La storia della rappresentazione del lavoro in arte è lunga e articolata, ma in Italia trova particolare pregnanza per tutto l’Ottocento, non soltanto nelle forme più esplicite della denuncia sociale, ma anche in quelle, più sobrie e meno dichiarative, del realismo quotidiano. Ormai numerosi studi hanno messo al centro il rapporto tra arte e società, mostrando come, tra Risorgimento e primo periodo postunitario, la rappresentazione della gente comune, dei mestieri e delle attività manuali diventi uno dei modi attraverso cui la pittura misura la realtà del paese. Non più soltanto eroi, santi, protagonisti illustri o figure allegoriche, ma uomini nei campi, donne al lavoro, artigiani, contadini, butteri, lavandaie, pescatori, operai: un formicaio di vita umile che caratterizza il nuovo Stato italiano. Si tratta di soggetti che entrano progressivamente nello spazio dell’arte con una dignità nuova. Il tema non sempre ha dichiarati intenti di protesta, nel realismo italiano l’impegno morale non implica necessariamente una dichiarazione esplicita di obiettivi sociali o una condanna frontale delle condizioni di vita delle classi lavoratrici. Eppure, anche nel semplice atto di osservare la vita quotidiana, di tradurre in immagine i gesti del lavoro, i corpi, gli strumenti, gli animali, i luoghi e i ritmi della fatica, senza abbandonarsi a una lettura farsesca, grottesca o canzonatoria, costituisce una forma di partecipazione alla situazione sociale del tempo. È qui che la pittura dei macchiaioli e del realismo toscano acquista un valore particolare, poiché seppe tuttavia attribuire un’evidenza nuova al mondo rurale. Il lavoro agricolo, in questo quadro, non è un semplice dettaglio narrativo, ma è uno dei luoghi in cui la pittura ottocentesca mette alla prova il proprio rapporto con il vero. I campi, i buoi, i carri, le mandrie, i contadini e i butteri generalmente non sono figure pittoresche, né elementi di colore locale, ma il centro stesso della visione, il modo attraverso cui la campagna si rivela non come natura astratta, ma come spazio produttivo e sociale. La modernità del realismo sta anche in questa scelta, guardare la vita ordinaria senza trasformarla per forza in allegoria, riconoscere nei mestieri e nelle attività manuali una materia pittorica autonoma, capace di reggere da sola la composizione. Dentro questa prospettiva va collocata anche la Maremma dei macchiaioli. Non soltanto scorcio pittoresco, dunque, ma paesaggio lavorato. Nella pittura di Giovanni Fattori, ma anche nelle esperienze di altri artisti legati alla cultura macchiaiola e al realismo toscano, la Maremma non appare come un idillio rassicurante, bensì come una campagna aspra, vasta, spesso respingente, dove la presenza umana sembra misurarsi continuamente con condizioni di vita durissime. Ma prima ancora di entrare nel pieno della stagione macchiaiola, la Maremma aveva già assunto, nell’immaginario figurativo toscano, una forza evocativa particolare.
Terra di confine e di paludi, essa era insieme luogo reale e spazio letterario, territorio storico e scenario di memorie tragiche. Su tutto gravava la malaria, presenza endemica nelle aree di acque stagnanti, che segnò a lungo la vita delle popolazioni locali e venne debellata soltanto con le bonifiche novecentesche e con le successive campagne igienico-sanitarie.
