Sembra che gli unici ancora disposti a credere alla maldestra, inconsistente, improbabile attribuzione a Michelangelo del povero Cristo di Sant’Agnese fuori le Mura siano i giornalisti del Tg3 della Rai: nove giorni fa, il telegiornale della terza rete pubblica ha mandato in onda un servizio, firmato da Cecilia Carpio (peraltro rilanciato sul sito di Rai News col perentorio titolo “Il Cristo di Sant’Agnese a Roma è di Michelangelo”), per dar conto di certe presunte novità che, a detta di Valentina Salerno, ovvero la ricercatrice che ha proposto l’attribuzione, confermerebbero la sua tesi. Un minuto e mezzo di servizio per asserire, in sostanza, che un professore d’anatomia di un ateneo brasiliano, avendo ravvisato sul collo del Cristo il rilievo d’una vena giugulare, ed essendosi accorto che lo stesso dettaglio anatomico compare in diverse opere di Michelangelo (il David, il Mosè, il Bruto, il Cristo Giustiniani), ha firmato uno studio che supporterebbe la conclusione, evidentemente giunta per sillogismo aristotelico, che anche il Cristo di Sant’Agnese possa essere opera del Buonarroti.
Il servizio è andato in onda lo stesso giorno in cui la ricercatrice ha inviato un comunicato stampa per dar lustro alle sue nuove scoperte (che, certo, soltanto un eccesso d’indulgenza permetterebbe di chiamare con tale sostantivo): il dettaglio anatomico di cui s’è detto, e una menzione del busto in una fonte del 1693, ovvero una guida di Roma in cui una certa testa di Cristo è data a Michelangelo. Prima di tornare a ribadire l’ovvio, e cioè che questo povero Cristo è un prodotto della mano del Buonarroti solamente nei dominî della fantasia, corre l’obbligo d’interrogarsi sulla qualità di un servizio pubblico che non solo dovrebbe vagliare col più serio rigore il grado di scientificità di un’ipotesi, ma, essendo al corrente, per stessa ammissione della giornalista cui è stato affidato il pezzo, dell’esistenza d’una comunità scientifica del tutto scettica sulle congetture di Valentina Salerno, sarebbe tenuto anche a rendere edotta l’opinione pubblica della posizione contraria. Tuttavia, non soltanto il servizio di Cecilia Carpio, pur accennando alla presenza d’un diffuso scetticismo, evitava di riportare le posizioni di chi, nella comunità scientifica, ritiene irricevibili le idee di Valentina Salerno, ma a nove giorni di distanza nessuno in Rai parrebbe ancora aver sentito il dovere di proporre ai telespettatori un servizio, di pari lunghezza, per concedere lo stesso spazio alle ragioni controparte. O almeno così pare da una ricerca sul sito di Rai News. E anche qualora sia stato dedicato un ulteriore servizio alle ragioni della controparte, a oggi, da una ricerca elementare attraverso il motore del sito (quella, dunque, accessibile alla più parte dell’utenza), non compare alcunché, al di là del servizio di Carpio: tanto basta, insomma, per notare nella migliore delle ipotesi una disparità di trattamento, nella peggiore l’esclusione delle ragioni di chi non crede all’attribuzione. Curioso concetto d’informazione pubblica: si dà spazio alle ricostruzioni quanto meno stravaganti di chi con Michelangelo si cimenta certo con buona lena ma anche con idee un poco spericolate sui metodi della ricerca, e si tralascia di sentire chi con Michelangelo lavora da una vita seguendo canoni scientifici un poco più robusti. Lecito allora domandarsi se la Rai avrebbe trattato con la stessa superficialità e rilanciato con la stessa aura di serietà la nota stampa, mettiamo, d’un dilettante di astronomia convinto d’aver scoperto un nuovo satellite della Terra sulla base del ritrovamento d’un documento d’archivio che ne parla e perché un professore di storia dell’arte s’è accorto che ci sono cinque o sei dipinti raffiguranti due lune nel cielo. Se ai giornalisti del Tg3 questo esempio suonerà leggermente bizzarro, se non del tutto insostenibile, sappiano che è lo stesso disagio che sperimentano gli esperti quando vedono trattar la storia dell’arte come fosse la trama di un romanzo di Dan Brown.
