Stanley Moss, il mercante e poeta americano che vendette un Piero della Francesca al Louvre


Stanley Moss si definì “un poeta che di tanto in tanto vende un’opera di un antico maestro”, ma fu un mercante d’arte leggendario: nella sua casa di Riverdale sul fiume Hudson transitarono capolavori di Goya, Zurbaran, Piero della Francesca, El Greco e molti altri Old Masters che oggi possiamo ammirare nei più prestigiosi musei del mondo. L’articolo di Marco Cerruti.

Chi si fosse trovato in Madison Avenue a New York, i primi di febbraio di quest’anno, di certo non avrebbe potuto fare a meno di notare lo sfavillante Breuer Building appena restaurato e da poco riaperto per ospitare la nuova sede globale della casa d’aste Sotheby’s. Chi fosse entrato nell’iconico edificio brutalista avrebbe trovato un’eccezionale esposizione di opere d’arte antica pronte per essere battute all’asta, fra queste anche l’Ecce Homo di Antonello da Messina, poi acquistato dallo Stato Italiano per 12 milioni e mezzo di euro. A pochi metri di distanza dalla preziosa tavola del maestro siciliano, il visitatore avrebbe trovato 19 opere provenienti dalla raccolta di Stanley Moss, acclamato poeta, editore ed eccezionale mercante d’arte americano, scomparso nel 2024 all’età di 99 anni. Donna alla toilette con specchio di Giovanni Bellini e bottega (Fig. 1), aggiudicato ad 1 milione e mezzo di dollari e l’Allegoria della Musica di Tintoretto e bottega (Fig. 2), aggiudicato a 400.000 dollari, sono solo due esempi delle molte opere rintracciate da Moss nell’arco della sua lunga attività di dealer nel settore degli Old Masters.

Giovanni Bellini e bottega, Donna alla toeletta con specchio (1516 circa; olio su tavola, 67,3 x 85,4 cm)
Fig.1 – Giovanni Bellini e bottega, Donna alla toeletta con specchio (1516 circa; olio su tavola, 67,3 x 85,4 cm).
Master Paintings & Works of Art Part 1, Sotheby’s New York, 5 febbraio 2026, lot. 26. Questa enigmatica ed elegante raffigurazione di una donna alla toeletta  è un’opera tarda di Giovanni Bellini e della sua bottega, realizzata poco prima della sua morte nel 1516. Quest’immagine seducente rappresenta uno dei rari soggetti profani realizzati dall’artista ed un chiaro esempio della sua capacità, anche alla fine di una lunga e feconda carriera, di innovare e di rispondere alla generazione più giovane di artisti veneziani, in particolare Giorgione e il giovane Tiziano.
Jacopo Robusti detto il Tintoretto e bottega, Allegoria della Musica (1558 circa; olio su tela, 340 x 246,1 cm)
Fig. 2 – Tintoretto (Jacopo Robusti) e bottega, Allegoria della Musica (1558 circa; olio su tela, 340 x 246,1 cm).
Master Paintings & Works of Art Part 1, Sotheby’s New York, 5 febbraio 2026, lot. 24. Questa sontuosa Allegoria della Musica è l’unico soffitto illusionistico superstite realizzato da Jacopo Tintoretto. Eseguita in collaborazione con la sua bottega, l’opera testimonia l’ambizione sia pittorica sia intellettuale dell’artista: il luminoso insieme di figure sensuali trasforma lo spazio circostante in una meditazione visionaria sull’armonia visiva e musicale.