La Maremma ottocentesca è una terra da abitare e forse conquistare, una realtà in cui il rapporto fra uomo, animale e ambiente assume una centralità evidente. Un punto di avvio, ancora estraneo alla pittura macchiaiola in senso stretto ma utile per comprendere la fortuna figurativa di questo territorio, può essere individuato nel dipinto di Enrico Pollastrini, Nello alla tomba della Pia, terminato nel 1851 e oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti. L’opera del maestro di Fattori appartiene ancora a un clima storico-letterario e purista, il soggetto rimanda alla vicenda di Pia de’ Tolomei, figura resa celebre dal canto V del Purgatorio, e alla sua morte nel castello maremmano della Pietra. L’opera fu commissionata dal granduca Leopoldo II, desideroso di magnificare le bonifiche in Maremma che erano state promosse sotto il suo governo. La Maremma, qui, si presenta come scenario tragico, remoto, carico di suggestioni poetiche e morali. Con i macchiaioli, e in particolare con Giovanni Fattori, lo sguardo cambia radicalmente; la Maremma non è più soltanto sfondo letterario o luogo di tragedia romantica, diventa un ambiente visto, percorso, studiato dal vero. La sua forza si basa sulla concretezza dei suoi paesaggi, dai campi, dagli animali, dalle mandrie, dai butteri, dalle strade, dalle paludi, dalle soste e dagli spostamenti. Il lavoro non viene proclamato, ma reso visibile in un paesaggio agreste che non è svago o ritiro, ma è fatica e dolore. La Maremma che si svela nei dipinti della compagine toscana, quindi, non è soltanto natura, ma spazio strappato ad essa per essere destinato ad usi agricoli e pastorali, dove uomini e animali partecipano alla stessa economia del paesaggio, ma anche allo stesso difficile destino. Questa svolta di approccio passa anche attraverso l’esperienza in prima persona del territorio. Le tenute maremmane, e in particolare la fattoria la Marsiliana dei principi Corsini, offrirono agli artisti toscani un osservatorio privilegiato su un mondo rurale ancora fortemente caratterizzato. È da questa prossimità al vero, più che da una volontà illustrativa o sentimentale, che nasce una parte essenziale dell’iconografia macchiaiola. Dagli anni Ottanta dell’Ottocento Fattori fu ospite più volte alla Marsiliana e da qui poté scoprire questo mondo primordiale; ma è soprattutto nel decennio successivo che la sua produzione dedica sempre più opere ambientate nel territorio maremmano, con soggetti desunti dalla vita semplice e spartana che vi si conduceva. Come evidenzia lo studioso Vincenzo Farinella, per Fattori la Maremma “costituisce il sogno di un mondo primitivo, un rifugio incontaminato dalle contraddizioni della modernità, come la Polinesia per Gauguin o la Provenza per Van Gogh”.
Non v’è dubbio che, a contatto con il paesaggio maremmano, Fattori riporti alcune delle sue opere più iconiche. Nel 1882, in una lettera destinata alla sua amante Amalia Nollenberger, descrive uno dei suoi soggiorni ospite dal principe Corsini, dove mette in luce i caratteri dell’ambiente che tanto lo affascinano, contraddistinto da “vedute piuttosto tetre, più tristi che piacevoli, campagne aride” dietro le quali la vista spazia fino al mare. Luoghi vissuti da abitanti “primitivi”, sia per i loro “costumi coperti di pelle di capra con facce nere e lunghe, barbe come se mai avessero conosciuto il rasoio”.
Accanto al Corsini, Fattori si immerge nella vita della Maremma, cavalca per quattro ore, accompagnando una mandria di cavalli alla macchia, e poi partecipa alla castratura e bollatura dei cavalli. Qui assiste a questa operazione brutale, che vede fronteggiare da un lato l’uomo dall’altro l’animale. Ricordava come i mandriani prendessero a lazo i cavalli per poi balzare loro in groppa, cercando di domare quelle forze incontenibili: “Tutto questo vale un quadro e bello molto. La lotta fra uomini e cavalli è terribile”. Quel quadro fu realmente realizzato, tra il 1882 e il 1887, e si tratta della vasta tela con la Marcatura dei puledri in Maremma, dove l’episodio osservato dal vero diventa una scena di energia trattenuta e violenta. Al centro non c’è la quiete della campagna, ma il corpo a corpo tra uomini e animali: mandriani piegati nello sforzo, cavalli scalcianti, figure tese in un movimento quasi concitato, dentro un paesaggio che sembra assorbire e amplificare quella fatica. Lo stesso nodo ritorna nella Marcatura dei torelli, opera coeva in cui la lotta si sposta dal cavallo al bovino, ma resta identico il principio, il lavoro rurale è rappresentato come tensione di corpi, presa, resistenza, sforzo collettivo.
Ma la figura destinata a diventare più iconica nella sua Maremma è quella del buttero. Anche grazie a Fattori, questo antico mestiere non rimase confinato alla memoria locale o alla cronaca rurale, ma entrò stabilmente nell’immaginario figurativo italiano. Il buttero divenne infatti il volto stesso della Maremma, il cavaliere-lavoratore capace di incarnare il rapporto aspro e quotidiano fra uomo, animale e paesaggio. Forgiati da un paesaggio difficile, dove oltre la malaria si muovono anche i briganti, i butteri indossano abiti umili, la pelle bruciata dal sole in una cultura che non si è ancora aperta al narcisismo dell’abbronzatura, che invece continua a essere indice di bassa estrazione sociale. Eppure, il pennello di Fattori si fa solidale, li dipinge con una dignità e una compostezza, che ammanta queste figure di eroismo, in un’attitudine che fino a quel momento era riservata a nobili, soldati e condottieri. La gigantesca tela Mandrie Maremmane conservata al Museo Civico di Livorno e premiato con medaglia d’argento nel 1904 all’Esposizione Universale di Saint-Louis negli Stati Uniti, mostra due butteri alle prese con una mandria. Indossano cappelli scuri, panciotti e giacche di velluto, cosciali in pelo, e brandiscono il “pungolo”, il bastone impiegato per stimolare buoi e cavalli. Essi ricompaiono in numerose scene come l’agitato dipinto Butteri e mandrie in Maremma della collezione Monte dei Paschi di Siena.
