giornalista e content creator. Collabora con Finestre sull’Arte dal 2022, realizzando articoli per l’edizione online e cartacea. È autrice e voce di Oltre la tela, podcast realizzato con Cubo Unipol, e di Intelligenza Reale, prodotto da Gli Ascoltabili. Dal 2021 porta avanti Likeitalians, progetto attraverso cui racconta l’arte sui social, collaborando con istituzioni e realtà culturali come Palazzo Martinengo, Silvana Editoriale e Ares Torino. Oltre all’attività online, organizza eventi culturali e laboratori didattici nelle scuole. Ha partecipato come speaker a talk divulgativi per enti pubblici, tra cui il Fermento Festival di Urgnano e più volte all’Università di Foggia. È docente di Social Media Marketing e linguaggi dell’arte contemporanea per la grafica.



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