Addio a Julio Le Parc, maestro dell’arte cinetica e dell’Op Art


È scomparso l’artista franco-argentino Julio Le Parc, all’età di 97 anni. Premio alla Biennale di Venezia nel 1966, fu figura di spicco dell’arte cinetica e protagonista di una ricerca che ha rivoluzionato il rapporto tra opera, luce, movimento e partecipazione del pubblico.

Si è spento sabato 30 maggio a Parigi, all’età di 97 anni, Julio Le Parc, una delle figure più influenti dell’arte contemporanea internazionale e tra i principali protagonisti dell’arte cinetica e dell’Op Art. A confermare la notizia della scomparsa è stato il figlio Yamil Le Parc in una dichiarazione rilasciata al quotidiano argentino La Nación. L’artista era stato ricoverato negli ultimi giorni presso l’American Hospital della capitale francese a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Con la morte di Le Parc scompare uno degli ultimi grandi protagonisti di una stagione artistica che, a partire dagli anni Sessanta, trasformò radicalmente il modo di concepire l’opera d’arte e il ruolo dello spettatore. Attraverso la luce, il movimento, la percezione e l’interazione, l’artista franco-argentino ha costruito una ricerca che ha attraversato oltre sette decenni, influenzando generazioni di artisti e ridefinendo i confini tra pittura, scultura, installazione e partecipazione pubblica. Secondo quanto riferito dal figlio, Le Parc è rimasto profondamente coinvolto nel proprio lavoro fino agli ultimi giorni di vita. Attendeva con particolare entusiasmo l’apertura di una grande retrospettiva a lui dedicata dalla Tate Modern di Londra, prevista per l’11 giugno. La mostra, destinata a ripercorrere quasi settant’anni della sua attività artistica, rappresentava per lui un appuntamento particolarmente importante e sperava di poter essere presente all’inaugurazione.

Nato a Mendoza, in Argentina, nel 1928, Julio Le Parc trascorse l’infanzia in un contesto familiare modesto. Nel 1942 si trasferì con la famiglia a Buenos Aires, città che avrebbe rappresentato il primo fondamentale laboratorio della sua formazione artistica e intellettuale. L’anno successivo si iscrisse alla Scuola Nazionale di Belle Arti Prilidiano Pueyrredón, ma abbandonò gli studi già nel 1944. In quel periodo ebbe però l’opportunità di osservare da vicino il lavoro di alcuni dei più importanti artisti argentini impegnati nella realizzazione dei grandi murales delle Gallerie Pacífico, nel centro della capitale. Tra questi figuravano Antonio Berni, Juan Carlos Castagnino, Manuel Colmeiro Guimarás, Lino Enea Spilimbergo e Demetrio Urruchúa.

Julio Le Parc. Foto: Tang Contemporary
Julio Le Parc. Foto: Tang Contemporary

Dopo alcuni anni riprese gli studi artistici nel 1955. Questa seconda fase formativa coincise con un crescente impegno anche sul piano politico e istituzionale. Divenne presidente del Centro Studenti di Arti Plastiche e membro del Consiglio Direttivo della Scuola Nazionale di Belle Arti, partecipando attivamente al dibattito culturale del suo tempo. Nel 1957 iniziò a sviluppare una pittura orientata verso l’astrazione. L’anno successivo ottenne una borsa di studio del governo francese che gli consentì di trasferirsi a Parigi, città nella quale avrebbe vissuto gran parte della sua vita e costruito la propria affermazione internazionale.

L’arrivo nella capitale francese rappresentò una svolta decisiva. Nel 1960 fu tra i fondatori del Groupe de Recherche d’Art Visuel, meglio conosciuto con l’acronimo GRAV, insieme a Horacio Garcia Rossi, Francisco Sobrino, François Morellet, Joël Stein e Jean-Pierre Vasarely, noto come Yvaral. Il collettivo nacque con l’obiettivo di superare l’idea tradizionale dell’opera d’arte come oggetto statico e contemplativo, ponendo al centro la percezione e l’esperienza del pubblico. Attraverso sperimentazioni basate su movimento, luce, effetti ottici e partecipazione, il GRAV contribuì in modo decisivo alla definizione dell’arte cinetica europea. Negli stessi anni Le Parc aderì anche al movimento Nuova Tendenza, una rete internazionale di artisti impegnati nella ricerca programmata e nella sperimentazione percettiva.

Le sue prime opere furono influenzate dall’Arte Concreta Invención, importante movimento costruttivista argentino, e dagli insegnamenti di artisti come Piet Mondrian e Victor Vasarely. Tuttavia, già dalla fine degli anni Cinquanta, Le Parc intraprese un percorso autonomo, sviluppando una ricerca rigorosa basata sull’organizzazione sistematica della superficie pittorica e sulle infinite possibilità combinatorie offerte dal colore. Una delle caratteristiche distintive della sua produzione consisteva infatti nell’utilizzo di sistemi estremamente rigorosi. In alcuni cicli lavorò esclusivamente con quattordici tonalità cromatiche predeterminate; in altri limitò la tavolozza a bianco, nero e grigio, esplorandone tutte le possibili variazioni.

Questa impostazione razionale non impediva però alle opere di generare effetti percettivi sorprendenti. Al contrario, proprio dall’applicazione di regole rigorose nascevano superfici vibranti, illusioni ottiche e dinamiche visive che coinvolgevano direttamente l’osservatore.

