La domanda centrale, dopo il furto delle tavole di Antonello da Messina dal Museo Regionale “Maria Accascina” di Messina, riguarda il possibile movente: per quale motivo rubare opere così famose, così facilmente riconoscibili? Due sono le tavole di Antonello da Messina portate via: lo scomparto centrale del Polittico di San Gregorio, con la Madonna col Bambino in trono, e una tavola opistografa, cioè dipinta su entrambi i lati, che raffigura sul recto la Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione e sul verso un Cristo in pietà. Durante la fuga, i ladri hanno invece lasciato sul posto i due scomparti laterali del polittico, quelli con le figure di san Gregorio e san Benedetto. Le due tavole sono state recuperate dalle autorità. Si tratta di un bottino di enorme valore, ma quasi impossibile da vendere. Perché rubarle, dunque?
Il primo elemento da considerare è la natura stessa delle opere. Si tratta di dipinti di Antonello da Messina, tra i nomi più riconoscibili della storia dell’arte italiana. Una loro eventuale vendita sul mercato legale sarebbe quindi impossibile: le opere sono note, documentate e immediatamente identificabili, circostanza che le rende invendibili sui canali normali del mercato dell’arte. Le case d’asta e gli antiquari hanno accesso a database di opere trafugate che devono costantemente monitorare per capire se la merce che arriva tra le loro mani è legittima, ma in questo caso forse non serve neppure ricorrere alle basi di dati, tanto sono famose le opere: un qualunque addetto ai lavori sarebbe in grado di riconoscere subito le tavole rubate dal Museo di Messina, e una volta riconosciute partirebbe in automatico la segnalazione alle autorità, col risultato che un’eventuale trattativa neppure partirebbe.
Anche il valore economico rende poco plausibile un’operazione criminale finalizzata a una normale rivendita. Nel 2017, secondo quanto riferito dalla storica dell’arte Caterina Di Giacomo in un’intervista alla Gazzetta del Sud, il Polittico di San Gregorio era stato assicurato per circa 100 milioni di euro, cifra indicata esclusivamente a fini inventariali. Diverso il caso della tavola bifronte, acquistata dalla Regione Siciliana nel 2003 attraverso un’asta di Christie’s per 257.188,75 sterline, pari all’epoca a circa 360 mila euro. Una valutazione che va comunque letta nel contesto del mercato dell’arte e della particolare rarità delle opere di Antonello, oltre che in relazione al fatto che si tratta di una cifra di oltre vent’anni fa. Un riferimento più recente è l’Ecce Homo attribuito al pittore e acquistato dallo Stato italiano per 14,9 milioni di dollari, circa 13 milioni di euro: attualmente, il valore della tavola opistografa si aggirerebbe più verosimilmente attorno a questa cifra. Ad ogni modo il problema, per chi volesse trasformare il furto in un guadagno, rimane sempre lo stesso: opere tanto celebri non possono essere immesse nel mercato ufficiale senza attirare l’attenzione. Occorre, allora, concentrarsi su altre ipotesi.
Partiamo da quelle meno probabili. Una possibilità è che le tavole siano destinate a un circuito clandestino, dove la provenienza illecita può essere occultata e l’opera può diventare oggetto di una trattativa privata. Anche in questo caso, tuttavia, la notorietà dei dipinti costituisce un enorme ostacolo, a meno che chi ha commissionato il furto non immagini una sorta di investimento criminale a lunghissimo termine: l’opera potrebbe rimanere nascosta per anni, se non per decenni, nell’attesa che l’attenzione sul furto diminuisca e i dipinti possano riemergere attraverso intermediari, documenti falsi o passaggi successivi. Non è un’ipotesi remota: è di queste ore il caso del Picasso rubato al Guggenheim Museum di New York, che lo aveva prestato per una mostra, nel 1961, riemerso sul mercato quasi quarant’anni più tardi, e acquistato in buona fede da una coppia di coniugi che adesso sono coinvolti in una battaglia legale con il museo per la restituzione dell’opera. E però i ladri, nel frattempo, sono già passati all’incasso, e probabilmente a oggi sono ormai irrintracciabili. Il punto debole, tuttavia, è che per una piccola tavola di Picasso (artista peraltro estremamente prolifico) rubata in un’epoca in cui non esisteva internet era più facile pensare a uno smercio anche a lungo termine, mentre lo è molto meno per un capolavoro di un pittore rarissimo come Antonello da Messina.
