Ferrara è una città fastosa e fatata: non tralascia mai di dare nuove emozioni al visitatore che instancabilmente organizzi i suoi ritorni nell’universo storico degli abbracci dell’arte, là dove egli viene avvolto dal risorgere continuo, quasi prodigioso, dei tesori di una civiltà che sempre si risveglia e si rinnova. È il caso oggi davvero clamoroso della ripresa di vita di Palazzo Prosperi Sacrati: una ripresa che investe la città intera e che (con lo stordimento felice di un dono lungamente desiderato) offre l’appagamento della ragione e dei sensi. Ma perché è così bella Ferrara? All’interrogativo risponde il nostro continuo desiderio: perché è una città che nutre ogni nostra aspirazione, e ogni qual nostra soddisfazione di ritrovarci in un luogo ideale. Sulla rinascita di Palazzo Prosperi Sacrati, che in questa estate corona di orgoglio civico un impegno pluridecennale, non sarà inutile una premessa di storia urbana.
Correva l’anno 1490 e il duca Ercole I, di schietta stirpe estense, deliberava uno straordinario ampliamento della sua città di Ferrara, talmente vasto, studiato e organizzato da poter trasfigurare sommamente la capitale ducale e da ottenerne poi il titolo di “prima città moderna d’Europa”. In realtà l’Addizione Erculea appare ancor oggi come un monumentale documento di urbanizzazione, tale da poter esercitare ogni esempio di distribuzione sociale degli spazi, e tale da poter prevedere le condizioni stesse degli insediamenti abitativi e funzionali. Qui per una vasta dedicazione civile e popolare si appoggiano le conduzioni dei movimenti, dei trasporti, del verde urbano, ma sono ben presenti le indispensabili prospettive edificate, gaudibili, e certamente i punti di rilevo nobilitante. Tutto questo ben creato e definito dalla mente insigne dell’architetto Biagio Rossetti.
Rimane famosissimo ancor oggi il quadrivio tra la via degli Angeli (l’attuale corso Ercole I) e l’essenziale taglio della via dei Prioni, da Porta Po a Porta a mare. Da notare lo scostamento della Piazza Estense, oggi Ariostea, che consente così una valorizzazione a ganglio del quadrivio stesso senza cadere su prospetti magnetici e bloccanti. Una cultura nuovissima capace di sollecitare progetti eccellenti ma scossi da fremiti vitali. Tali sono il Palazzo dei Diamanti e il Palazzo Prosperi Sacrati; e pure vi partecipa lo stesso Palazzo Turchi di Bagno. L’aspirazione ad un livello di regalità iniziò nella prosapia estense giusto col matrimonio di Ercole I con Eleonora, il cui padre era Re d’Aragona e deteneva la corona di Napoli. Isabella d’Este, la loro prima figlia, che andò sposa al Gianfrancesco marchese di Mantova nel 1490 non si dimenticò mai del suo più alto e carissimo titolo: “nipote del Re d’Aragona”.
L’idea e la volontà dell’unico e sublime Palazzo dei Diamanti (1493 – 1503) fu del fratello di Ercole I, il marchese Sigismondo (1433 – 1507) che ebbe la libertà e i mezzi per far trionfare sul grande quadrivio la massa scintillante di un edificio totalmente rivestito da diamanti marmorei, i quali davvero ubique micant, e che nel loro splendore dichiarano per sempre il livello di regalità di una stirpe. Ma pressoché prodigiosa fu la coeva fondazione del Palazzo per l’Archiatra Ducale (oggi Prosperi-Sacrati), in quanto si trattò di una dimora ricca, certamente, che volle con giustezza corrispondere ad un tipo di cultura più libera, ariosa, desiderosa di poesia. E se pensiamo che Biagio Rossetti (1444 – 1516) fu il grande amico del drammaturgo e conte Nicolò II da Correggio, maestro delle “delizie di corte” e cugino del Duca Ercole I, allora possiamo comprendere le due latitudini caratteriali di colui che fu il progettista, in idee ed assistenza, ad ambedue le creazioni. Ovvero ci rendiamo conto che la temperie drammatica – nel senso pieno della parola – è opposta ed è nettissima tra un palazzo “regale” e uno di cultura aperta, teatrale e poetica. Qui, nel fronteggio arcano dei due palazzi, possiamo cogliere la vastità del pensiero rinascimentale rossettiano che aveva in Ferrara una fucina di altissima ricerca e di svariate, precise creazioni.
