In Giappone, la nuova legge che introduce il reato di vilipendio della bandiera nazionale sta alimentando un acceso confronto politico, giuridico e culturale in Giappone. Il vilipendio è già nel Codice penale del paese, ma adesso il nuovo provvedimento, approvato dalla Dieta nazionale (il Parlamento) lo scorso 17 luglio e che rappresenta una significativa vittoria per il governo conservatore guidato dalla prima ministra Sanae Takaichi, introduce specifiche sanzioni penali per chi danneggia o vilipende pubblicamente l’hinomaru, la bandiera nazionale del Paese. La norma prevede la reclusione fino a due anni oppure una multa fino a 200.000 yen (poco più di mille euro) per coloro che si rendano responsabili del vilipendio, del danneggiamento o della rimozione della bandiera nazionale in circostanze considerate lesive del sentimento pubblico. La pena corrisponde a quella già prevista dall’ordinamento giapponese per il danneggiamento della bandiera o di altri simboli nazionali appartenenti a Stati esteri.
Se da una parte il governo presenta il provvedimento come uno strumento destinato a tutelare un simbolo dello Stato e il sentimento di chi attribuisce valore alla bandiera nazionale, dall’altra le critiche sono arrivate con forza da costituzionalisti, giuristi, artisti e critici d’arte, che vedono nella nuova disciplina un potenziale limite alla libertà di espressione garantita dalla Costituzione giapponese. Il punto, infatti, è che la legge intende proteggere “il sentimento di coloro che hanno a cuore la bandiera nazionale”, introducendo sanzioni per gli atti di “danneggiamento, rimozione o profanazione pubblica” della bandiera anche quando tali comportamenti siano tali da “causare estremo disagio o disgusto nelle persone”. È proprio questa formulazione che ha acceso le discussioni, dal momento che il “disagio” e il “disgusto” potrebbero essere interpretati in maniera molto aperta, secondo i critici. Ed è fondamentalmente ciò che divide la disciplina giapponese da, per esempio, quella italiana, dove il reato di vilipendio di bandiera è previsto dal Codice penale ma dove non c’è una legge specifica, né tanto meno la fattispecie di vilipendio si dà in caso di azioni che provocano disagio o disgusto.
Tra le organizzazioni che hanno manifestato apertamente la propria opposizione figura anche la sezione giapponese dell’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte (AICA Japan), che nei giorni precedenti all’approvazione della legge aveva promosso una petizione indirizzata ai membri della Dieta chiedendo il rigetto del disegno di legge. L’iniziativa non ha però impedito l’approvazione definitiva del provvedimento.
La presa di posizione dell’associazione è stata formalizzata il 9 luglio attraverso un documento sottoscritto da 48 membri: nel testo, i firmatari spiegano nel dettaglio le ragioni della loro contrarietà, sostenendo che la nuova norma rischia di incidere profondamente sul mondo della cultura e della produzione artistica.
Proprio la formulazione sul “disagio” e sul “disgusto” rappresenta, come detto, uno dei punti più contestati dai critici. L’espressione utilizzata dal legislatore viene infatti giudicata estremamente vaga e suscettibile di interpretazioni soggettive. Secondo numerosi giuristi, affidare la valutazione di un reato a concetti come il “disagio” o il “disgusto” delle persone rischia di rendere arbitraria l’applicazione della norma e di creare un clima di incertezza giuridica. Gli oppositori sostengono inoltre che la nuova legge intervenga in un ambito già disciplinato dall’ordinamento. Diversi esperti di diritto ricordano infatti che gli eventuali casi di danneggiamento materiale della bandiera possono già essere perseguiti attraverso il reato di danneggiamento di proprietà previsto dal Codice penale giapponese. Da questo punto di vista, secondo i firmatari della petizione, non esisterebbe una reale necessità legislativa per introdurre una nuova fattispecie penale.
Un’altra critica riguarda il bene giuridico che la legge intende proteggere. Secondo gli esperti contrari al provvedimento, il riferimento al “sentimento” delle persone favorevoli alla bandiera nazionale costituisce un interesse giuridico troppo indefinito per giustificare l’introduzione di una sanzione penale. Una simile impostazione, sostengono, rischia di trasformare la tutela di un simbolo nazionale in una limitazione della libertà di manifestazione del pensiero.
Le preoccupazioni riguardano anche il modo in cui il nuovo reato sarà concretamente applicato. Il testo della petizione evidenzia come il disegno di legge non tenga conto delle finalità dell’atto contestato, limitandosi a valutare elementi esteriori e oggettivi. In altre parole, secondo i firmatari, non verrebbe considerato se il gesto sia stato compiuto con finalità artistiche, politiche, simboliche o di protesta, ma soltanto il suo effetto esteriore e la percezione pubblica.
