Israele espropria terreni in Cisgiordania per sviluppare sito archeologico


L’Amministrazione Civile israeliana ha avviato l’esproprio di diversi terreni nell’area del sito archeologico di Herodium, in Cisgiordania. La decisione arriva mentre la Knesset discute una controversa legge che amplierebbe il controllo israeliano sui siti storici nei territori occupati, ma che potrebbe violare il diritto internazionale.

L’Amministrazione Civile Israeliana, l’ente governativo di Israele che opera in Cisgiordania, ha avviato le procedure per l’esproprio di 320 dunam di terreno, pari a 32 ettari, destinati alla conservazione e allo sviluppo del sito archeologico di Herodium, uno dei complessi monumentali più importanti della Cisgiordania stessa. L’annuncio, che è stato diffuso oggi, giunge nel contesto di una situazione politica e legislativa particolarmente delicata, dal momento che in Israele da settimane si discute sul futuro della gestione del patrimonio archeologico nei territori palestinesi occupati: non mancano le accuse, da parte di numerosi osservatori e organizzazioni professionali, di una progressiva estensione della sovranità israeliana attraverso gli strumenti della tutela culturale.

Herodium, il celebre complesso palaziale costruito da Erode il Grande nella prima metà del I secolo d.C., si trova a sud-est di Betlemme, nell’Area C della Cisgiordania, la porzione del territorio che, in base agli Accordi di Oslo del 1993, è sottoposta al controllo e all’amministrazione di Israele (e corrisponde al 59% del territorio della Cisgiordania). Il sito, posto sulla sommità di una collina artificiale e oggi compreso all’interno di un parco nazionale, rappresenta una delle più significative testimonianze archeologiche del periodo erodiano.

In una nota ufficiale, l’Amministrazione Civile ha spiegato che “l’espropriazione viene portata avanti nel rispetto della legge, a seguito di approfondite valutazioni professionali condotte dal funzionario responsabile per l’archeologia e dal funzionario responsabile per le riserve naturali dell’Amministrazione civile. Le loro conclusioni hanno evidenziato l’urgente necessità di regolamentare l’area e promuovere interventi di conservazione del sito al fine di prevenire danni ai resti archeologici di eccezionale importanza storica e culturale”. L’iniziativa non rappresenta un caso isolato. Già nel novembre scorso l’Amministrazione Civile, riporta il quotidiano israeliano Times of Israel, aveva annunciato l’intenzione di espropriare circa 1.800 dunam (180 ettari), nell’area che circonda il sito archeologico di Sebastia, nei pressi di Nablus. Sebastia è ritenuta l’antica capitale del Regno d’Israele tra il IX e l’VIII secolo a.C. e conserva testimonianze di epoche diverse, comprese quelle romana, crociata e ottomana.

Sito archeologico di Herodium. Foto: Wikimedia Commons / Asaf T.
Sito archeologico di Herodium. Foto: Wikimedia Commons / Asaf T.

La decisione relativa a Herodium arriva mentre la Knesset, il Parlamento israeliano, sta discutendo una controversa proposta di legge che potrebbe modificare profondamente il sistema di gestione delle antichità in Cisgiordania. Il provvedimento, sostenuto dal Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, e presentato dal deputato Amit Halevi, prevede infatti la creazione di una nuova struttura denominata “Autorità per il Patrimonio della Giudea e della Samaria”, utilizzando la denominazione biblica con cui in Israele viene spesso indicata la Cisgiordania.

Come ricostruito dal quotidiano Haaretz, secondo i promotori la nuova autorità dovrebbe assumere la responsabilità esclusiva di tutte le questioni legate a patrimonio storico, antichità e archeologia nell’area, con competenze che comprenderebbero scavi, gestione dei siti, supervisione delle ricerche archeologiche e attività di controllo e tutela. Il progetto attribuirebbe inoltre all’organismo poteri di acquisto ed esproprio di terreni destinati alla protezione e alla valorizzazione dei siti archeologici. Nella notte tra il 12 e il 13 maggio il disegno di legge ha superato la prima lettura alla Knesset con 23 voti favorevoli e 14 contrari. Il testo dovrà ora tornare all’esame della Commissione Istruzione, Cultura e Sport per ulteriori discussioni e modifiche prima di affrontare le successive letture necessarie all’approvazione definitiva. L’iter parlamentare ha però incontrato alcuni rallentamenti. Una votazione prevista per l’avanzamento del testo verso la fase finale è stata rinviata dopo che una riunione dedicata agli emendamenti si è conclusa anticipatamente a causa dell’assenza di un numero sufficiente di parlamentari della coalizione di governo per garantire la maggioranza.

