La Pinacoteca Nazionale di Bologna recupera una parte significativa della propria storia riportando nelle sale espositive alcune delle più importanti sculture conservate nei depositi del museo. Dopo anni trascorsi lontano dal percorso di visita per ragioni conservative e al termine di un accurato lavoro di pulitura e restauro, busti, erme, dipinti e opere raramente visibili tornano a dialogare con i capolavori della scuola artistica bolognese all’interno di un nuovo progetto di riallestimento elaborato dagli storici dell’arte della Pinacoteca. L’iniziativa, avviata quest’oggi, non rappresenta soltanto un intervento di valorizzazione delle collezioni, ma segna anche il recupero di una tradizione che affonda le proprie radici nella storia stessa dell’istituzione museale. Alle origini della Pinacoteca, quando il museo costituiva la quadreria dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, la scultura occupava infatti un ruolo centrale nel percorso espositivo. In un’accademia dedicata all’insegnamento di tutte le arti, pittura e scultura erano considerate discipline complementari e venivano presentate al pubblico in stretta relazione tra loro.
Anche nel Novecento questa impostazione venne mantenuta grazie al grande progetto di rinnovamento museografico realizzato da Cesare Gnudi e Leone Pancaldi. Nel corso dei decenni successivi, tuttavia, esigenze conservative e nuove scelte espositive portarono molte opere scultoree a essere trasferite nei depositi, sottraendole alla fruizione pubblica. Oggi il museo recupera quella visione originaria, reinserendo le sculture all’interno delle sale in modo da ricostruire connessioni storiche, artistiche e biografiche con i dipinti esposti.
“Con questa iniziativa riportiamo all’attenzione del pubblico alcune sculture storiche della Pinacoteca, recuperando una parte importante della storia del museo e della sua identità originaria”, spiega Luigi Gallo, direttore dei Musei Nazionali di Bologna – Direzione Regionale Musei Nazionali Emilia-Romagna. “Queste sculture non sono semplici testimonianze del passato, ma opere che dialogano in modo diretto con i dipinti e con i grandi protagonisti della scuola artistica bolognese. Riportarle nelle sale, dopo un accurato lavoro di pulitura e restauro, significa ricostruire relazioni, contesti e percorsi di lettura che arricchiscono l’esperienza di visita. I busti, le erme e le opere che tornano oggi esposte consentono di riscoprire la Pinacoteca come luogo in cui le arti convivono e si raccontano reciprocamente, secondo lo spirito dell’Accademia da cui il museo ha avuto origine. Questa iniziativa rappresenta inoltre l’avvio di un più ampio programma di valorizzazione delle opere conservate nei depositi del museo: un patrimonio che sarà progressivamente messo in luce attraverso nuove esposizioni permanenti e approfondimenti tematici, anche mediante mostre e progetti di studio che saranno sviluppati nei prossimi mesi”.
Le prime opere a tornare visibili sono due importanti busti in terracotta che occupano posizioni strategiche all’interno del percorso espositivo. Il primo è il Ritratto del Guercino realizzato da Fabrizio Arrigucci intorno al 1660. La scultura è stata collocata nella sala dedicata al grande pittore di Cento, instaurando un dialogo diretto con le sue opere pittoriche. L’opera costituisce una testimonianza particolarmente preziosa perché restituisce con grande accuratezza le fattezze dell’artista. I dettagli fisiognomici e la qualità dell’esecuzione suggeriscono che il busto possa essere stato modellato dal vero negli ultimi anni di vita del pittore. Originariamente conservata nella casa-studio bolognese del Guercino, in via Sant’Alò, la terracotta fu successivamente concessa in deposito alla Pinacoteca di Cento. Solo recentemente è rientrata a Bologna, consentendo oggi di reinserirla nel contesto museale della Pinacoteca.
Accanto ai dipinti di Guido Reni trova invece posto un’altra opera di grande rilevanza: il Busto di Muzio Frangipane realizzato da Alessandro Algardi tra il 1637 e il 1638. La collocazione accanto alla celebre Strage degli Innocenti crea un dialogo tra due protagonisti della cultura figurativa seicentesca, mettendo in relazione la scultura di uno dei maggiori artisti del Barocco con uno dei capolavori assoluti della pittura bolognese. La terracotta rappresenta un caso particolarmente significativo all’interno delle collezioni della Pinacoteca poiché costituisce l’unica opera di Algardi posseduta dal museo. Lo scultore bolognese, insieme a Gian Lorenzo Bernini, contribuì in maniera decisiva alla ridefinizione dei linguaggi artistici della Roma barocca. Il busto esposto a Bologna è il modello preparatorio del monumento marmoreo realizzato nel 1638 per la cappella dei Frangipane nella chiesa romana di San Marcello al Corso. L’opera raffigura Muzio Frangipane, esponente dell’antica famiglia romana vissuto nel XVI secolo, rappresentato postumo nelle vesti di uomo d’arme. La qualità plastica della terracotta e la forza espressiva del volto testimoniano la straordinaria abilità ritrattistica di Algardi, capace di conferire alla materia una intensa vitalità psicologica.