Stanley Moss nacque a New York nel distretto del Queens il 21 giugno 1925 da una famiglia ebrea. Suo padre, preside di una scuola superiore, insegnava storia, conosceva il latino e il greco ed amava i sonetti di Shakespeare. Nel 1935 la famiglia intraprese un lungo viaggio in Europa che permise a Stanley di vedere Amsterdam, Malaga, l’Egitto, Gerusalemme, Betlemme, Istanbul, Rodi, Algeri e l’Italia. Fu un’esperienza formativa che lo avvicinò alla bellezza artistica influenzandone la visione del mondo. Tornato a casa, Moss scoprì la poesia attraverso una rivista che pubblicava opere di Federico García Lorca, Arthur Rimbaud e Wallace Stevens. Si arruolò nella Marina degli Stati Uniti nel 1942 all’età di diciassette anni, poco dopo l’ingresso degli U.S.A. nella Seconda Guerra Mondiale e prestò servizio durante il conflitto. Dopo la fine della guerra nel 1945, Moss fu congedato e proseguì gli studi. Frequentò il Trinity College a Hartford e l’Università di Yale a New Haven nel Connecticut. Studiò nel dipartimento di teatro della Yale School of Fine Arts dal 1945 al 1946, ma non conseguì una laurea. Vendette per 400 dollari un ritratto che gli fece una sua amica pittrice e con quella somma partì per l’Italia nell’estate del 1948. Vi rimase per un paio di mesi folgorato dalla bellezza del Paese. Tornò negli Stati Uniti e alla fine del decennio lavorava come redattore presso la casa editrice indipendente New Directions, ma non sopportando il lavoro d’ufficio si dimise tentando la via poetica. Strinse amicizia con il pittore Mark Rothko che gli chiese di fargli da dealer, ma rifiutò. Era ormai inserito nella scena letteraria bohémien di New York. Vendette un disegno di Picasso per conto di un amico e un El Greco di un gallerista guadagnando 2.500 dollari che gli permisero di tornare in Europa. Si trasferì così in Spagna e visse in un villaggio di pescatori nei prassi di Barcellona con la prima moglie, una catalana conosciuta a New York. I due si sposarono e poi decisero di andare a vivere a Roma dove Stanley lavorò come insegnante di inglese e dal 1954 come redattore della rivista letteraria Botteghe Oscure fondata e diretta dalla principessa Marguerite Caetani. Qui conobbe lo scrittore Giorgio Bassani, Moravia, Pasolini oltre a numerosi poeti americani tra cui Ralph Ellison.

Furono questi gli anni italiani della svolta professionale di Stanley Moss che coincise con un incontro decisivo, quello con gli eredi della collezione di Alessandro Contini Bonacossi con i quali Moss entrò in buone relazioni assumendo per loro il ruolo di agente per la vendita di parte delle opere. La raccolta comprendeva veri e propri capolavori assoluti della storia dell’arte che oggi fanno parte delle collezioni dei più importanti musei del mondo.

Alessandro Contini Bonacossi proveniva dalla comunità ebraica anconetana e si occupò di compravendita di francobolli fino a quando, con la moglie Vittoria, avviò un’attività di commercio di opere d’arte. È sul finire dell’Ottocento che i due sposi intrapresero diversi viaggi in Spagna, proprio quando le grandi famiglie dell’aristocrazia stavano vendendo i loro patrimoni. Acquistarono moltissime opere concludendo grandi affari e al ritorno in Italia seppero affermarsi nell’ambito di un regime che concesse loro il titolo nobiliare, il doppio cognome ed in seguito, ad Alessandro, la nomina a senatore. Fu così che il conte Alessandro Contini Bonacossi divenne presto uno dei maggiori mercanti d’arte al mondo, con clienti eccellenti come Samuel Henry Kress, ricchissimo americano proprietario di una catena di supermercati e tra i più importanti collezionisti d’arte del XX secolo. Saranno i quadri dei conti italiani a confluire prima nella sua raccolta e in seguito nelle collezioni della National Gallery of Art di Washington.

L’esportazione delle opere rimaste agli eredi di Alessandro Contini Bonacossi fu possibile grazie ad un accordo tra la famiglia e lo Stato Italiano che nel 1969 ricevette in donazione 144 dipinti oggi appartenenti alla Galleria degli Uffizi, concedendo in cambio la libera esportazione per il resto della collezione. Per l’Italia fu un arricchimento storico artistico fra i più importanti del Novecento, basti ricordare fra gli altri, l’acquisizione del San Girolamo nel deserto di Giovanni Bellini, il Martirio di san Lorenzo del Bernini, la pala della Madonna della neve del Sassetta. In contropartita lo Stato rinunciò ad opere di Carpaccio, Zurbarán, Piero della Francesca, El Greco, Goya ed altri capolavori che Stanley Moss avrebbe poi trasferito negli Stati Uniti ed in seguito trattato con i maggiori musei del mondo tra i quali il Louvre, il Prado, la National Gallery of Art di Washington, il Getty Museum, il Norton Simon Museum, le gallerie nazionali di Grecia e Australia, e grandi collezionisti come il barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza.

