Il panorama artistico del XX secolo è costellato di figure che hanno cercato di incasellare la realtà in rigidi manifesti, ma tra queste spicca Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887 – Monza, 1955), una personalità che ha fatto dell’indipendenza, dell’eclettismo e della curiosità intellettuale la propria cifra stilistica. Pittore, incisore, disegnatore e scrittore di talento, Bucci rappresenta uno degli esempi più luminosi di intellettuale europeo, capace di muoversi con disinvoltura tra la tradizione dei grandi maestri e le turbolenze della modernità urbana. La sua carriera, oggi celebrata al Mart di Rovereto con la più vasta rassegna mai realizzata su di lui (Anselmo Bucci 1887 – 1955. Il tempo del Novecento tra Italia e Europa, dal 28 marzo al 27 settembre 2026, a cura di Beatrice Avanzi e Luca Baroni), che giunge a pochi anni di distanza da quella, già piuttosto ricca, del Vittoriale del 2022 (qui la nostra recensione), rivela un artista che non si è mai lasciato intrappolare dalle etichette, mantenendo una coerenza interna fondata su una cultura figurativa vastissima e una sensibilità letteraria fuori dal comune.
Nato a Fossombrone ma cittadino del mondo, Bucci ha vissuto intensamente le trasformazioni del suo tempo, osservando la società con occhio acuto e traducendone le dinamiche in immagini vibranti. Sebbene sia spesso ricordato per il suo ruolo centrale nella nascita del gruppo Novecento Italiano, la sua figura eccentrica e sfaccettata è rimasta a lungo in una posizione defilata rispetto ai nomi più altisonanti dell’arte italiana, proprio a causa della sua eterogeneità e della sua riluttanza a piegarsi a logiche di partito o correnti politiche.
La mostra al Mart, attraverso oltre 150 opere tra dipinti, grafiche e documenti inediti, si propone di ricollocare Bucci nel suo giusto contesto internazionale, mettendo in luce come la sua ricerca fosse nutrita da una rete di contatti che spaziava da Parigi a Milano, ricevendo apprezzamenti da figure del calibro di Guillaume Apollinaire e testate come il New York Times. Riscoprire Bucci oggi significa immergersi in un percorso che attraversa l’avventura parigina a Montparnasse, l’esperienza drammatica della prima linea come pittore di guerra e il ritorno a una classicità moderna, sempre intrisa di un’ironia sottile e di una padronanza tecnica straordinaria. Di seguito, dieci aspetti fondamentali per comprendere l’universo di questo artista straordinario.
Nonostante la sua dimensione cosmopolita, Bucci non dimenticò mai le sue origini a Fossombrone, arrivando talvolta a firmarsi “Bucci da Fossombrone” per sottolineare l’appartenenza a quella terra. Le Marche rappresentavano per lui il luogo dell’infanzia e della memoria, un serbatoio di affetti e suggestioni cromatiche che avrebbero influenzato i suoi lavori giovanili. Proprio a Fossombrone, durante i soggiorni estivi dai nonni, l’artista mosse i primi passi sperimentando la tecnica divisionista in opere come La gola del Furlo.
L’ambiente familiare fu determinante: il nonno materno Giovanni era un artista-erudito che insegnava disegno in paese, e lo studio dell’ebanista nonno paterno Anselmo gli trasmise quel senso di manualità e artigianato che Bucci avrebbe rivendicato per tutta la vita. Non è un caso che una delle sue tele più apprezzate dalla critica parigina, L’Autunno, fosse ambientata proprio nelle colline del Metauro, arricchita da dettagli caratteristici come il biroccio marchigiano. Questo legame profondo si tradusse anche in un atto di generosità: negli anni Quaranta e Cinquanta, Bucci destinò gran parte del suo patrimonio artistico alla collezione del notaio Giuseppe Cesarini a Fossombrone, creando il nucleo di quella che oggi è la più importante raccolta a lui dedicata.
Nel 1906, Bucci approdò a Parigi insieme agli amici Buggelli e Dudreville con pochissimi soldi in tasca ma una determinazione incrollabile. La capitale francese divenne il fulcro della sua maturazione artistica e personale; qui frequentò l’ambiente leggendario de La Ruche a Montparnasse, entrando in contatto con giganti come Picasso, Modigliani e Severini. Inizialmente si mantenne svolgendo lavori umili, come il ritocco fotografico, ma presto la sua abilità nell’incisione e nel ritratto gli aprì le porte del successo.
