Ferrara, la ritrovata nobiltà pulsante di Palazzo Prosperi Sacrati


A Ferrara, dopo un lungo e accurato restauro, Palazzo Prosperi-Sacrati torna a vivere come nuovo polo culturale. Nell’articolo di Giuseppe Adani un viaggio nella storia dell’Addizione Erculea, nel genio di Biagio Rossetti e in uno dei capolavori che hanno reso Ferrara un modello dell’urbanistica rinascimentale.

Ferrara è una città fastosa e fatata: non tralascia mai di dare nuove emozioni al visitatore che instancabilmente organizzi i suoi ritorni nell’universo storico degli abbracci dell’arte, là dove egli viene avvolto dal risorgere continuo, quasi prodigioso, dei tesori di una civiltà che sempre si risveglia e si rinnova. È il caso oggi davvero clamoroso della ripresa di vita di Palazzo Prosperi Sacrati: una ripresa che investe la città intera e che (con lo stordimento felice di un dono lungamente desiderato) offre l’appagamento della ragione e dei sensi. Ma perché è così bella Ferrara? All’interrogativo risponde il nostro continuo desiderio: perché è una città che nutre ogni nostra aspirazione, e ogni qual nostra soddisfazione di ritrovarci in un luogo ideale. Sulla rinascita di Palazzo Prosperi Sacrati, che in questa estate corona di orgoglio civico un impegno pluridecennale, non sarà inutile una premessa di storia urbana.

Correva l’anno 1490 e il duca Ercole I, di schietta stirpe estense, deliberava uno straordinario ampliamento della sua città di Ferrara, talmente vasto, studiato e organizzato da poter trasfigurare sommamente la capitale ducale e da ottenerne poi il titolo di “prima città moderna d’Europa”. In realtà l’Addizione Erculea appare ancor oggi come un monumentale documento di urbanizzazione, tale da poter esercitare ogni esempio di distribuzione sociale degli spazi, e tale da poter prevedere le condizioni stesse degli insediamenti abitativi e funzionali. Qui per una vasta dedicazione civile e popolare si appoggiano le conduzioni dei movimenti, dei trasporti, del verde urbano, ma sono ben presenti le indispensabili prospettive edificate, gaudibili, e certamente i punti di rilevo nobilitante. Tutto questo ben creato e definito dalla mente insigne dell’architetto Biagio Rossetti.

Rimane famosissimo ancor oggi il quadrivio tra la via degli Angeli (l’attuale corso Ercole I) e l’essenziale taglio della via dei Prioni, da Porta Po a Porta a mare. Da notare lo scostamento della Piazza Estense, oggi Ariostea, che consente così una valorizzazione a ganglio del quadrivio stesso senza cadere su prospetti magnetici e bloccanti. Una cultura nuovissima capace di sollecitare progetti eccellenti ma scossi da fremiti vitali. Tali sono il Palazzo dei Diamanti e il Palazzo Prosperi Sacrati; e pure vi partecipa lo stesso Palazzo Turchi di Bagno. L’aspirazione ad un livello di regalità iniziò nella prosapia estense giusto col matrimonio di Ercole I con Eleonora, il cui padre era Re d’Aragona e deteneva la corona di Napoli. Isabella d’Este, la loro prima figlia, che andò sposa al Gianfrancesco marchese di Mantova nel 1490 non si dimenticò mai del suo più alto e carissimo titolo: “nipote del Re d’Aragona”.

Palazzo Prosperi-Sacrati e Palazzo dei Diamanti.
Palazzo Prosperi-Sacrati e Palazzo dei Diamanti.
Lo scorrimento visivo sul Corso Ercole I avente alle spalle la Porta degli Angeli (e soprattutto all’epoca il Barco Ducale) è rivolto al lontano Castello. I due palazzi fermano l’attenzione e il pensiero sul nodo fruitivo dell’ambiziosa e felicissima Addizione Erculea, vera affermazione di una cultura civica che rigenera totalmente l’urbanistica europea all’inizio del Cinquecento. La firma di Biagio Rossetti rimane alta nella storia.
Palazzo già Castelli, ora Prosperi-Sacrati nella visione verso la Porta degli Angeli.
Palazzo già Castelli, ora Prosperi-Sacrati nella visione verso la Porta degli Angeli.
Il Palazzo, indubbia opera del Rossetti, viene dotato dall’architetto di alcuni volumi sporgenti di altissima fattura scultorea e di colore bianco-vivo, che avviluppano lo sguardo del passante e segnalano psicologicamente il famoso quadrivio, appena sorpassato (la candelabra angolare qui non visibile e il balconcino soprastante), che indurranno verso la superba Piazza Erculea, vero ricetto di ogni movimento urbano. È l’altezza a gradoni del ricevimento ed è la sporgenza perentoria del gruppo colonne-balcone che trattiene verso l’abbraccio oculare col Palazzo dei Diamanti.