Una di queste opere sarà esposta al Museo del Louvre, dal 7 ottobre fino al 25 gennaio 2027, nella mostra dedicata a Francisco de Zurbarán: si tratta della straordinaria Natura morta con limoni, arance e una rosa (Fig. 3) in prestito dal Norton Simon Museum di Pasadena al quale Stanley Moss la vendette. Fu una delle opere più amate dal mercante poeta newyorkese che oltre ad averne sempre conservato una copia nella sua casa sul fiume Hudson, la volle anche riprodotta sulla copertina di A History of Color, poemetto ormai diventato un classico del suo repertorio poetico.

Francisco de Zurbarán, Natura morta con limoni, arance e una rosa (1633; olio su tela, 62,2 x 109,5 cm; Pasadena, Norton Simon Museum)
Fig. 3 – Francisco de Zurbarán, Natura morta con limoni, arance e una rosa (1633; olio su tela, 62,2 x 109,5 cm; Pasadena, Norton Simon Museum).
Questo straordinario dipinto di Zurbarán, l’unica natura morta firmata e datata dal grande maestro della scuola di Siviglia, raffigura la fisicità degli oggetti e lo spazio che occupano con una precisione e una maestria ineguagliati.

Se dovessimo individuare fra tutte le opere d’arte passate fra le mani di Stanley Moss quella più rappresentativa del suo ruolo d’eccellenza nel mercato mondiale degli Old Masters, la scelta cadrebbe senza indugio sul Ritratto di Sigismondo Malatesta di Piero della Francesca (Fig. 4), oggi collocato a pochi metri dalla Gioconda, nelle sale del primo piano dell’ala Denon del Louvre. Si tratta dell’unica opera dell’artista nelle collezioni del museo parigino. La tavola, anch’essa proveniente dalla raccolta di Alessandro Contini Bonacossi, riapparve presso Stanley Moss nel 1977, quando il mercante viveva in una delle torri del San Remo, nell’Upper West Side di Manhattan. Il celebre storico dell’arte Keith Christiansen, ricordando l’amico Stanley, ha recentemente scritto di quando fu invitato a vedere il dipinto e si sedette sul davanzale di una finestra del soggiorno affacciato sul Central Park, per guardarlo sfruttando al meglio la luce naturale1. L’attribuzione non era universalmente accettata, ma aveva l’approvazione di Roberto Longhi, che aveva stabilito le basi critiche per il moderno apprezzamento dell’artista e che citò il dipinto tessendone le lodi nella seconda edizione della sua monografia su Piero della Francesca2. A proposito del ritratto, in una recente intervista Stanley Moss ha ricordato: “[…] Avevo un contratto con la famiglia Contini Bonacossi per un della Francesca del valore di 10.000 dollari. Pensavano che il dipinto non fosse autentico. Ho insistito sul fatto che lo fosse e ho detto che avrei pagato 700.000 dollari per averlo. Riuscii a portarlo fuori dall’Italia e farlo pulire, poi andai a Londra da Kenneth Clark per mostrargli una fotografia del dipinto. Lui mi chiese di cosa mi occupassi e ricordo di aver risposto: ‘Sono un poeta che di tanto in tanto vende un’opera di un antico maestro’. Doveva comprare sigari, così abbiamo camminato per Albany o dovunque fossimo, fino alla tabaccheria, mentre lui mi interrogava su Auden3. Concordò sull’autenticità del quadro e mi disse che mi avrebbe aiutato a venderlo al Louvre. Mandarono un tizio a casa mia a Riverdale a vedere il dipinto. Lo tenevo sotto il letto, al riparo dal sole. Il direttore del Louvre disse che era l’acquisto di cui andava più fiero […]»4.