Durante questi anni, Bucci immortalò la vivacità della vita parigina attraverso la serie di puntesecche Paris qui bouge, dove riuscì a catturare il movimento e le vibrazioni luminose care agli impressionisti. Parigi non fu solo un luogo di lavoro, ma anche di affetti profondi, come la relazione con la musa Juliette Maré, che posò per lui in opere intense come Inverno in riviera. Anche dopo il ritorno definitivo in Italia, l’artista mantenne uno studio nella capitale francese fino al 1935, testimoniando un legame indissolubile con quella cultura che aveva forgiato il suo spirito europeo.
Sebbene la sua figura sia oggi spesso letta in autonomia, Bucci giocò un ruolo fondamentale nella nascita del gruppo Novecento Italiano. Fu proprio lui, infatti, a suggerire l’appellativo per il movimento promosso da Margherita Sarfatti, che mirava a ricostruire una tradizione artistica basata su una “moderna classicità” dopo gli eccessi delle avanguardie. Nonostante fosse uno dei sette fondatori, Bucci non accettò mai di farsi ingabbiare dalle rigide direttive del gruppo.
La sua indipendenza lo portò a rassegnare le dimissioni già nel 1923, alla vigilia della prima mostra ufficiale, a causa di divergenze che lui stesso definì “non artistiche”. La sua pittura rimase libera ed eclettica, capace di mescolare volumi solidi e sintetici con atmosfere vibranti di matrice postimpressionista, dopo aver sperimentato anche il futurismo per un breve tempo. Opere come I Pittori sono considerate manifesti della poetica novecentista per il richiamo al “ritorno al mestiere”, ma in realtà nascondono una ricerca personale che Bucci portava avanti da tempo, ben prima di qualsiasi adesione teorica ai programmi della Sarfatti.
Allo scoppio del primo conflitto mondiale, Bucci non si limitò a osservare, ma scelse l’impegno attivo arruolandosi nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti. In questo contesto si ritrovò a condividere la vita al fronte con altri futuri protagonisti dell’arte italiana, come Marinetti, Boccioni e Sironi, nel celebre “plotone degli artisti”. La guerra rappresentò per lui un’esperienza esistenziale e artistica di enorme impatto, permettendogli di riconnettersi con l’Italia dopo quasi un decennio trascorso all’estero.
Data l’impossibilità di dipingere direttamente al fronte, Bucci produsse una quantità impressionante di disegni a carboncino che documentavano con crudo realismo la quotidianità dei soldati. Questi studi venivano poi rielaborati nel suo atelier milanese in dipinti e incisioni che lo consacrarono come uno dei principali narratori visivi della realtà nazionale bellica. Attraverso queste opere, Bucci riuscì a trasformarsi da artista di formazione francese a interprete sensibile dei drammi e dell’eroismo del proprio Paese, consolidando legami decisivi con mecenati e galleristi.
La produzione grafica di Anselmo Bucci è monumentale per quantità e qualità, e questo lorende uno dei disegnatori più talentuosi del primo Novecento. Un inventario del 1936 contava quasi settemila disegni e centinaia di lastre incise, un corpus immenso che testimonia la sua instancabile ricerca tecnica. A Parigi si distinse per la maestria nella puntasecca, tecnica che utilizzò per tradurre sulla lastra le atmosfere urbane e i monumenti monumentali commissionati dai principali editori francesi.
Bucci esplorò con successo anche l’incisione a colori, cercando di emulare le vibrazioni della pittura impressionista attraverso complessi processi tipografici. Nonostante in Italia il mercato della grafica fosse meno fiorente rispetto a quello parigino, l’artista continuò a dedicarsi a questa attività con passione, realizzando illustrazioni per libri e fogli di carattere personale tirati in pochissimi esemplari. Oggi, nuclei significativi di questa sterminata produzione sono conservati a Milano e nella sua Fossombrone, restando come prova della sua straordinaria libertà espressiva.
Anselmo Bucci non si esprimeva solo attraverso i colori, ma possedeva una penna affilatissima che ne faceva un intellettuale a tutto tondo. La sua produzione scritta è vastissima e comprende diari, articoli di critica d’arte e opere letterarie che riflettono la sua capacità di analisi critica sul proprio tempo. Nel 1930, la sua raccolta di aforismi intitolata Il pittore volante ottenne un successo clamoroso, vincendo la prima edizione del prestigioso Premio Viareggio.
Nei suoi scritti, Bucci affrontava con ironia e profondità il rapporto tra arte antica e moderna, sostenendo spesso la superiorità della “chiara certezza” del passato rispetto ai “confusi pentimenti” dei contemporanei. Le sue riflessioni, apparse anche su testate come la Domenica del Corriere, intrecciavano commenti su mostre attuali a ricordi di viaggio, offrendo una chiave di lettura preziosa per comprendere la sua pittura. Questa doppia anima di pittore-scrittore gli permise di costruire un’immagine di sé consapevole e colta, allineata a quella dei grandi maestri del Rinascimento.