Questo aspetto alimenta il timore che la legge possa produrre un forte effetto dissuasivo nei confronti dell’uso della bandiera nazionale all’interno delle opere artistiche. Secondo AICA Japan, infatti, il semplice rischio di incorrere in procedimenti giudiziari potrebbe spingere artisti, curatori, musei e istituzioni culturali ad evitare qualsiasi utilizzo dell’hinomaru che possa essere interpretato come controverso.
Nel documento si sottolinea come le bandiere nazionali costituiscano da decenni uno dei soggetti più ricorrenti dell’arte contemporanea internazionale. La loro presenza non si limita alla pittura tradizionale, ma comprende fotografie, opere video, installazioni, performance e numerose altre forme di espressione artistica contemporanea.
Secondo i critici, risulta estremamente difficile tracciare un confine netto tra un’opera artistica e una forma di espressione politica o ideologica. Anche se il governo ha dichiarato che le rappresentazioni artistiche non saranno soggette alle nuove sanzioni, l’associazione teme che, una volta entrata in vigore la legge, l’interpretazione del reato possa progressivamente ampliarsi.
Le conseguenze potrebbero andare ben oltre la produzione di nuove opere: la petizione richiama infatti il rischio che si rafforzi un clima di autocensura anche nella gestione delle collezioni museali. Le istituzioni culturali potrebbero decidere di non esporre opere realizzate in passato che utilizzano la bandiera nazionale in maniera critica o provocatoria, limitando così non soltanto la libertà degli artisti, ma anche il diritto del pubblico ad accedere a tali lavori. Secondo l’associazione, la forza simbolica delle sanzioni penali rappresenta di per sé un potente deterrente. Anche qualora le condanne dovessero essere poche, la semplice possibilità di incorrere in un procedimento potrebbe indurre molti artisti ad evitare completamente il tema della bandiera nazionale e, più in generale, qualsiasi espressione critica nei confronti dello Stato.
Il costituzionalista Motohiro Hashimoto ha espresso pubblicamente analoghe preoccupazioni durante un’audizione parlamentare: secondo il giurista, punire chi vandalizza la bandiera significa, di fatto, proibire la critica al governo, con il rischio di comprimere una delle principali garanzie offerte da una democrazia costituzionale.
Il governo, dal canto suo, ha cercato di delimitare il campo di applicazione della norma illustrando alcuni esempi di comportamenti che saranno considerati illeciti. Rientrano tra questi lo strappare, il bruciare o il calpestare pubblicamente la bandiera nazionale, la sua rimozione dagli edifici comunali e perfino la pubblicazione online di video che mostrino la distruzione della bandiera anche se l’episodio avviene in uno spazio privato. Allo stesso tempo, l’esecutivo ha chiarito che alcune forme di utilizzo continueranno ad essere consentite. Non saranno infatti vietate le rappresentazioni artistiche, le immagini digitali della bandiera e neppure l’impiego di piccole bandierine decorative destinate ai bambini.
Tuttavia, nonostante queste precisazioni, molti osservatori ritengono che le rassicurazioni del governo non siano sufficienti a dissipare le ambiguità della norma. La difficoltà di distinguere con certezza ciò che costituisce espressione artistica da ciò che potrebbe essere qualificato come profanazione continua infatti ad alimentare dubbi tra gli operatori culturali. Il dibattito si inserisce inoltre in una storia particolarmente complessa del simbolo nazionale giapponese. L’hinomaru, caratterizzato dal celebre disco rosso su sfondo bianco, è stato per lungo tempo oggetto di profonde controversie legate al passato imperiale e militare del Paese. Pur essendo utilizzata da decenni come simbolo nazionale, la bandiera ha ottenuto un riconoscimento giuridico ufficiale soltanto nel 1999, al termine di un lungo percorso segnato da tensioni politiche e sociali.
L’associazione dei critici d’arte sottolinea come la propria missione sia quella di promuovere la critica artistica e, contemporaneamente, difendere la libertà di pensiero e di espressione. Per questo motivo considera con particolare preoccupazione l’introduzione del nuovo reato, ritenendo che esso possa determinare una progressiva restrizione dello spazio riservato alla critica, alla sperimentazione e alla ricerca artistica in Giappone. La petizione si conclude ribadendo la netta opposizione alla creazione del nuovo reato di danneggiamento della bandiera nazionale. Secondo i firmatari, l’approvazione della legge rischia infatti di limitare non soltanto la libertà di espressione degli artisti, ma più in generale la qualità del dibattito democratico e il diritto dei cittadini giapponesi di manifestare liberamente il proprio pensiero attraverso forme espressive, culturali e artistiche. Il confronto, tuttavia, è destinato a proseguire anche dopo l’entrata in vigore della norma, destinata a diventare uno dei temi più delicati nel rapporto tra tutela dei simboli dello Stato e diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione giapponese.
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.