Un calendario scolpito nella pietra che accompagna il visitatore lungo il susseguirsi delle stagioni, raccontando il lavoro dell’uomo, il rapporto con la natura e lo scorrere del tempo. È il ciclo dei Mesi che decora il fregio sistemato sul portico della Cattedrale di San Martino a Lucca, uno dei più significativi complessi scultorei medievali della Toscana, realizzato nel corso del XIII secolo e attribuito al Maestro di San Martino, artista di origini lombarde documentato tra il 1265 e il 1290. L’opera, eseguita tra il 1200 e il 1249, costituisce un calendario in piena regola, un calendario in cui ogni mese dell’anno trova rappresentazione attraverso le attività considerate più caratteristiche del periodo. A scandire il passare del tempo non sono soltanto i lavori agricoli e le occupazioni quotidiane, ma anche i segni zodiacali, inseriti come riferimento simbolico e astronomico all’interno del programma decorativo.
In origine il fregio era caratterizzato da una vivace policromia che contribuiva a rendere ancora più leggibile e suggestiva la narrazione scolpita. Sebbene il trascorrere dei secoli abbia cancellato gran parte delle coloriture originarie, alcune tracce sono ancora oggi visibili e testimoniano la ricchezza cromatica che doveva caratterizzare l’intero complesso. Il ciclo dei Mesi, dunque, non rappresenta soltanto un importante documento artistico, ma anche una preziosa testimonianza della società medievale e della sua organizzazione economica. Le scene scolpite mostrano infatti le attività che scandivano l’anno agricolo e che garantivano la sopravvivenza delle comunità rurali. Attraverso le immagini è possibile seguire il ritmo delle stagioni e comprendere il profondo legame che univa l’uomo alla terra, oltre che ai prodotti della terra, al cibo del tempo.
I rilievi decorano lo zoccolo delle sovrastanti Storie di San Martino e costituiscono una sequenza narrativa continua. Cominciando da destra, si riconosce il mese di gennaio, raffigurato mentre si scalda accanto al fuoco, alludendo al contadino che, durante la stagione fredda, non può far altro che rimanere dentro la propria casa a vivere di quello che ha raccolto durante i mesi caldi. A febbraio il freddo si attenua un poco e si può finalmente uscire: ecco dunque un uomo, con una canna da pesca, intento a pescare (il rilievo ci ricorda che, da queste parti, la pesca è sempre stata un’importante fonte di sostentamento). A marzo, il contadino è già tornato nei campi e si sta occupando nella potatura della vite, mentre ad aprile è intento alla semina (lo vediamo infatti con un sacchetto in mano mentre sta spargendo i semi, anche se il rilievo con il passare dei secoli si è un poco rovinato). Maggio si discosta un poco da questa narrazione: il mese infatti è rappresentato da un cavaliere con un fiore in mano: è un’allusione alla Vergine, dal momento che maggio è il mese della Madonna, ma il fiore simboleggia anche la rosa, che fiorisce a primavera inoltrata. Si arriva quindi a giugno, quando il contadino inizia a raccogliere i frutti del lavoro dei primi mesi dell’anno: ecco quindi un uomo impegnato durante la mietitura, lo vediamo mentre sta falciando il grano. Il mese di luglio è invece rappresentato da un contadino colto mentre batte le spighe per avere il grano da cui poi otterrà la farina. Si passa quindi ad agosto, mese in cui si raccoglie la frutta: il contadino è quindi impegnato in questa attività. A settembre comincia invece la narrazione del vino: è il primo mese della vendemmia e arriva pertanto un contadino raffigurato mentre pesta l’uva per ottenere il mosto. A ottobre, il contadino è intento a travasare il vino nelle botti. Si torna alla terra col mese di novembre: siamo ormai in vista dell’inverno, dai campi non si raccolgono più frutti, e il contadino è raffigurato col bue nell’atto di arare la terra per preparare il campo al riposo invernale. Infine, dicembre è rappresentato da un uomo che sta macellando il maiale, attività tradizionale del mese in cui i campi sono innevati: da quel maiale ricaverà il pranzo del Natale.
Le figure dei mesi sono inserite entro una successione di eleganti arcatelle sorrette da colonnine. Nei punti d’imposta degli archetti trovano posto piccoli medaglioni contenenti i simboli zodiacali corrispondenti, mentre sotto ogni personaggio è inciso il nome del mese rappresentato. Al di sopra di ciascun arco compare invece il nome della relativa costellazione zodiacale. In questo modo il calendario terreno e quello celeste si fondono in un’unica narrazione simbolica che collega il lavoro umano all’ordine cosmico. Per il mese di gennaio, ad esempio, è raffigurato il segno dell’Acquario, a conferma del dialogo costante tra la dimensione pratica delle attività quotidiane e quella più ampia dell’universo medievale, nel quale il movimento degli astri era percepito come parte integrante della scansione del tempo.
Tra le raffigurazioni più interessanti emerge quella dedicata al mese di marzo. Dopo gennaio e febbraio, mesi associati all’inverno e alla sospensione delle attività agricole, la scena cambia radicalmente. Con l’arrivo della primavera l’uomo torna a occuparsi della terra e delle coltivazioni. Marzo viene infatti rappresentato attraverso la figura di un contadino impegnato nella potatura della vite con una roncola. Il rilievo offre anche una preziosa testimonianza delle tecniche agricole medievali. La vite è infatti raffigurata mentre si avvinghia con i propri tralci al tronco di un albero, secondo una pratica oggi sostanzialmente scomparsa ma molto diffusa in passato e nota con il nome di “vite maritata”. L’immagine restituisce così non soltanto una rappresentazione simbolica del mese, ma anche una documentazione concreta delle conoscenze agronomiche e delle modalità di coltivazione adottate nel Medioevo.