Il Palazzo per l’archiatra Francesco Castelli fu iniziato intorno al 1493 da Biagio Rossetti e dal medesimo parzialmente rinnovato nella prima decade del Cinquecento. Lo studio di Bruno Zevi, nella amplissima monografia sul Rossetti (ed. Einaudi 1960), testimonia dei due caratteri rispettivi, tra il fulgore balenante delle gemme marmoree diamantate dal lato dell’arrivo di un percorso mantico, tutto soppesato in visione urbanistica celebrativa, e quella continuità di netta impregnatura umanistica – la scienza medica, corporale – che doveva accompagnare e quasi sorreggere la nota più alta dell’intatta vesta di uno dei maggiori capolavori architettonici della storia. Così il Palazzo Prosperi-Sacrati si pone con una stereometria opaca, tutta dedicata al cotto, ad attutire il percorso visivo verso la Porta degli Angeli, ma nello stesso tempo offre la sorprendente meraviglia del proprio Portale. Riguardo alle finestre e a quel senso di incompiuto che permane alla facciata dobbiamo ricordare che il committente morì ben presto, nel 1511, e i lavori vennero sospesi.
Il portale marmoreo rimane come una magnifica invenzione, presentando un aditus che supera ogni attesa e che incanta sempre il visitatore. Tale innologia di nobili marmi, di classiche forme architettoniche come invito beatificante, si protende sulla strada e sorprende ogni attesa nei termini più felici. È il connubio sempre affascinante tra il sermo umilis del paramento laterizio che si lega alla città, e il volo festoso delle bianche pietre apuane, spiritate da Venezia, ma incardinate nell’aura perentoria del rinascimento. L’eco remota della laguna ispirò la frase dell’Agnelli, ripresa da Paolo Ravenna (1926 – 2012), il grande innamorato delle bellezze ferraresi, quando disse che intorno ai gradini scolpiti di questo ingresso si doveva sempre immaginare di giungere in gondola, in una notte stellata, tra lo sciabordio delle acque. Dunque anche qui “teatro”, come sempre proponeva Nicolò e come sempre chiede Ferrara.
Non è pertanto da sorvolare un esame, pur semplificato, di questo che è, senza enfasi, uno dei portali più belli del mondo. L’intero impianto concettuale avviene sul tema del trionfo: ma è un trionfo felice e partecipato, un gioco di vita che inizia con gentile richiamo, con l’accenno di spiriti sapienti ed amicali, e che infine ci fa volgere su un cielo di abitanti celesti sopra i quali noi stessi potremo essere accolti per scrutare i flussi della vita, tra una via terrestre ed una via celeste, come i magnifici costruttori hanno voluto.
Ed ora tocca al visitatore delibare tutto il lavoro di restauro, condotto per anni da un sindaco come Alan Fabbri e realizzato dallo studio di architettura Zermani e Associati, ove sono state applicate tutte quelle sapienze e quelle attenzioni particolari che un’impresa simile ha richiesto. Un restauro magistrale che si è concluso nella conquista di quella rifunzionalità (il termine è decisivo) che si voleva pulsante. Un restauro da applaudire per un ritorno che è transitato attraverso ogni passo della storia edilizia e organica del Palazzo, dal genio di Biagio Rossetti agli interventi dei secoli successivi (quanti e di quale forza nell’interno, compreso lo scalone elicoidale, monumentale) sino al prezioso Giardino che rende merito davvero al carattere ferrarese, così poetico, dell’intero complesso.
Da oggi il Palazzo, dotato di ogni impianto di illuminazione e termoigrometrico, che è esso stesso una macchina espositiva, diviene sede poliforme per ogni esplicazione o avvenimento culturale. Così Ferrara diventa sempre più un’altissima sede ideale, per il genio e per l’arte, al massimo livello europeo.
L'autore di questo articolo: Giuseppe Adani
Membro dell’Accademia Clementina, monografista del Correggio.Per inviare il commento devi
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