Nelle sue memorie, l’allora capo dipartimento dei dipinti del Louvre, Michel Laclotte, riporta che a causa del poco tempo a disposizione per reperire i fondi necessari, chiamò Raymond Barre, allora primo ministro francese, mentre era in volo verso Pechino5. Laclotte riuscì ad ottenere una sovvenzione eccezionale ed il Louvre, l’8 febbraio 1978 ebbe il suo Piero della Francesca.

Piero della Francesca, Ritratto di Sigismondo Malatesta (1450-1475; olio su tavola, 44,9 x 34 cm; Parigi, Musée du Louvre)
Fig. 4 – Piero della Francesca, Ritratto di Sigismondo Malatesta (1450-1475; olio su tavola, 44,9 x 34 cm; Parigi, Musée du Louvre).
Indubbiamente il progetto iniziale per l’affresco nel Tempio Malatestiano di Rimini, che raffigura il condottiero inginocchiato al cospetto del suo santo patrono, San Sigismondo, re dei Burgundi (1451).

Con i proventi delle vendite nel mercato degli Old Masters Stanley Moss fu libero di dedicarsi alla sua più grande passione: la poesia. Per Moss rappresentò un vero e proprio mezzo di conoscenza che gli permise, attraverso la parola, di indagare l’essenza della propria vita. A proposito era solito ricordare: “Quando qualcosa non mi è stato chiaro ne ho scritto tentando così di capire […]”, le sue riflessioni sulla vita, sulla morte, sulla fede religiosa e sul concetto di Dio sono un esempio di come il poeta cercò costantemente di inoltrarsi fra le pieghe più misteriose della natura umana. “Un non credente che non si arrende all’incredulità” e che compone inni alla sacralità della vita, come lo ha brillantemente definito la studiosa Antonella Francini6, traduttrice italiana delle sue poesie.

Nel 1977 Stanley Moss fondò la casa editrice no-profit Sheep Meadow Press, riuscendo a unire i suoi due amori: la poesia e l’arte. In una recente intervista ha ricordato: “[…] guadagnai del denaro vendendo un dipinto, qualcosa come un milione di dollari. Avevo amici che meritavano di essere pubblicati, così fu un modo per spenderlo… pubblicavo persone che mi piacevano, persone che per qualche motivo stavano attraversando un periodo difficile […]”7.

Promosse poeti di alto valore, spesso anche scartati per qualche ragione dagli editori commerciali. Pubblicò oltre 200 volumi creando un catalogo che ha compreso autori come Federico Garcia Lorca, Yehuda Amichai, Miguel Hernández, Fernando Pessoa, Umberto Saba. Fu grande l’impegno dedicato in particolare alla diffusione dell’opera di Roberto Longhi, il più grande critico della pittura italiana del XX secolo. A proposito Keith Christiansen, già presidente del dipartimento di pittura europea del Metropolitan Museum of Art di New York, ha ricordato le piacevoli visite alla casa di Stanley Moss a Riverdale “con quel suo splendido portico affacciato sull’Hudson”8 dove insieme scelsero i saggi di Roberto Longhi da pubblicare: i Tre studi9, tradotto nel 1995 e la fondamentale monografia Piero della Francesca10 tradotta nel 2002.

La vita di Stanley Moss proseguì negli anni fra poesia e capolavori ritrovati, come quell’affascinante natura morta che acquistò in un’asta londinese nel 1995 raffigurante un uccellino che becca dell’uva in una ciotola (Fig. 5). Nel catalogo d’asta la tela era descritta come “scuola del nord Italia del XVII secolo”, ma Moss riconobbe il carattere più primitivo dell’opera e pensò fosse interessante scommetterci. Contattò il grande storico dell’arte Federico Zeri che riconobbe l’opera come l’unica sopravvissuta del primo artista europeo ricordato dai suoi contemporanei come pittore di nature morte: l’emiliano Antonio Leonelli da Crevalcore (1443-1525). Il soggetto era direttamente tratto da un famoso brano di Plinio il Vecchio (Plinio XXV-66) in cui si narra della gara fra i pittori dell’antichità greca Parrasio e Zeusi, in cui quest’ultimo presentò dell’uva così ben dipinta che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro. Crevalcore si era quindi posto come successore dell’antico maestro in piena coerenza con la cultura rinascimentale a cui apparteneva. L’attribuzione fu confermata anche da Daniele Benati, il principale studioso di pittura bolognese, e da Keith Christiansen, ed oggi l’opera si trova al Metropolitan Museum of Art di New York, al quale Stanley Moss, alcuni anni fa, decise di donarla.