La consacrazione internazionale arrivò nel 1966. Nello stesso anno realizzò la sua prima mostra personale presso la Howard Wise Gallery di New York e partecipò alla 33ª Biennale di Venezia. Fu proprio nella città lagunare che ottenne il prestigioso Premio del Consiglio dei Ministri come miglior pittore straniero, riconoscimento che ne consolidò definitivamente la fama a livello mondiale. Il successo veneziano rappresentò un punto di svolta per la diffusione internazionale delle sue opere e contribuì a rafforzare l’interesse verso l’arte cinetica e l’Op Art in un momento di straordinaria vitalità della scena artistica internazionale. Nel 1967 presentò una delle sue opere più significative, Desplazamientos, all’Istituto Torcuato Di Tella di Buenos Aires e partecipò alla mostra Luz y Movimiento organizzata dal Museo d’Arte Moderna di Parigi, contribuendo ulteriormente alla definizione di un linguaggio artistico fondato sulla trasformazione percettiva.

La sua ricerca si caratterizzava per l’utilizzo di materiali e dispositivi capaci di destabilizzare la percezione. Luci artificiali, riflessi, elementi mobili, fili di nylon, bande meccaniche azionate da sistemi nascosti e liquidi fluorescenti diventavano strumenti attraverso i quali creare ambienti immersivi e coinvolgenti.

Le opere di Le Parc non sono concepite come semplici oggetti da osservare. Lo spettatore diventa parte integrante dell’esperienza, chiamato a muoversi nello spazio, a modificare il proprio punto di vista e a partecipare attivamente alla costruzione del significato dell’opera. Questa concezione innovativa anticipò molte delle pratiche partecipative che avrebbero caratterizzato l’arte contemporanea nei decenni successivi. Per Le Parc il visitatore non deve più essere un osservatore passivo e subordinato, ma un soggetto attivo coinvolto in un’esperienza dinamica e in continua trasformazione.

L’impegno dell’artista non si limitò alla ricerca estetica. Le Parc fu anche un convinto difensore dei diritti umani e partecipò a numerosi progetti collettivi antifascisti contro le dittature che colpirono diversi Paesi dell’America Latina durante il Novecento. Nel maggio del 1968 prese parte ai cosiddetti “atelier del popolo”, iniziative legate alle proteste studentesche e operaie francesi. A causa del suo coinvolgimento nelle mobilitazioni venne espulso dalla Francia. La decisione provocò forti proteste da parte di artisti, intellettuali e operatori culturali, tanto che cinque mesi dopo gli fu consentito di rientrare a Parigi.

Dopo lo scioglimento del GRAV, avvenuto nel 1968, Le Parc proseguì autonomamente la propria ricerca. Nel 1969 tornò alla pittura sviluppando nuove serie fondate su strutture cromatiche rigorosamente organizzate, senza però abbandonare l’interesse per la percezione e il coinvolgimento del pubblico. Nel 1972 Düsseldorf ospitò la prima grande retrospettiva dedicata alla sua opera. Sei anni più tardi la BBC gli dedicò un documentario che contribuì a diffondere ulteriormente la conoscenza del suo lavoro presso il pubblico internazionale. Nel 1987 ricevette il primo premio alla Biennale di Cuenca, in Ecuador, confermando il riconoscimento internazionale di una carriera ormai consolidata.

Pur vivendo stabilmente in Francia, Le Parc mantenne sempre un forte legame con l’Argentina. Dopo il 2000 tornò più volte nel suo Paese d’origine per realizzare nuovi progetti. Tra questi spicca l’installazione realizzata nel 2006 alle Gallerie Pacífico di Buenos Aires, lo stesso luogo che da ragazzo aveva contribuito a orientare la sua riflessione sul rapporto tra arte e pubblico. L’opera consisteva in un sistema ottico capace di generare giochi di riflessi e valorizzare i murales storici presenti nell’edificio.

Anche l’Italia occupa un posto significativo nella sua produzione. Nel 2004 realizzò insieme a Yvonne Argenterio una serie di sculture denominate Torsioni presso l’officina di Elettrofiamma. Le opere furono presentate nell’ambito della manifestazione Verso la luce al Castello di Boldeniga, nei pressi di Brescia, dove è tuttora visibile la monumentale scultura Verso la Luce.

Tra le più importanti esposizioni recenti dedicate all’artista si distingue la grande mostra Julio Le Parc. The Discovery of Perception, ospitata dal settembre 2024 al marzo 2025 al Palazzo delle Papesse di Siena. L’evento segnò la riapertura al pubblico dello storico edificio dopo oltre quindici anni e rappresentò la più ampia personale mai dedicata a Le Parc in Italia dopo il premio ottenuto alla Biennale di Venezia del 1966. Curata da Marcella Beccaria e realizzata in collaborazione con l’artista e con Yamil Le Parc, l’esposizione presentava opere provenienti direttamente dallo studio di Cachan, in Francia.

Con la scomparsa di Julio Le Parc si chiude uno dei capitoli più importanti dell’arte contemporanea del secondo Novecento. La sua ricerca ha ridefinito il ruolo dello spettatore, trasformando l’opera in un’esperienza condivisa e partecipativa. Attraverso luce, movimento e percezione, l’artista argentino ha costruito un linguaggio capace di superare confini geografici, culturali e disciplinari, lasciando un’eredità destinata a continuare a influenzare il mondo dell’arte ancora a lungo.




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