Quattro opere tornate a casa negli ultimi due anni dopo che erano andate disperse: è il risultato concreto di un lavoro paziente di ricerca, studio degli archivi e collaborazione internazionale che oggi spinge il Musée des Beaux-Arts d’Orléans a rilanciare un appello rivolto a collezionisti, antiquari, case d’asta, studiosi e cittadini di tutto il mondo. L’obiettivo è individuare e recuperare i 424 dipinti che risultano ancora dispersi dalle collezioni del museo, molti dei quali scomparsi durante la Seconda guerra mondiale, altri invece svaniti nel corso del Novecento mentre erano depositati presso uffici pubblici o altre istituzioni. Alla base dell’iniziativa vi è un principio fondamentale della legislazione francese: le collezioni museali sono inalienabili. Questo significa che il diritto del museo a recuperare le opere non si estingue con il passare del tempo e che ogni dipinto identificato potrà essere restituito alla collezione pubblica cui appartiene.
Per favorire questo lavoro, il museo ha pubblicato un dettagliato repertorio delle opere mancanti, ricostruendo per ciascuna di esse provenienza, descrizioni, attribuzioni, fotografie storiche quando disponibili, inventari, cataloghi e documentazione archivistica. L’obiettivo è rendere il più semplice possibile il riconoscimento dei dipinti qualora dovessero ricomparire sul mercato antiquario o nelle collezioni private.
La storia stessa del museo spiega l’importanza di questo patrimonio disperso: il Musée d’Orléans aprì le proprie porte il 4 novembre 1825 all’interno dell’Hôtel des Créneaux. Ventuno anni dopo la chiusura del primo museo cittadino, nato già nel 1799 per ospitare le confische rivoluzionarie, e in un periodo in cui numerosi musei francesi stavano nascendo grazie al decreto Chaptal, l’istituto della città francese seguì una strada diversa rispetto agli altri grandi musei del Paese. Se infatti i quindici cosiddetti “musei Chaptal” erano stati alimentati principalmente da opere inviate dallo Stato, il direttore del museo di Orléans decise di costruire le collezioni facendo affidamento soprattutto sulle donazioni private. Una scelta che si rivelò straordinariamente efficace.
Grandi proprietari terrieri, collezionisti, appassionati d’arte e cittadini contribuirono alla formazione della raccolta, dando vita a un museo profondamente radicato nel territorio e capace di riflettere il gusto e la storia artistica della città. Il principale artefice di questa impresa fu il conte de Bizemont, che per anni pubblicò sul Journal du Loiret l’elenco settimanale delle donazioni ricevute, documentando con precisione la crescita delle collezioni. Successivamente furono i cataloghi museali, aggiornati dai suoi successori, a raccogliere e conservare questa memoria.
Nel tempo la generosità dei donatori non si è mai interrotta. L’ampliamento delle raccolte portò infatti all’apertura di nuove sedi museali: l’Hôtel Cabu destinato alle collezioni storiche, archeologiche e artistiche, il Museo dedicato a Giovanna d’Arco e infine il Musée Paul Fourché, inaugurato nel 1907 grazie alla donazione dell’importante raccolta del collezionista Paul Fourché, che volle legare definitivamente il proprio nome alla città di Orléans. Proprio questa collezione ha però subito le perdite più drammatiche.
Degli oltre trecento dipinti donati da Paul Fourché non sopravvisse praticamente nulla al saccheggio del museo avvenuto nel giugno del 1940, prima dell’incendio che devastò l’edificio insieme all’Hôtel Cabu e al Museo Giovanna d’Arco. Altre opere sarebbero invece scomparse negli anni successivi mentre erano depositate presso uffici pubblici, secondo una pratica molto diffusa prima della legge francese sui musei del 2002.
Per ricostruire questo patrimonio disperso, il museo ha avviato un’imponente attività di ricerca negli archivi, confrontando inventari, cataloghi storici, fotografie, annotazioni dei conservatori e documenti amministrativi. Ogni scheda del nuovo repertorio raccoglie tutte le informazioni disponibili affinché eventuali proprietari possano riconoscere le opere e favorirne il ritorno.