Ancora meno solida appare l’ipotesi che il furto sia stato compiuto per trasformare le opere in una sorta di trofeo della criminalità organizzata. Una pista che in passato era stata associata anche alla Natività di Caravaggio sottratta a Palermo nel 1969: questa ricostruzione, però, era stata messa in discussione anche da un collaboratore di giustizia, secondo il quale l’esposizione di opere d’arte rubate come simbolo di prestigio non sarebbe una pratica riconducibile alla mafia, che la troverebbe addirittura disdicevole secondo i propri codici.
Occorre, dunque, valutare gli scenari più plausibili. Tra questi c’è quello del cosiddetto art-napping, il sequestro di un’opera d’arte finalizzato a ottenere qualcosa in cambio della sua restituzione: una somma economica, oppure uno sconto di pena, o qualunque cosa che i malviventi possano trattare con le autorità. In una simile dinamica, il valore del dipinto non coincide necessariamente con il prezzo che potrebbe essere ricavato dalla sua vendita. L’opera può diventare infatti uno strumento di pressione: chi la sottrae può utilizzarla per chiedere denaro, per ottenere favori o per imporre una trattativa alla proprietà o a soggetti interessati al suo recupero. È una logica nella quale la difficoltà di vendere il dipinto non rappresenta necessariamente un limite: ciò che conta è il suo potenziale come ostaggio. Una richiesta, dunque, potrebbe essere indirizzata direttamente allo Stato o alla Regione, facendo leva sul valore culturale delle opere più che su quello commerciale. È una dinamica diversa dal classico sequestro a scopo di lucro: l’obiettivo, come detto, potrebbe essere ottenere denaro, concessioni o altri vantaggi in cambio della restituzione.
Un’altra ipotesi riguarda l’impiego delle tavole come garanzia all’interno di rapporti tra organizzazioni criminali. In questo scenario, le opere potrebbero essere utilizzate come una sorta di bene di scambio o collaterale in operazioni illecite, senza che sia prevista una loro immediata immissione sul mercato. Il meccanismo, in termini semplici, sarebbe questo: un’opera d’arte rubata può avere un valore enorme per chi la possiede, ma non essere facilmente monetizzabile sul mercato. Dunque, ciò non significa che sia priva di utilità per un’organizzazione criminale: potrebbe, in teoria, essere utilizzata come bene a garanzia di un debito o di un accordo. Immaginiamo, per esempio, due soggetti criminali che abbiano un rapporto economico: uno deve ricevere una somma di denaro dall’altro, oppure deve ottenere una partita di merce o un’altra prestazione. Invece di utilizzare denaro come garanzia, potrebbe essere consegnato un bene di grande valore, come un’opera d’arte. Non importa che il bene venga da traffici illeciti o da furti, come in questo caso: il bene, infatti, potrebbe essere anche una partita di droga, di armi, di gioielli o di merce contraffatta, e questo perché non è necessario che abbia un prezzo facilmente realizzabile sul mercato. In un rapporto clandestino, il valore può essere infatti stabilito dalle parti sulla base di quanto sono disposte a riconoscere per quel bene. Questa ipotesi ha tuttavia un punto debole: un’opera immediatamente riconoscibile è una garanzia molto rischiosa. Più un dipinto è famoso, infatti, più è difficile nasconderlo, trasportarlo o utilizzarlo senza lasciare tracce. Inoltre, se il debitore non paga e il creditore volesse passare all’incasso attraverso il bene che gli è stato offerto come garanzia, si troverebbe comunque con un oggetto che non può vendere legalmente, e si può immaginare che nel mondo della criminalità organizzata sia più facile incassare da una partita di droga che da una tavola di Antonello da Messina.
Resta infine lo scenario del collezionista senza scrupoli, interessato a possedere a ogni costo un’opera di Antonello da Messina. È un’ipotesi che non richiede necessariamente una successiva vendita: il dipinto potrebbe essere destinato a una collezione privata clandestina, nella quale il proprietario sarebbe disposto ad affrontare i rischi derivanti dalla provenienza criminale dell’opera pur di entrarne in possesso a seguito di un classico furto su commissione, per cui questo collezionista può avere mezzi e risorse sufficienti. In questo caso, il punto debole è che occorre immaginare un collezionista che non può far vedere a nessuno la sua raccolta. Sarebbe, dunque, un rapporto con se stesso, o al limite con una cerchia di fedelissimi, verso i quali il collezionista senza scrupoli nutre la massima fiducia. A questo punto la domanda più naturale diventa: chi può essere interessato a possedere un’opera che non può esibire pubblicamente al punto di correre tutti i rischi del caso?
Per ora, tuttavia, nessuna di queste ricostruzioni può essere considerata accertata: il punto fermo è che il bottino è costituito da opere di straordinaria riconoscibilità, difficili da vendere apertamente e quindi poco compatibili con un semplice furto finalizzato alla monetizzazione immediata.
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