L’idea e la volontà dell’unico e sublime Palazzo dei Diamanti (1493 – 1503) fu del fratello di Ercole I, il marchese Sigismondo (1433 – 1507) che ebbe la libertà e i mezzi per far trionfare sul grande quadrivio la massa scintillante di un edificio totalmente rivestito da diamanti marmorei, i quali davvero ubique micant, e che nel loro splendore dichiarano per sempre il livello di regalità di una stirpe. Ma pressoché prodigiosa fu la coeva fondazione del Palazzo per l’Archiatra Ducale (oggi Prosperi-Sacrati), in quanto si trattò di una dimora ricca, certamente, che volle con giustezza corrispondere ad un tipo di cultura più libera, ariosa, desiderosa di poesia. E se pensiamo che Biagio Rossetti (1444 – 1516) fu il grande amico del drammaturgo e conte Nicolò II da Correggio, maestro delle “delizie di corte” e cugino del Duca Ercole I, allora possiamo comprendere le due latitudini caratteriali di colui che fu il progettista, in idee ed assistenza, ad ambedue le creazioni. Ovvero ci rendiamo conto che la temperie drammatica – nel senso pieno della parola – è opposta ed è nettissima tra un palazzo “regale” e uno di cultura aperta, teatrale e poetica. Qui, nel fronteggio arcano dei due palazzi, possiamo cogliere la vastità del pensiero rinascimentale rossettiano che aveva in Ferrara una fucina di altissima ricerca e di svariate, precise creazioni.

Le angolature di risposta dei due fondamentali palazzi dell'Addizione.
Le angolature di risposta dei due fondamentali palazzi dell’Addizione.
L’incontro di queste architetture, tutto contappuntato dalle brillantezze dei marmi, compone un gioco orchestrale di magnifico intreccio. In questa ripresa fotografica si leggono bene tutte le apparizioni morfologiche del Portale Castelli, di indubbia e meravigliosa fattura.

Il Palazzo per l’archiatra Francesco Castelli fu iniziato intorno al 1493 da Biagio Rossetti e dal medesimo parzialmente rinnovato nella prima decade del Cinquecento. Lo studio di Bruno Zevi, nella amplissima monografia sul Rossetti (ed. Einaudi 1960), testimonia dei due caratteri rispettivi, tra il fulgore balenante delle gemme marmoree diamantate dal lato dell’arrivo di un percorso mantico, tutto soppesato in visione urbanistica celebrativa, e quella continuità di netta impregnatura umanistica – la scienza medica, corporale – che doveva accompagnare e quasi sorreggere la nota più alta dell’intatta vesta di uno dei maggiori capolavori architettonici della storia. Così il Palazzo Prosperi-Sacrati si pone con una stereometria opaca, tutta dedicata al cotto, ad attutire il percorso visivo verso la Porta degli Angeli, ma nello stesso tempo offre la sorprendente meraviglia del proprio Portale. Riguardo alle finestre e a quel senso di incompiuto che permane alla facciata dobbiamo ricordare che il committente morì ben presto, nel 1511, e i lavori vennero sospesi.

Il portale marmoreo rimane come una magnifica invenzione, presentando un aditus che supera ogni attesa e che incanta sempre il visitatore. Tale innologia di nobili marmi, di classiche forme architettoniche come invito beatificante, si protende sulla strada e sorprende ogni attesa nei termini più felici. È il connubio sempre affascinante tra il sermo umilis del paramento laterizio che si lega alla città, e il volo festoso delle bianche pietre apuane, spiritate da Venezia, ma incardinate nell’aura perentoria del rinascimento. L’eco remota della laguna ispirò la frase dell’Agnelli, ripresa da Paolo Ravenna (1926 – 2012), il grande innamorato delle bellezze ferraresi, quando disse che intorno ai gradini scolpiti di questo ingresso si doveva sempre immaginare di giungere in gondola, in una notte stellata, tra lo sciabordio delle acque. Dunque anche qui “teatro”, come sempre proponeva Nicolò e come sempre chiede Ferrara.

Non è pertanto da sorvolare un esame, pur semplificato, di questo che è, senza enfasi, uno dei portali più belli del mondo. L’intero impianto concettuale avviene sul tema del trionfo: ma è un trionfo felice e partecipato, un gioco di vita che inizia con gentile richiamo, con l’accenno di spiriti sapienti ed amicali, e che infine ci fa volgere su un cielo di abitanti celesti sopra i quali noi stessi potremo essere accolti per scrutare i flussi della vita, tra una via terrestre ed una via celeste, come i magnifici costruttori hanno voluto.

