L’India torna alla Biennale di Venezia con una mostra sulla memoria e l’idea di casa


Il Padiglione dell’India alla Biennale Arte 2026 esplora appartenenza, migrazione e trasformazione attraverso cinque artisti contemporanei e un programma diffuso di performance.

Dopo sette anni di assenza, l’India torna alla Biennale Arte di Venezia con un progetto che mette al centro memoria, appartenenza, diaspora e trasformazione. Il Padiglione dell’India alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia presenta Geographies of Distance: remembering home, mostra curata da Amin Jaffer e ospitata negli spazi dell’Isolotto all’Arsenale. L’esposizione, promossa dal Ministero della Cultura del Governo indiano in collaborazione con il Nita Mukesh Ambani Cultural Centre e Serendipity Arts, riunisce cinque importanti artisti contemporanei provenienti da differenti regioni del Paese: Bala (Alwar Balasubramaniam; 1971), Ranjani Shettar (1977), Sumakshi Singh (1980), Skarma Sonam Tashi (1997) e Asim Waqif (1978). Attraverso nuove opere monumentali e un articolato programma di performance diffuso in tutta Venezia, il progetto affronta il significato della parola “casa” in un mondo segnato da mutamenti accelerati, mobilità continua e profonde trasformazioni sociali ed economiche.

L’intero Padiglione si sviluppa come una meditazione sulla memoria e sul cambiamento in dialogo con il tema generale della Biennale 2026, In Minor Keys. L’idea di fondo è che, per chi vive esperienze di distanza geografica, migrazione o trasformazione, la casa smetta di essere soltanto un luogo fisico stabile per diventare una condizione portatile fatta di ricordi, materiali, rituali e mitologie personali. Il progetto parte dalla constatazione che l’India contemporanea stia attraversando una fase di trasformazione rapidissima. La crescita economica e tecnologica, l’espansione urbana, il rinnovamento dei quartieri e l’intensificarsi delle migrazioni interne e internazionali stanno ridefinendo il rapporto degli individui con i luoghi di origine. Città che si espandono verticalmente e orizzontalmente, villaggi inglobati dallo sviluppo urbano, nuove modalità di lavoro e spostamenti continui modificano non solo il paesaggio fisico, ma anche il senso stesso di appartenenza. In questo contesto, il Padiglione India propone una riflessione su cosa significhi oggi “sentirsi a casa” quando i luoghi dell’infanzia sono lontani, trasformati o addirittura scomparsi. Le opere degli artisti coinvolti affrontano questa domanda attraverso materiali profondamente radicati nella tradizione culturale indiana: terra, filo, fibre naturali, bambù e cartapesta diventano strumenti per raccontare la fragilità della memoria e la necessità di ricostruire continuamente il senso di appartenenza.

Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais

Secondo il curatore Amin Jaffer, il concetto di casa non coincide più con uno spazio fisico immutabile, ma con un’idea continuamente ricostruita attraverso il ricordo, il lavoro manuale e la conservazione di pratiche culturali. La mostra nasce anche da una riflessione personale del curatore stesso, nato in Ruanda in una famiglia indiana emigrata nel XIX secolo. Jaffer racconta come il rapporto con l’India si sia costruito attraverso racconti familiari, immagini mentali e rituali tramandati nel tempo più che attraverso una presenza fisica costante.

La mostra sottolinea inoltre il ruolo storico della diaspora indiana. Il movimento di persone dal subcontinente verso altre regioni del mondo non è infatti un fenomeno recente. Le prime testimonianze di comunità indiane all’estero risalgono addirittura al terzo millennio avanti Cristo, con presenze documentate nelle città mesopotamiche. Nel corso dei secoli, reti commerciali, migrazioni e scambi culturali hanno portato comunità indiane in Africa, Medio Oriente, Sud-est asiatico, Europa e Americhe, mantenendo vivo il legame con il Paese d’origine attraverso memoria, fede, pratiche culturali e relazioni familiari. Oggi gli indiani abitano contemporaneamente più “case”: fisiche, spirituali, ricordate o immaginate. È in questa dimensione multipla che si inserisce Geographies of Distance: remembering home, trasformando il Padiglione in uno spazio di riflessione collettiva sull’evoluzione del concetto di appartenenza.

All’interno del Padiglione, la casa appare frammentata, sospesa, vulnerabile o incompleta. Non viene mai presentata come oggetto definitivo, ma come processo continuo di costruzione, riparazione e reinvenzione. Una condizione che vuole riflettere la precarietà del presente e la necessità di preservare attivamente memoria e identità. Le opere dei cinque artisti sviluppano questa riflessione attraverso linguaggi e materiali differenti. Alwar Balasubramaniam lavora direttamente con la terra del Tamil Nadu rurale, regione in cui l’artista vive e opera. Per Venezia presenta due grandi pannelli scultorei realizzati con suolo locale segnato da crepe e fratture naturali prodotte dall’essiccazione e dall’azione del tempo. Le superfici diventano testimonianza materiale di erosione, trasformazione e resistenza.