Ora, non si può pretendere che un giornalista esperto di politica conosca i metodi della ricerca storico-artistica, né si può esigere, da chi non è specialista della materia, l’esatta conoscenza delle dinamiche che portano uno studioso esperto a considerare quanto meno avventata l’idea che la storia di Michelangelo si possa riscrivere sulla base d’una guida turistica del 1693 e d’un rilievo anatomico. Qualcuno obietterà che la prima nota stampa, quella d’un mese fa, conteneva già tutte le più classiche avvisaglie che mettono in guardia gli specialisti: pratichiamo però un supremo esercizio di generosità, e concediamo al Tg3 l’attenuante della distrazione, della leggerezza, della mancata verifica, del mancato consulto degli esperti. Un esercizio di generosità da ripetere con un mese di ritardo e con la comunità in parte già intervenuta. Tutto lecito, dunque. E però, da quando in qua una redazione, a conoscenza d’una posizione scientifica che è scettica in merito a una certa ipotesi, non ritiene necessario un approfondimento? Da quando in qua una redazione, pur in questo clima di festoso revisionismo michelangiolesco, non ritiene obbligatorio rendere edotta l’opinione pubblica del dovuto controcanto? Se domani qualcuno dovesse mandare al Tg3 una nota in cui s’avvisano le testate di un’imminente invasione aliena e al contempo la redazione fosse consapevole che gli astronomi si dichiarano scettici, il caporedattore non riterrebbe necessario sentire anche gli esperti che non ravvisano segnali di un attacco dei marziani e trasmettere la loro posizione?
È, insomma, una questione di forma, ancor prima che di sostanza. È lecito e ammissibile che si dia spazio a un’ipotesi totalmente infondata e priva di basi solide. Meno ammissibile è presentarla come una certezza. Ma non è neppure questo il punto. Il punto è che non è tollerabile, per il servizio pubblico, la mancata concessione dello stesso spazio alla posizione contraria, specialmente se si è al corrente del fatto ch’esiste un diffuso scetticismo in seno alla comunità degli esperti. Questo, naturalmente, non significa che un outsider non possa misurarsi con la ricerca. Non è questione di titoli: la storia dell’arte è colma d’imbarazzanti cantonate prese dai massimi specialisti, come d’intuizioni brillanti giunte da soggetti del tutto ignoti agli studi scientifici. Tuttavia, un outsider non può sottrarsi ai metodi dell’indagine storico-artistica. E in questo caso, anche senza ragionare sul fatto che la ricerca di Valentina Salerno sia un articolo autopubblicato (credo che nessuna rivista di settore, del resto, potesse prenderlo seriamente in considerazione), si può ribadire che i suoi risultati siano viziati da importanti abbagli metodologici, come qualunque specialista potrà facilmente riscontrare dalla lettera che lei in persona ha inviato qualche settimane fa al Giornale per sostenere la bontà delle ricerche di se stessa: tolti tutti i contorni populisti (“mi sento una moderna Cenerentola”, “il sapere non può essere appannaggio di una casta”, “occuparsi della storia andando oltre i titoli”), Salerno è convinta che un documento sia “tanto più attendibile quanto più è temporalmente vicino all’autore dell’opera e proveniente da un archivio pubblico”. Dunque, tutto l’impianto d’una ricerca che, ancora per sua stessa ammissione, non è mai entrata nel merito della “disamina tecnico-stilistica” poiché il campo d’indagine della suddetta “è relativo alla ricostruzione storica basata sui documenti d’archivio”, poggia almeno su due convinzioni non corrette. Intanto, non esiste alcuna correlazione tra attendibilità d’un documento e vicinanza cronologica a un fatto. In altri termini: non si può confondere l’esistenza d’un documento con la presunta verità del suo contenuto. Gli archivi sono pieni di attribuzioni antiche rivelatesi errate, per i più svariati motivi: errori di trascrizioni, memorie andate perse e ricostruite in maniera sbrigativa (anche perché in antico la connoisseurship era molto rudimentale), lacune, depistaggi, semplificazioni e via dicendo. E poi, il grosso di ciò ch’è oggi negli archivi pubblici era un tempo privato, inclusi i documenti che Salerno ha adoperato per arrivare alle sue conclusioni, ma al di là di ciò la titolarità di un documento ha comunque poco a che spartire con la sua attendibilità.