La Maremma macchiaiola non si esaurisce nel perimetro dell’opera di Giovanni Fattori. Attorno a lui, o poco oltre la sua esperienza, altri artisti toscani contribuirono infatti a fissare un’immagine del territorio con i suoi aspetti primitivi e dominato dai rapporti sociali arcaici. È il caso del suo concittadino Eugenio Cecconi, pittore e cacciatore, profondamente legato alla Maremma e ai suoi paesaggi aspri e anche lui ospite più volte dai Corsini. Se nel Bracchiere maremmano la figura del giovane servitore con cosciali in pelo introduce il tema della caccia e della cinghialata, in La lacciaia il riferimento al lavoro pastorale è ancora più diretto: sulle rive dell’Ombrone, un buttero lancia il lazo per recuperare un vitello allontanatosi dalla mandria. La scena conserva qualcosa di narrativo e quasi spettacolare, ma al centro resta il gesto tecnico del lavoro, la conoscenza dell’animale, il controllo del movimento, la prontezza fisica del buttero dentro un paesaggio restituito nei suoi colori, nei suoi rumori e nella sua rudezza.
Accanto a Cecconi, anche Francesco Gioli offre un passaggio utile per comprendere come la Maremma entri nella pittura toscana non soltanto come scenario remoto, ma come luogo vissuto, attraversato da presenze umane e rapporti quotidiani. In Un incontro in Maremma, dipinto nel 1874 ed esposto al Salon parigino dell’anno successivo, l’artista abbandona ormai il quadro storico per una scena campestre di impronta naturalista. Il soggetto è semplice: un incontro lungo una strada rurale, figure ferme e in transito, immerse in un paesaggio ampio e silenzioso. È un mondo nel quale la vita quotidiana si misura con la lentezza degli spostamenti, con l’isolamento dei luoghi, con una natura che non accoglie, ma costringe.
Tra Fattori, Cecconi e Gioli, la Maremma dei macchiaioli e del realismo toscano assume così una fisionomia complessa. Non è soltanto la terra dei butteri e delle mandrie, ma anche quella delle paludi malariche, dei campi dorati, degli animali da soma e da allevamento, delle cacce, delle strade isolate, delle soste e degli incontri. È un territorio indagato nei suoi molteplici aspetti, nelle sue risorse e nelle sue asprezze. È una campagna che concede i propri frutti solo a prezzo di sacrificio, imponendo agli uomini la distanza dalla civiltà, la durezza delle intemperie, la povertà, la fatica del corpo; un luogo che richiede obbediente sottomissione alla natura anche nel secolo in cui la civiltà inizia scrivere le sue pagine più importanti. A ricordare quanto questa sfida fosse ancora, alla fine del secolo, ricolma di pericoli, può essere evocata un’opera ormai fuori dalla stagione macchiaiola in senso stretto, ma pienamente interna alla realtà maremmano-rurale: Eroi di Maremma di Paride Pascucci, dipinta nel 1895. Qui la vita dei campi si riverbera in un interno poverissimo di una casa, dove un uomo giace morto di malaria mentre la moglie incinta lo piange in silenzio. La Maremma non è più veduta, né scena di lavoro, ma destino sociale, è il rovescio domestico e tragico di quella terra che i macchiaioli avevano osservato negli spazi aperti: un mondo di fatica e resistenza, dove la bellezza del paesaggio non cancella mai la durezza della vita.
L'autore di questo articolo: Jacopo Suggi
Nato a Livorno nel 1989, dopo gli studi in storia dell'arte prima a Pisa e poi a Bologna ho avuto svariate esperienze in musei e mostre, dall'arte contemporanea alle grandi tele di Fattori, passando per le stampe giapponesi e toccando fossili e minerali, cercando sempre la maniera migliore di comunicare il nostro straordinario patrimonio. Cresciuto giornalisticamente dentro Finestre sull'Arte, nel 2025 ha vinto il Premio Margutta54 come miglior giornalista d'arte under 40 in Italia.Per inviare il commento devi
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