Il riallestimento coinvolge anche la sezione dedicata al Rinascimento, dove trova posto una rara tavola di Marco Palmezzano raffigurante la Madonna col Bambino, databile tra il 1506 e il 1513. Anch’essa proveniente dai depositi, viene ora collocata in dialogo con lavori di Cima da Conegliano, Perugino, Francesco Francia e Lorenzo Costa. Si tratta di un frammento superstite di una pala d’altare più ampia della quale non si conservano ulteriori notizie. La tavola assume quindi un valore particolare poiché rappresenta una delle poche testimonianze del Rinascimento forlivese presenti nelle collezioni della Pinacoteca. Marco Palmezzano, insieme al maestro Melozzo da Forlì, contribuì infatti in maniera determinante allo sviluppo della cultura artistica romagnola tra Quattro e Cinquecento.
Il progetto di valorizzazione proseguirà nei prossimi mesi con l’esposizione di ulteriori opere che punteggeranno il percorso museale seguendo una logica di dialogo diretto tra le sculture e i dipinti dei protagonisti della scuola bolognese. Nel corridoio dedicato al Barocco sarà collocato il ritratto in gesso di Gaetano Gandolfi realizzato da Giacomo De Maria nel 1802. L’opera sarà esposta in corrispondenza dei dipinti del maestro settecentesco, riproponendo il criterio adottato per il busto del Guercino. Il gesso costituisce il calco originale del monumento in terracotta modellato da De Maria per la tomba dell’artista.
Un altro importante nucleo di opere sarà collocato all’ingresso del Salone degli Incamminati, dove verranno esposte le tre erme dedicate ai Carracci: Annibale, Agostino e Ludovico, fondatori della celebre Accademia degli Incamminati nel 1582 e protagonisti della rivoluzione artistica che trasformò la pittura europea tra Cinquecento e Seicento. L’erma di Annibale Carracci fu realizzata da Cincinnato Baruzzi tra il 1822 e il 1823. Originariamente destinata a ornare l’ingresso della quadreria dell’Accademia bolognese, l’opera testimonia il forte legame dello scultore con la città. Dopo la formazione a Bologna, Baruzzi entrò infatti nello studio romano di Antonio Canova, del quale assunse la direzione dopo la morte del maestro nel 1822. Tornato a Bologna, insegnò scultura all’Accademia di Belle Arti dal 1831 al 1859. L’erma di Ludovico Carracci fu invece realizzata nel 1849 da Ladislao Sanmarchi, allora studente dell’Accademia. L’opera nacque come saggio annuale di valutazione e fu destinata a essere collocata accanto a quella di Annibale all’ingresso della quadreria. Tre anni più tardi venne scolpita anche l’erma di Agostino Carracci, opera che segnò l’avvio della carriera di Stefano Galletti, allievo dello stesso Baruzzi. Con l’inserimento di quest’ultima scultura si completò per la prima volta una rappresentazione plastica della triade carraccesca, anticipando di oltre mezzo secolo il celebre bassorilievo dei Tre Carracci realizzato da Tullo Golfarelli nel 1908 per il portico d’ingresso della Pinacoteca.
Tra le opere che escono dai depositi figura inoltre un importante dipinto attribuito ad Annibale Carracci: il Ritratto di gentildonna, databile tra il 1583 e il 1584. La tela sarà collocata nel corridoio dei ritratti della sezione barocca accanto al Ritratto della Famiglia Tacconi di Ludovico Carracci e al Ritratto della madre di Guido Reni. L’opera presenta una storia attributiva complessa. Nel corso del Novecento era stata assegnata da parte della critica a Guido Reni. Studi più recenti hanno invece ricondotto il dipinto ad Annibale Carracci, individuando nella qualità stilistica, nell’immediatezza espressiva e nel tono confidenziale elementi riconducibili alla sua fase giovanile. Il dipinto arricchisce così il nucleo dedicato alla ritrattistica carraccesca conservato nel museo.
L’intervento alla Pinacoteca Nazionale di Bologna ricostruisce così una parte fondamentale della storia dell’istituzione, restituisce visibilità a opere per lungo tempo celate al pubblico e riafferma il principio di dialogo tra le arti che aveva caratterizzato l’originaria quadreria dell’Accademia di Belle Arti. Attraverso busti, erme, dipinti e sculture, il museo offre oggi una lettura più ricca e articolata della tradizione artistica bolognese, aprendo al contempo una nuova stagione di valorizzazione del patrimonio custodito nei propri depositi.
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