Come molti grandi artisti del passato, da Rembrandt a Van Gogh, Bucci ebbe un rapporto costante con la propria immagine. Con l’autoritratto. La sua produzione è costellata di autoritratti, dai veloci schizzi a grafite alle opere pittoriche più meditate, rivelando il bisogno di definire e controllare la propria identità pubblica. Un gesto particolarmente emblematico della sua personalità avvenne nel 1909, quando dipinse il proprio volto sopra una tela antica del Seicento attribuita al Padovanino, quasi a voler sancire un legame diretto e di sfida con la grande tradizione veneziana.
Questo desiderio di monitorare la propria effigie si estendeva persino alle opere realizzate da altri: si racconta che Bucci intervenne personalmente sul busto in bronzo fuso dall’amico Angelo Biancini, ritoccando le pupille con una pennellata di bianco per conferire maggiore intensità allo sguardo. Questi autoritratti non erano solo esercizi tecnici, ma tappe di un’indagine psicologica che accompagnò l’artista per tutta la vita, permettendogli di presentarsi al mondo come un intellettuale nobile e pienamente consapevole del proprio valore.
Il mondo animale occupò un posto speciale nel cuore e nell’arte di Bucci, spesso con sfumature affettive molto personali. Durante gli anni parigini adottò due cani lupo, Baloo e Loute, che divennero soggetti di numerosi disegni e incisioni. A Milano, il suo appartamento ospitava creature insolite come la tartaruga Pupa e l’oca Gertrude, quest’ultima protagonista della tela ironica Le oche del Campidoglio, con cui l’artista si faceva beffe della retorica storica cara al fascismo.
L’interesse per gli animali si unì anche alla grande letteratura quando, verso la metà degli anni Venti, Bucci illustrò il Libro della giungla di Rudyard Kipling. Per essere fedele al vero, l’artista trascorse ore al Jardin des Plantes di Parigi a studiare scimmie e specie esotiche, realizzando una serie di puntesecche di tale qualità da entrare a far parte della collezione privata dello stesso Kipling. Opere come Uscita dall’Arca dimostrano come i soggetti animalisti fossero per Bucci un’occasione per allontanarsi dai temi canonici del Novecento e dare libero sfogo alla sua gioiosa e virtuosistica pittoricità.
Seguendo il consiglio di Goethe, che amava osservare le città dalle torri più alte, Bucci scelse quasi sempre abitazioni e atelier situati in posizioni elevate per poter dominare il panorama. Questa prospettiva privilegiata influenzò profondamente la sua produzione di paesaggi urbani, trasformando tetti e binari ferroviari in vedute dell’anima. A Parigi dipinse i tetti innevati immersi nella nebbia, mentre a Milano si concentrò sul fervore edilizio del dopoguerra osservato dal suo balcone in via Jean Jaurès.
Le sue vedute urbane non erano semplici descrizioni, ma cornici cariche di significati simbolici e drammatici. In L’addio, uno dei peraltro non frequenti esperimenti futuristi di Bucci, ad esempio, la figura di una donna che saluta un treno in partenza per il fronte si compenetra con il paesaggio cittadino in un raro omaggio alle istanze futuriste. In altre opere, come Il lampo, Bucci colse momenti di vita quotidiana improvvisamente sconvolti da eventi atmosferici o sociali, ricordando la fragilità della quiete borghese di fronte a ciò che non si può controllare.
A chiudere idealmente la carriera e la mostra al Mart è I Maschi, una tela imponente e carica di significati che l’artista tenne nascosta per decenni. Si tratta di un’opera di ispirazione mitologica raffigurante una violenta battaglia tra uomini e amazzoni, simbolo del conflitto perenne tra i sessi. Iniziata a Parigi intorno al 1910 come parte di un ciclo decorativo, la tela subì continue modifiche, passando dai toni brillanti giovanili a un linguaggio più cupo e sintetico, decisamente novecentista, nella versione definitiva del 1922.
Curiosamente, Bucci escluse questo capolavoro dalla sua importante monografia del 1945, nonostante avesse lavorato al progetto per oltre dieci anni. Forse l’artista sentiva che l’opera, con la sua cruda fascinazione per il nudo maschile e la sua drammaticità, fosse troppo intima o troppo distante dalle commissioni pubbliche dell’epoca. Riuscì a salvarla miracolosamente dai bombardamenti che distrussero il suo studio milanese durante la seconda guerra mondiale, e oggi la sua esposizione a Rovereto rappresenta un’occasione unica per ammirare un tassello fondamentale e segreto della sua ricerca pittorica.
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