Portale di Palazzo Castelli, ora Prosperi-Sacrati, visto lateralmente.
Portale di Palazzo Castelli, ora Prosperi-Sacrati, visto lateralmente.
È il “monimentum” che possiamo chiamare il più perentorio di tutta l’architettura civile in Ferrara. Se il verbo latino “mÅneo” significa primariamente “far pensare”, questo solenne manufatto parla con pienezza del suo ruolo e del suo messaggio. La sua funzione urbanistica e la sua intrisione medico-scientifica le abbiamo accennate nel testo. Leggiamo qui la sua stesura architettonica, con lo stesso occhio debitore all’arco di Tito in Roma, dunque Arco di trionfo! Il pianale viene elevato di cinque gradini cosicché il plinto sullo zoccolino riceve e spegne superiormente il cordone del marcapiano. Si potrebbe dire che l’ordine architettonico, decisamente corinzio e iperfiorito, sormonti e annulli l’indizio della “scarpa” medievale. Le colonne sono accuratissime, modulate, scanalate e rudentate come chiedeva Leon Battista Alberti: entriamo nel cuore del Rinascimento.
Particolare del Portale.
Particolare del Portale.
L’epistilio, o architrave, a tre fasce perlinate con coronamento fogliato, regge un fregio spettacolarmente superbo, bisporgente ai lati in corrispondenza ai capitelli. Qui la più ricca sintonia lombardesca sfoggia un linguaggio aulico-simbolico che sarà tutto da esplicare, ma ricchissimo e legato ai due “capites” coronati che sporgono dagli sguinci a fianco della volta d’ingresso, arcuata e dotata a sua volta di virenti innici cespi nel sottarco. Una sigla, complessivamente di altissima ed eroica “laudatio”, dalla quale s’effonde quella cultura solidale che legava il Rossetti, Antonio Lombardi, l’archiatra Celesti e certamente il gran conte Nicolò da Correggio, rianimatore dell’antica romanità. Ma la sorpresa più festosa avviene al di sopra della trabeazione, molto forte ed espansa, che ospita sul vuoto uno straordinario piano attico, popolato da putti alati, bellissimi, i quali staccano nell’aria la ghiera leggerissima del balcone. Un episodio architettonico, questo, di originalissima felicità, davvero amorevole e affascinante.
Particolare del Portale.
Particolare del Portale.
Il Portale Prosperi-Sacrati. Le scimmiette
Il Portale Prosperi-Sacrati. Le scimmiette
Da questa vecchia fotografia risulta che sull’appoggio marmoreo del parapetto del balcone stavano quelle che un vecchio cronista citò come “scimmiette”, a loro volta modellate nello stesso mirabile marmo dei bimbi sottostanti. In verità sembrano tre le scimmiette e due appaiono come piccoli busti, forse di divinità mediche antiche. Questi pezzi furono trafugati - sembra - durante la seconda guerra mondiale. La loro presenza appare tuttavia fortemente necessaria, sia per il completamento figurativo originale, sia per quel segnare il ritmo del balcone che è indispensabile all’occhio e al cammino del passeggero. La nostra proposta è quella di far scolpire oggi queste figure e di ricollocarle di nuovo, con molta attenzione al carattere antico.

Ed ora tocca al visitatore delibare tutto il lavoro di restauro, condotto per anni da un sindaco come Alan Fabbri e realizzato dallo studio di architettura Zermani e Associati, ove sono state applicate tutte quelle sapienze e quelle attenzioni particolari che un’impresa simile ha richiesto. Un restauro magistrale che si è concluso nella conquista di quella rifunzionalità (il termine è decisivo) che si voleva pulsante. Un restauro da applaudire per un ritorno che è transitato attraverso ogni passo della storia edilizia e organica del Palazzo, dal genio di Biagio Rossetti agli interventi dei secoli successivi (quanti e di quale forza nell’interno, compreso lo scalone elicoidale, monumentale) sino al prezioso Giardino che rende merito davvero al carattere ferrarese, così poetico, dell’intero complesso.

Da oggi il Palazzo, dotato di ogni impianto di illuminazione e termoigrometrico, che è esso stesso una macchina espositiva, diviene sede poliforme per ogni esplicazione o avvenimento culturale. Così Ferrara diventa sempre più un’altissima sede ideale, per il genio e per l’arte, al massimo livello europeo.



L'autore di questo articolo: Giuseppe Adani

Membro dell’Accademia Clementina, monografista del Correggio.



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