Antonio Leonelli da Crevalcore, Ciotola con uva e uccellino (1500-1510; olio su tela, 39,7 x 39,7 cm; New York, Metropolitan Museum of Art)
Fig. 5 – Antonio Leonelli da Crevalcore, Ciotola con uva e uccellino (1500-1510; olio su tela, 39,7 x 39,7 cm; New York, Metropolitan Museum of Art).
Considerata uno dei primissimi esempi di natura morta conosciuti, il dipinto rimanda esplicitamente alle fonti classiche e più precisamente all’episodio narrato da Plinio su una disputa tra artisti: gli uccelli, ingannati dalla pittura di Zeusi scesero sul dipinto per beccare l’uva e a sua volta Zeusi, vedendo la tenda dipinta da Parrasio, tentò di scostarla e accortosi dell’errore concesse la vittoria al rivale che aveva ingannato lui stesso, un pittore.

Molte sarebbero ancora le storie da approfondire sulle affascinanti vicissitudini dei capolavori passati tra le mani di Stanley Moss che negli anni continuò a trattare opere eccezionali, basti pensare ai dipinti di El Greco tra i quali l’Annunciazione del Museo Thyssen-Bornemisza, (Fig. 6), una fábula, oggi al Museo del Prado (Fig. 7), la Deposizione e il San Pietro della Galleria Nazionale di Grecia (Figg. 8 e 9), senza dimenticare il Salvator Mundi del Carpaccio, oggi in Italia alla collezione Sorlini (Fig. 10), la Vergine con il Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano di Lorenzo Lotto, alla Galleria Nazionale del Canada (Fig. 11), la Nascita della Vergine di Zurbarán, al Norton Simon Museum (Fig. 12)... ma forse il modo migliore per ricordare Stanley Moss (Fig. 13), il poeta che fu mercante d’arte per potersi liberamente dedicare a scrivere versi, è un breve passo di Canto d’introduzione, una delle sue poesie più note che è in definitiva un augurio di pace: “[…] credo che la poesia, come la gentilezza cambi il mondo, un po’. Raggiunge l’orecchio del leone e dell’agnello, entra nel nido degli uccelli, nella rotta dei pesci, è acqua nelle mani a coppa di arabi ed ebrei […]”11.