Il metodo ha già dato risultati concreti: negli ultimi due anni sono infatti rientrate nelle collezioni quattro opere considerate disperse da decenni. Il primo recupero riguarda La morte di Orlando di Achille-Etna Michallon, uno studio del 1818 entrato nelle collezioni nel 1892 insieme al fondo proveniente dallo studio di Léon Cogniet. Il dipinto risultava disperso dalla metà del Novecento. Nel 2026 una coppia tedesca che lo aveva acquistato sul mercato dell’arte in Germania negli anni Ottanta ha deciso spontaneamente di restituirlo dopo aver individuato, grazie alle etichette e alle iscrizioni presenti sul retro, la provenienza dal museo di Orléans. L’opera sarà ora restaurata grazie al sostegno dello studio Arcanes.
È tornato al museo anche il dipinto anonimo raffigurante Cristo tra san Paolo e Apollo di Alessandria, realizzato nel 1546. Scomparso prima del 1923, era riapparso sul mercato nel 1994 ed era stato acquistato dal Museo di Beauvais. Già allora Eric Moinet, direttore del museo di Orléans, aveva riconosciuto il dipinto grazie alla descrizione contenuta nel catalogo del 1876, ma non era stato possibile ottenerne la restituzione. Trent’anni più tardi il Museo di Beauvais ha invece accettato il trasferimento, consentendo all’opera di ritornare definitivamente nelle collezioni originarie.
Il terzo recupero riguarda il paesaggio Sous-bois, Bellevue del pittore Louis Neillot, realizzato nel 1935. Il dipinto era stato conservato a Orléans ed esposto in un ufficio pubblico, e scomparve negli anni Settanta. Grazie alle ricerche dell’avvocato Matthieu Semont l’opera è stata individuata durante un’asta ed è rientrata al museo nel 2024. Il quarto recupero riguarda invece una scultura. Si tratta della testa della statua di Giovanna d’Arco realizzata nel 1899 da Armand Le Véel e inaugurata nel giardino dell’arcivescovado. L’opera fu quasi completamente distrutta nel 1944, ma la testa venne salvata da quello che le fonti definiscono “un patriota”. Conservata privatamente per decenni, è stata donata al museo nel 2023 per ricongiungersi con gli altri frammenti superstiti.
Questi recuperi alimentano oggi la speranza di riportare alla luce molte altre opere di straordinario valore storico e artistico. Tra i dipinti più importanti ancora ricercati figura una Deposizione nel sepolcro attribuita al Maestro di Francoforte, artista attivo ad Anversa tra la fine del Quattrocento e il primo Cinquecento. L’opera, olio su tavola di 61 per 80 centimetri appartenuta alla collezione Paul Fourché e donata al museo nel 1907, scomparve durante la Seconda guerra mondiale. Una fotografia conservata negli archivi consentì allo storico dell’arte Stephen Goddard di proporne nel 1982 l’attribuzione al Maestro di Francoforte.
Tra le opere italiane più significative figura una Testa di angioletto, frammento attribuito ad Antonio Allegri detto il Correggio, proveniente da un dipinto raffigurante la Vergine con il Bambino e san Giovannino. Anch’essa apparteneva alla collezione Fourché e andò perduta durante il conflitto. Risulta disperso anche un San Girolamo di Luca Cambiaso, registrato per la prima volta nel museo già nel 1826. Il dipinto era stato depositato all’Hôpital Général prima del 1851, successivamente rimosso nel 1902 durante lavori di ristrutturazione a causa del suo stato di conservazione e segnalato come scomparso dal 1912. La descrizione archivistica ricorda il santo raffigurato a mezzo busto con il petto scoperto mentre tiene in mano un teschio. Alla lunga lista appartiene anche Lo svenimento della Vergine di Alessandro Casolani, tavoletta del secondo Cinquecento proveniente dalla collezione Fourché e dispersa durante la guerra, insieme al Ritratto di donna attribuito al Bronzino. Quest’ultimo era stato tradizionalmente identificato come un ritratto di Caterina de’ Medici, ma già Paul Fourché aveva escluso questa ipotesi osservando l’iscrizione presente sul pannello e l’abbigliamento della figura, ritenuti incompatibili con la sovrana.