Se Bala parte dal terreno sotto i piedi, Sumakshi Singh lavora invece sull’assenza. L’artista ricostruisce a grandezza naturale la casa di famiglia demolita a Nuova Delhi utilizzando filo e ricamo. Al posto di pareti solide compaiono linee leggere, strutture sospese che evocano una presenza fantasma. La casa esiste soltanto nella memoria e nel gesto della ricostruzione. Il ricamo, profondamente radicato nelle tradizioni domestiche e artigianali indiane, assume qui anche un valore affettivo e generazionale. Singh lega infatti il proprio lavoro alle donne della sua famiglia, che ricamavano insieme come pratica condivisa di relazione e trasmissione. In una società in cui la riqualificazione urbana cancella continuamente spazi e quartieri, l’opera si trasforma in un gesto di resistenza contro la scomparsa dei luoghi.

Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Luca Zambelli Bais
Padiglione dell'India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Jacopo Salvi
Padiglione dell’India alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Jacopo Salvi

Anche Ranjani Shettar affronta il tema della memoria attraverso il lavoro manuale e la relazione con la natura. Le sue installazioni sospese, ispirate ai fiori e ai processi di crescita organica, sembrano sfidare la gravità e invitano il pubblico a muoversi all’interno di uno spazio simile a un giardino concettuale. Fiori e giardini occupano un ruolo centrale nella cultura domestica e spirituale indiana, legati tanto alla devozione religiosa quanto ai rituali quotidiani e alle celebrazioni familiari. Shettar traduce questi riferimenti in una scultura lenta e paziente, costruita attraverso processi manuali che si oppongono alla velocità della produzione industriale contemporanea. Nelle sue opere, la casa diventa ritmo di cura, ripetizione e attenzione, quasi come la preparazione elaborata di un pasto tradizionale.

Il lavoro di Skarma Sonam Tashi riporta invece l’attenzione sulle architetture tradizionali del Ladakh e sulle minacce poste dalle nuove tecnologie costruttive. Utilizzando la cartapesta, materiale fragile e leggero, l’artista crea forme che evocano abitazioni himalayane costruite storicamente in stretto rapporto con l’ambiente e il clima. Le architetture tradizionali del Ladakh, basate su terra cruda, muri spessi e strutture compatte, stanno progressivamente scomparendo sotto la pressione di nuovi modelli edilizi e materiali industriali. Le opere di Tashi appaiono delicate e temporanee, ma custodiscono il peso della memoria culturale e pongono interrogativi urgenti sulla sostenibilità e sulla continuità delle comunità locali.

A introdurre una dimensione più esplicitamente urbana è invece Asim Waqif, che realizza una grande installazione in bambù ispirata alle impalcature presenti nei cantieri delle città indiane contemporanee. Strutture flessibili, temporanee e continuamente riconfigurate che sostengono edifici in costruzione rimanendo però quasi invisibili nelle narrazioni architettoniche ufficiali. Il bambù, materiale storicamente utilizzato in India per abitazioni, strumenti musicali, utensili e oggetti rituali, diventa metafora di adattabilità e trasformazione. L’installazione di Waqif suggerisce una città in perenne costruzione, dove il cambiamento appare inevitabile e continuo. Accanto alle opere più fragili del Padiglione, le sue strutture assumono quasi il ruolo di una forza invasiva che accompagna e allo stesso tempo minaccia il passato collettivo.

Il progetto espositivo è accompagnato da un ampio programma di performance prodotto da Serendipity Arts e distribuito tra maggio e novembre 2026. Musica, narrazione, movimento e interventi interdisciplinari attiveranno non solo il Padiglione ma l’intera città di Venezia attraverso eventi site-specific ispirati al tema “In Minor Keys” e alle tradizioni culturali indiane.

Durante la settimana inaugurale il programma prevede una serie di performance dirette dal compositore e percussionista Bickram Ghosh, figura di riferimento della musica classica indiana contemporanea. Gli eventi si svolgono in differenti luoghi della città e persino sull’acqua, a partire dal Mercato di Rialto. Il calendario include “Currents of Return” il 6 maggio, appuntamenti alla Fondazione dell’Albero d’Oro il 7 maggio, “Sangam: A Tapestry of Voices” a Palazzo Diedo l’8 maggio e “Home and Beyond” il 9 maggio nuovamente al Mercato di Rialto.




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