Fig. 6 – El Greco (Domenikos Theotokopoulos), L’Annunciazione (1576 circa; olio su tela, 117 x 98 cm; Madrid, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza)
Fig. 6 – El Greco (Domenikos Theotokopoulos), L’Annunciazione (1576 circa; olio su tela, 117 x 98 cm; Madrid, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza)
Fig. 7 – El Greco (Domenikos Theotokopoulos), Una fábula (1580 circa; olio su tela, 50,5 x 63,6 cm; Madrid, Museo del Prado). Il motivo del giovane che soffia sulle braci ardenti era già stato sviluppato da El Greco in Italia. Qui compare anche trarre ispirazione anche da un'opera classica molto diffusa all'epoca: la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Gli effetti luminosi e i contrasti cromatici testimoniano l'influenza esercitata dai Bassano su El Greco, il quale potrebbe aver visto le loro opere a Venezia.
Fig. 7 – El Greco (Domenikos Theotokopoulos), Una fábula (1580 circa; olio su tela, 50,5 x 63,6 cm; Madrid, Museo del Prado).
Il motivo del giovane che soffia sulle braci ardenti era già stato sviluppato da El Greco in Italia. Qui compare anche trarre ispirazione anche da un’opera classica molto diffusa all’epoca: la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Gli effetti luminosi e i contrasti cromatici testimoniano l’influenza esercitata dai Bassano su El Greco, il quale potrebbe aver visto le loro opere a Venezia.
Fig. 8 – El Greco (Domenikos Theotokopoulos), La Deposizione di Cristo (1568-1570 circa; olio e tempera su tavola, 51,5 x 42,9 cm; Atene, Galleria Nazionale di Grecia)
Fig. 8 – El Greco (Domenikos Theotokopoulos), La Deposizione di Cristo (1568-1570 circa; olio e tempera su tavola, 51,5 x 42,9 cm; Atene, Galleria Nazionale di Grecia)
Fig. 9 – El Greco (Domenikos Theotokopoulos), San Pietro (1600-1607 circa; olio su tela, 68,5 x 53 cm; Atene, Galleria Nazionale di Grecia)
Fig. 9 – El Greco (Domenikos Theotokopoulos), San Pietro (1600-1607 circa; olio su tela, 68,5 x 53 cm; Atene, Galleria Nazionale di Grecia)
Fig. 10 – Vittore Carpaccio, Salvator Mundi tra quattro santi (1480-1490 circa; olio su tavola, 70 x 68 cm; Calvagese, MarteS – Museo d’Arte Sorlini)
Fig. 10 – Vittore Carpaccio, Salvator Mundi tra quattro santi (1480-1490 circa; olio su tavola, 70 x 68 cm; Calvagese, MarteS – Museo d’Arte Sorlini)
Fig. 11 – Lorenzo Lotto, La Vergine con il Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano (1521-1524 circa; olio su tela, 81,8 x 108,5 cm; Ottawa, National Gallery of Canada)
Fig. 11 – Lorenzo Lotto, La Vergine con il Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano (1521-1524 circa; olio su tela, 81,8 x 108,5 cm; Ottawa, National Gallery of Canada)
Fig. 12 – Francisco de Zurbarán, La nascita della Vergine (1627 circa; olio su tela, 141 x 108,6 cm; Pasadena, Norton Simon Museum)
Fig. 12 – Francisco de Zurbarán, La nascita della Vergine (1627 circa; olio su tela, 141 x 108,6 cm; Pasadena, Norton Simon Museum)
Fig. 13 – Stanley Moss (New York, 1925 – 2024) – Poeta e mercante d’arte.
Fig. 13 – Stanley Moss (New York, 1925 – 2024) – Poeta e mercante d’arte.

Note

1 Keith Christiansen, Remembering Stanley Moss, in Sotheby’s, Master Paintings & Works of Art Part 1, New York, 5 febbraio 2026

2 Roberto Longhi, Piero della Francesca, Milano, 1946, ora in Edizione delle opere complete di Roberto Longhi, vol. III. Piero della Francesca, 1927. Con aggiunte fino al 1962, Firenze, 1963, p. 220.

3 Wystan Hugh Auden (1907 – 1973), poeta britannico.

4 Stanley Moss, In conversation with Neilson MacKay in Poetry Nation Review, 249, Vol. 51, n°1, settembre – ottobre 2024.

5 Michel Laclotte, Histoires de musées, Éditions Scala, Lione, 2022, pp. 132-133. Il viaggio di Raymond Barre a Pechino è durato dal 19 al 24 gennaio 1978.

6 Antonella Francini (a cura di), Stanley Moss. Un metafisico dei nostri tempi in Poesia, XXI, n. 226, aprile 2008, p. 3.

7 Stanley Moss, In conversation with Neilson MacKay in Poetry Nation Review 249, Vol. 51, n°1.

8 Keith Christiansen, Remembering Stanley Moss, cit.

9 Roberto Longhi, Three studies, Stanley Moss-Sheep Meadow Press, Riverdale-on-Hudson, N.Y. , 1995.

10 Roberto Longhi, Piero della Francesca, Stanley Moss-Sheep Meadow Press, Riverdale-on-Hudson, N.Y. , 2002

11 Antonella Francini (a cura di), Stanley Moss. Un metafisico dei nostri tempi, cit., p. 21.



Marco Cerruti

L'autore di questo articolo: Marco Cerruti

Marco Cerruti è nato a Milano nel 1977. Laureato in architettura, storico ed estimatore d’arte. La sua attività di ricerca si concentra principalmente sull’arte antica con un interesse rivolto alla pittura italiana tra XVI e XVIII secolo. È consulente per la gestione e valorizzazione di collezioni d’arte private.



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