Chiamatemi nostalgica, ma io rimango dell’idea che il Padiglione Italia dovrebbe essere, come una volta, ai Giardini, e non all’Arsenale, come prima visione per l’ingresso alla manifestazione. Chiamatemi nazionalista se quello che penso è che, come succede altrove, se la Biennale di Venezia, che è in Italia, ha il ruolo e la vocazione all’internazionalità (come è sempre stato), dell’arte contemporanea, si potrebbe rivendicare l’importanza che anche l’arte italiana dovrebbe avere, ovvero una centralità a casa sua.
Se la Biennale fosse a Berlino i primi che vedremmo sarebbero i tedeschi, che pubblicano spesso cataloghi solo nella lingua madre nei loro musei. Non parliamo dei francesi, da sempre strenui difensori della bandiera. Non vorrei che diventasse un problema di discriminazione etnica (lo dico ironicamente) e mi rifiuto di asserire che gli artisti italiani, tutti, non sono più all’altezza: questo sì che sarebbe provincialismo. Il dialogo tra creatività che provengono anche da culture altre, sacrosanta aspirazione e oggi realtà affermata, non può prevedere solo un risicato gruppo di artisti italiani che sembra quasi un contentino. Ma, a questo punto, la domanda è d’obbligo, perché? Qualcuno ha scritto che ci stiamo suicidando, che dobbiamo guardare al nostro interno, a casa nostra, per trovare le ragioni del vivere, oggi, in una sorta di limbo, altri hanno detto che questa cosa ci deve essere di stimolo per “migliorare”. Ma migliorare che?
Biennali memorabili ci hanno offerto l’opportunità di conoscere e di apprezzare il sapore internazionale di un evento che ha ancora un suo status, tanto è vero che pochi artisti nella storia hanno rifiutato l’invito. A parte un aneddoto vero, o leggenda metropolitana, che riguarda Gino De Dominicis, che, invitato a non so quale edizione, avrebbe detto che lui sarebbe stato dell’idea ma le sue opere non volevano (se non è vero, è comunque una risposta degna di lui: formidabile). Qualcuno, non ricordo chi, mi disse che quando la Pop Art sbarcò in Laguna, fu un pugno nello stomaco per molti artisti europei, perché si vide che la zampata era molto potente, tanto da tramortire il vecchio mondo. Già, ma si dà il fatto che gli Stati Uniti hanno avuto sempre la convinzione che la “loro” arte costituisse un biglietto da visita efficace per “tutti gli altri” (basta pensare anche solo al Federal Art Project di lontana memoria).
Dunque, torniamo a noi. Chi, ai piani alti, ha mai avuto un progetto a medio e lungo termine, per sostenere un percorso, non dico necessariamente a livello economico (l’Olanda ha provato ma poi sappiamo come è andata a finire), ma almeno sotto forma di promozione vera e convinta? Poche Istituzioni hanno tentato, ma il risultato, almeno ai miei occhi, è quello che praticamente, di artisti italiani conosciuti universalmente, ce ne sono davvero pochi, a parte i nomi che conosciamo tutti (chapeau!). Ma sono davvero pochi, se escludiamo le anime di Lucio Fontana e di Morandi, e l’Arte Povera, la falange macedone delle Avanguardie degli Anni Sessanta (lo dico sempre ironicamente), quella sì con un progetto. Le gallerie private tentano, a volte, con buoni esiti, ma è un’impresa titanica e pochi riescono a sfondare il muro del suono. E poi i tempi sono molto cambiati, e quelle decadi sembrano ere geologiche. Non sappiamo fare trust, non sappiamo fare cartello, e, mi si consenta, siamo molto, troppo, esterofili, e questo sì che è vero provincialismo. Ci vorrebbero “lobbisti” dell’arte (lo so che in Italia sembra una parolaccia), ma siamo troppo pochi e non portiamo consensi e ricadute importanti.
Inoltre, la famosa forbice ha decapitato i collezionisti, anche di grande qualità, che in passato avevano investito, ma che ora si trovano spiazzati da cifre da capogiro alle aste e alle fiere (per esempio a Basilea). E allora non ci resta che esporre il David di Michelangelo all’Expo di Dubai, purché dalla testa all’ombelico e non oltre, e non dico altro.
Siamo passati dall’entusiasmo di vedere i russi che arrivavano ai cinesi che, astutamente, hanno cominciato poi a investire nei “loro” artisti e nelle “loro” gallerie. Certo, mi si potrà dire che gioco facile, citando gli americani, i russi e i cinesi. Vero. La geopolitica attuale è materia che pochi sanno decifrare, non mi sembra un bel momento, anzi. Tragico. Tuttavia, voglio credere ancora che si possa intercettare l’aria del tempo e, magari, trasformarsi, senza dover sentire più “come eravamo”. E poi, Davide, non ha sconfitto Golia con una fionda?
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