Uno degli aspetti più controversi della proposta, spiega Haaretz, riguarda il trasferimento delle competenze, che attualmente vengono esercitate dall’ufficiale archeologico dell’Amministrazione Civile, organismo che dipende dal Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) e, quindi, dal Ministero della Difesa. La nuova autorità opererebbe invece sotto la supervisione del Ministero del Patrimonio. A guidare tale dicastero è Amichai Eliyahu, esponente del partito di estrema destra Otzma Yehudit, guidato da Itamar Ben-Gvir. Eliyahu si è espresso più volte a favore dell’annessione della Cisgiordania e, nel febbraio scorso, aveva attirato l’attenzione mediatica issando una grande bandiera israeliana sul sito archeologico di Sartaba, dichiarando pubblicamente: “Ci stiamo riprendendo ciò che è nostro”. In base a questa nuova legge, la nuova autorità avrà la responsabilità esclusiva di tutte le questioni relative al patrimonio, alle antichità e all’archeologia nella zona. I suoi poteri includerebbero lo scavo e la gestione dei siti, la supervisione degli scavi archeologici e l’applicazione della legge. La legge prevede inoltre che la giurisdizione della nuova autorità possa estendersi anche alle Aree B della Cisgiordania, che secondo gli Accordi di Oslo sono soggette al controllo israeliano ma all’amministrazione civile dell’Autorità Nazionale Palestinese. Alcune discussioni parlamentari hanno inoltre preso in considerazione la possibilità di ampliare in futuro le competenze anche alla Striscia di Gaza e di rinominare l’organismo come “Autorità del Patrimonio di Yesha”, acronimo ebraico che comprende Cisgiordania, Gaza e gli ex insediamenti israeliani presenti nell’enclave palestinese.

Secondo i dati dell’Unità Archeologica dell’Amministrazione Civile, nella sola Cisgiordania sono presenti oltre 2.600 siti archeologici censiti. Tra questi figurano luoghi di enorme rilevanza storica e religiosa come Sebastia, la Tomba dei Patriarchi a Hebron, Tel Shiloh, dove secondo la tradizione biblica fu custodito il Tabernacolo, diverse fortezze asmonee, il palazzo di Erode il Grande e le grotte di Qumran, dove furono rinvenuti i Rotoli del Mar Morto. L’area comprende inoltre importanti siti cristiani e musulmani, tra cui la Basilica della Natività a Betlemme. I sostenitori della legge ritengono che l’attuale sistema non sia sufficiente a garantire la protezione del patrimonio archeologico e accusano l’Autorità Palestinese di aver mostrato scarso interesse verso la conservazione dei siti collegati alla storia dell’antico Israele. Vengono spesso citati casi di danneggiamenti attribuiti a progetti di sviluppo realizzati sotto amministrazione palestinese.

Amit Halevi ha presentato il provvedimento come una risposta culturale e identitaria all’attuale situazione politica e militare. Intervenendo alla Knesset, il deputato del Likud ha affermato che “l’attuale guerra riguarda la nostra identità, la nostra cultura, Dio e il nostro profondo legame con questa terra”, sostenendo che la nuova normativa rappresenterebbe parte della vittoria contro quella che ha definito “barbarie”. Di segno opposto le reazioni del mondo accademico e di numerose organizzazioni professionali. L’associazione di archeologi israeliana Emek Shaveh ha duramente criticato il progetto sostenendo che la proposta non avrebbe come obiettivo principale la tutela delle antichità, ma trasformerebbe il patrimonio archeologico in uno strumento politico utilizzato contro la popolazione locale e funzionale a promuovere l’annessione della Cisgiordania. Secondo l’organizzazione, una reale politica di conservazione dovrebbe concentrarsi sulla prevenzione dei saccheggi, sulla collaborazione con le comunità locali e con le istituzioni scientifiche e sull’introduzione di un divieto generale del commercio di antichità, considerato uno dei principali incentivi alla distruzione dei siti archeologici.

In un documento inviato alla Commissione Cultura della Knesset nel febbraio scorso, Emek Shaveh ha inoltre avvertito che il provvedimento potrebbe compromettere la ricerca scientifica, accentuare l’isolamento internazionale di Israele nel settore archeologico e avere conseguenze significative sulle comunità che vivono in prossimità dei siti storici. Secondo gli studiosi, l’estensione delle competenze di controllo potrebbe infatti aprire la strada a politiche discriminatorie e a ulteriori tensioni sul territorio.

Non è tutto: secondo le interpretazioni prevalenti del diritto internazionale, anche nell’Area C Israele sarebbe autorizzata solo a condurre scavi di recupero e operazioni per la conservazione di reperti e siti archeologici, non ad avviare scavi a scopo accademico o lo sviluppo di siti. L’esproprio dei terreni a Herodium rappresenterebbe dunque, secondo questa interpretazione, una violazione del diritto internazionale.

Anche i consulenti giuridici del Parlamento hanno espresso perplessità. Durante l’esame del testo, la consulente legale della Commissione Cultura, Tami Sela, ha sottolineato che l’approvazione della legge segnerebbe per la prima volta il passaggio diretto allo Stato israeliano di poteri di esproprio e acquisizione di terreni in Cisgiordania che si applicherebbero anche ai residenti palestinesi. E adesso, in questo scenario già complicato, si inserisce ora anche l’esproprio dei terreni di Herodium, destinato ad alimentare ulteriormente una discussione che intreccia archeologia, politica, identità nazionale e diritto internazionale.




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