La scelta iconografica operata dagli scultori lucchesi appare particolarmente significativa se confrontata con altre rappresentazioni medievali dello stesso mese. In numerosi cicli figurativi, infatti, marzo viene personificato come un guerriero, simbolo collegato alla stagione favorevole alle campagne militari o alla tradizione classica del dio Marte. Un esempio di questa interpretazione può essere osservato, sempre a Lucca, nel fonte battesimale della basilica di San Frediano. Qui nella Cattedrale, invece, il riferimento al lavoro agricolo sostituisce quello più colto e allegorico, privilegiando una lettura immediatamente comprensibile alla popolazione dell’epoca e strettamente legata alla vita quotidiana della comunità. Si potrebbe poi menzionare, tra le scene più significative, quella del mese di novembre, che rappresenta in modo efficace il periodo della semina. Un uomo guida l’aratro trainato dai buoi attraverso i campi, offrendo una delle immagini più emblematiche del lavoro agricolo medievale. Ma si può dire che l’intero ciclo restituisce pienamente la centralità delle attività rurali e il loro ruolo fondamentale nell’organizzazione della vita collettiva.
Dal punto di vista storico-artistico il ciclo dei Mesi ha suscitato nel corso del tempo numerosi dibattiti attributivi. Gli studiosi hanno infatti formulato diverse ipotesi sull’autore o sugli autori dell’opera. Una parte della critica di fine Ottocento-primo Novecento, rappresentata da studiosi di area tedesca come August Schmarsow e successivamente Walter Biehl, attribuì sia il ciclo dei Mesi sia le sovrastanti Storie di San Martino allo stesso artista autore del gruppo scultoreo raffigurante San Martino e il povero. Diversa fu invece la posizione di Adolfo Venturi che, all’inizio del Novecento, assegnò questi rilievi a Guidetto, il maestro comasco al quale si devono importanti interventi nella facciata della cattedrale. Successivamente Pietro Toesca propose un’interpretazione differente, mettendo in relazione il ciclo dei Mesi e le Storie di san Martino con le scene dedicate alla vita di san Regolo e attribuendo il complesso a un unico autore identificato come “Maestro delle storie di San Martino e Regolo”.
La discussione non si concluse però con questa proposta. Nel 1928, Mario Salmi tornò a distinguere le diverse mani presenti nel complesso, riconoscendo nei Mesi l’opera di uno scultore considerato più semplice e influenzato dai rilievi del Battistero di Pisa. Nonostante le differenti interpretazioni, gli studi più recenti hanno evidenziato le strette affinità stilistiche tra il ciclo dei Mesi e le Storie di san Martino. Proprio per questo motivo la critica contemporanea, in particolare attraverso gli studi di Clara Baracchini e Antonino Caleca del 1973, ha individuato in entrambe le serie la mano del cosiddetto Maestro di San Martino. Si tratterebbe di uno scultore formatosi nell’ambito della tradizione lombarda e antelamica, capace tuttavia di assimilare durante la permanenza in Toscana un linguaggio più equilibrato e sobrio. Alcuni studiosi hanno inoltre proposto di identificarlo con quel “Lombardus” ricordato nei documenti come “operarius et magister Sancti Martini”.
L’importanza del ciclo dei Mesi si inserisce all’interno del più ampio patrimonio artistico custodito dalla cattedrale lucchese. La Cattedrale di San Martino rappresenta infatti il principale centro della spiritualità cittadina e una delle tappe più significative della Via Francigena, il grande itinerario di pellegrinaggio che nel Medioevo collegava l’Europa settentrionale a Roma. Le origini dell’edificio risalgono al VI secolo, quando san Frediano, vescovo proveniente dall’Irlanda, ne promosse la fondazione. Già nell’VIII secolo la chiesa aveva assunto il ruolo di cattedrale della città, sostituendo l’antichissima basilica dei Santi Giovanni e Reparata.
La facciata romanica costituisce uno degli elementi più caratteristici del monumento. A colpire immediatamente è la sua asimmetria, dovuta alla presenza del campanile preesistente che rese necessario ridurre le dimensioni di una delle arcate del portico. Qui, a partire dal 1204, Guidetto da Como realizzò le celebri loggette sovrapposte sostenute da colonnine scolpite e istoriate. L’insieme è ulteriormente arricchito dalle tarsie marmoree bicrome che contribuiscono a definire l’inconfondibile immagine della facciata.
I tre portali sono incorniciati da un apparato decorativo di straordinaria ricchezza. Oltre al ciclo dei Mesi e alle Storie di San Martino, il visitatore può ammirare due capolavori di Nicola Pisano: la Deposizione e l’architrave con le scene dell’Annunciazione, della Natività e dell’Adorazione dei Magi. Sul pilastro adiacente al campanile si trova inoltre la celebre scultura del labirinto, simbolo profondamente legato al tema del pellegrinaggio e per questo diffuso in diverse chiese collocate lungo il percorso della Via Francigena.
Negli ultimi anni l’atrio della cattedrale è stato interessato da importanti interventi di restauro che hanno consentito di approfondire la conoscenza del monumento e di preservarne il patrimonio scultoreo. In questo contesto, il ciclo dei Mesi conserva intatta la propria capacità narrativa. Le sue figure, impegnate nelle attività che scandiscono l’anno agricolo, continuano a parlare al visitatore contemporaneo e restituiscono il senso di una civiltà che misurava il tempo osservando il cielo, lavorando la terra e affidando all’arte il compito di tramandarne la memoria.
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