A partire da queste basi non è dunque complesso rigettare con convinzione le ipotesi di Salerno, per i motivi che già si son detti su queste pagine. Possiamo offrire un riassunto brutale, anche alla luce delle due ultime “novità”. Primo: Salerno insiste sul fatto che la sua attribuzione poggi su fondamenta documentali e non su analisi stilistiche. Ma qual è il documento principe, il documento più rilevante, il documento più ineludibile se non l’opera stessa? E su base stilistica, non esiste la minima possibilità che il Cristo di Sant’Agnese sia di Michelangelo, perché quel Cristo non ha niente del maestro, ma sembra essere piuttosto una derivazione, per quanto di buona fattura, del Cristo Giustiniani, opera lasciata incompiuta da Michelangelo e terminata successivamente da un’altra mano, peraltro non ancora identificata con certezza. Ora, se supponiamo che il completamento abbia riguardato anche il volto della scultura, se accettiamo la recente, interessante ipotesi di Adriano Amendola secondo il quale a terminare l’opera sarebbe stato Pompeo Ferrucci verso il 1630, e se riteniamo che il Cristo di Sant’Agnese derivi dal Cristo Giustiniani, sarà molto difficile veder comparire attestazioni del busto prima di metà Seicento. Tant’è che, a oggi, la notizia più antica che lo riguarda risalirebbe dal 1693. Se Valentina Salerno avesse trovato più antiche e incontrovertibili attestazioni d’un legame tra il Cristo e Michelangelo, difficilmente avrebbe prima insistito tanto su di una citazione del 1776 e adesso su una del 1693. Secondo: anche seguendo volendo seguire l’idea, come s’è visto molto ingenua, d’una correlazione tra cronologia e attendibilità, le citazioni sei-settecentesche non provano alcunché in quanto non soltanto troppo distanti dall’epoca in cui visse Michelangelo (il che, comunque, avrebbe poco significato), ma perché frutto d’un’epoca in cui il Buonarroti era già passato dalla storia al mito, e un’epoca in cui non era raro far confusione tra opere ascrivibili alla cerchia dell’artista, se non copie o derivazioni tout court, opere eseguite alla maniera di Michelangelo, e opere autografe. Terzo: la presenza d’un dettaglio anatomico non cambia la questione. Siamo alla caricatura della critica morelliana: vene sul collo si riscontrano in tanti contemporanei di Michelangelo, da Benvenuto Cellini a Bartolomeo Ammannati, da Bertoldo di Giovanni a Vincenzo de’ Rossi, per cui sulla base dello stesso elemento, preso singolarmente, qualcuno potrebbe pure azzardare un’ipotesi d’attribuzione a Vincenzo de’ Rossi, artista che insisteva sull’anatomia dei muscoli del collo non meno di Michelangelo. Ma non è così che funziona l’indagine stilistica: è estremamente raro, per non dire quasi impossibile, che un dettaglio, preso da solo, riveli la mano d’un artista. È frutto d’una mentalità romanzesca ritenere che un dato elemento anatomico sia “la firma dell’artista X”, come certa cattiva divulgazione vorrebbe dar da intendere. Quarto: il fatto, ricordato dal Tg3, che il foglio con lo studio della Sibilla Libica andato in asta da Christie’s a febbraio sia stato ricondotto, per ipotesi non accertata, all’eredità di Daniele da Volterra e che anche Valentina Salerno abbia immaginato per il Cristo di Sant’Agnese la stessa provenienza non serve a nobilitare le idee della ricercatrice, né a confermarne la bontà. Anche in questo caso, se non esiste alcuna prova che il povero Cristo sia cinquecentesco, men che meno si potrà provare che il busto appartenne in qualche momento della storia a Daniele da Volterra e ai suoi eredi: possiamo derubricare il tutto, molto semplicemente, a congettura (certo piuttosto creativa, ma sempre di congettura si tratta) di Valentina Salerno.
Se la Rai volesse dunque ottemperare alla sua missione pubblica, potrebbe chiedere lumi a qualcuno degli studiosi che, nelle scorse settimane, si sono esposti per rispedire al mittente ogni immaginosa ipotesi d’attribuzione a Michelangelo del povero Cristo. Facilitiamo alla redazione del Tg3 elencando i nomi degli storici dell’arte che hanno preso posizione sul busto: Francesco Caglioti, Teodoro De Giorgio, Giacomo Montanari, Vittorio Sgarbi, Matthias Wivel. La Rai scelga l’esperto più disponibile a credere che per attribuire un’opera serva qualcosa più che una citazione settecentesca e una vena scolpita, e riveda le sue granitiche certezze sui modi verbali da usare per accompagnare la boutade di turno.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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