Tra i capolavori italiani figura inoltre una Madonna col Bambino attribuita a Lorenzo Costa. Roberto Longhi, durante una visita al museo nel 1920, l’aveva definita una splendida opera della scuola ferrarese-bolognese, giudicandola “indiscutibile”. Di grande interesse anche una Deposizione attribuita a Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone. Originariamente considerata opera della scuola fiorentina del XVI secolo, fu nuovamente studiata da Longhi che nel 1920 la definì “molto buona”, proponendone l’attribuzione alla scuola veneziana e probabilmente allo stesso Pordenone.
Tra le opere più importanti ancora disperse figura inoltre una bellissima Madonna col Bambino e san Giovannino proveniente dalla bottega di Raffaello. Il dipinto aveva una storia collezionistica particolarmente complessa: scoperto nel 1869 a Lavagno, era passato attraverso diversi collezionisti e antiquari prima di essere acquistato da Paul Fourché. Lo stesso Fourché aveva assemblato il pannello centrale con due sportelli attribuiti a Jan van Hemessen. Roberto Longhi ne sottolineò l’eccezionale qualità, ipotizzando una realizzazione da parte di un allievo di Raffaello e suggerendo collegamenti con Perin del Vaga, mentre altri proposero successivamente il nome di Giovanni Francesco Penni.
Tra gli artisti fiamminghi risultano ancora irreperibili Il regno di Plutone di Pieter Brueghel il Giovane, L’età dell’oro di Frans Francken I, il Ritratto d’uomo di Hans Holbein il Giovane, Sant’Antonio Abate attribuito a Joachim Patinir, il Ritratto detto di Federico Spinola di Frans Pourbus II, La Vanità di Jacob Jordaens e un Ritratto d’uomo di Ferdinand Voet. Per quanto riguarda la pittura spagnola è ricercato anche il frammento raffigurante San Michele Arcangelo e un santo con un arco, attribuito al Maestro di Rio Frio. Originariamente considerato opera della scuola provenzale del Quattrocento, venne successivamente ricondotto da alla scuola spagnola e inserito nel corpus del Maestro di Rio Frio da Chandler Post nel 1970.
Non mancano importanti opere del Seicento italiano, come L’Adorazione dei Magi di Luca Giordano, la cui attribuzione sostituì quella più antica a Giovanni Domenico Tiepolo dopo gli studi di Roberto Longhi, e La morte di Lucrezia di Alessandro Tiarini. Tra le grandi perdite il museo segnala inoltre quattro dipinti di Antoon van Dyck, tutti scomparsi durante la Seconda guerra mondiale e oggi ancora irreperibili.
L’elenco comprende anche il Ritratto di Charles Nicolas Cochin di Jean Siméon Chardin, acquistato da Paul Fourché nel 1914 durante la vendita della collezione J. Duval a Bordeaux, il paesaggio Chenal à marée basse di Eugène Boudin, À dos d’ânes di Giuseppe Palizzi (uno dei principali lavori dell’Ottocento italiano della collezione) e numerosi altri dipinti appartenenti alla collezione Fourché. Un caso particolare riguarda invece Le Jardin au bord de l’eau di Alfred Sisley. L’opera, inizialmente ritenuta dispersa durante la guerra, era stata ritrovata nei depositi del museo intorno al 1952. Il 30 aprile 1998 fu però rubata dal celebre ladro Stéphane Breitwieser e da allora non è stata più recuperata.
Il lavoro del Musée des Beaux-Arts d’Orléans dimostra come anche a distanza di decenni il recupero delle opere disperse sia possibile. Ogni fotografia d’epoca, ogni etichetta sul retro di una tela, ogni annotazione presente negli archivi può trasformarsi nell’indizio decisivo per restituire al patrimonio pubblico un’opera creduta perduta. Per questo il museo continua a invitare chiunque riconosca uno dei 424 dipinti ancora mancanti a segnalarne l’esistenza: perché quelle opere, donate alla collettività oltre un secolo fa, possano un giorno tornare a essere patrimonio di tutti.
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