Nelle ultime ore l’attenzione di molti media si è concentrata su un busto conservato nella basilica di Sant’Agnese fuori le Mura a Roma, oggetto di una proposta di attribuzione a Michelangelo. L’ipotesi, avanzata da Valentina Salerno, che sul proprio sito web si presenta come scrittrice, attrice, regista, pedagoga e storica della cultura, è stata presentata nel corso di una conferenza stampa nella mattinata di ieri, ha rapidamente ottenuto ampia visibilità su testate generaliste e servizi televisivi, rilanciando l’idea che nella basilica romana possa trovarsi un’opera finora non riconosciuta del maestro rinascimentale.
Secondo la ricostruzione di Salerno, il busto sarebbe stato inizialmente concepito da Michelangelo come ritratto di Tommaso de’ Cavalieri, figura nota per il legame personale con l’artista, e successivamente trasformato in un’immagine del Salvator Mundi. A sostegno di questa tesi, la ricercatrice ha messo in relazione la scultura con un disegno conservato all’Ashmolean Museum di Oxford. L’identificazione del volto con quello di Tommaso dei Cavalieri resta tuttavia problematica: al momento, infatti, non esistono ritratti unanimemente riconosciuti del nobile romano: alcune ipotesi sono state avanzate in relazione a un foglio conservato al Musée Bonnat di Bayonne, in Francia, ma senza un consenso definitivo tra gli studiosi.
La ricostruzione proposta include inoltre una possibile storia del busto: l’opera sarebbe rimasta nella disponibilità di Tommaso de’ Cavalieri e, dopo la sua morte, sarebbe passata ai Canonici Lateranensi. L’ingresso nella basilica di Sant’Agnese verrebbe fatto risalire al 1590, per iniziativa del cardinale Alessandro de’ Medici di Ottajano, futuro papa Leone XI. Da quel momento, secondo questa interpretazione, la scultura non avrebbe più lasciato il complesso. Nel materiale consegnato alla stampa manca però qualsiasi riferimento solido che possa attestare sia l’identificazione del busto con Tommaso de’ Cavalieri, sia i passaggi descritti: non vengono infatti forniti documenti a supporto di quella che rimane, dunque, un’ipotesi. La proposta di datare l’opera al 1534 solleva inoltre ulteriori interrogativi: non viene infatti spiegato perché il busto dovrebbe risalire a quell’anno.
In alcune ricostruzioni giornalistiche si è inoltre affermato che l’opera sarebbe stata mantenuta anonima durante l’epoca napoleonica per evitare una possibile confisca da parte delle autorità francesi. Tuttavia, la storia della scultura di Sant’Agnese fuori le Mura appare molto più complessa. Esiste infatti una tradizione di attribuzione a Michelangelo che risale almeno al XVIII secolo: il busto viene citato in un’edizione settecentesca delle Vite di Giorgio Vasari come opera del maestro, e prima ancora in un testo del 1776 di Giosafatte Massari, Memorie della gloriosa Vergine e martire S. Agnese, in cui si parla di una “testa del Salvatore, che è presa dal Buonarroti”. “Presa dal Buonarroti” non significa che sia del maestro o abbia fatto parte della sua produzione o del suo patrimonio, bensì che si rifaccia a un modello di Michelangelo. Nel corso dell’Ottocento la scultura era inoltre conosciuta tra artisti e viaggiatori. Il pittore britannico Joseph Mallord William Turner la disegnò durante il suo viaggio in Italia nel 1819 in uno dei suoi taccuini oggi conservati alla Tate. Negli anni immediatamente successivi, lo scultore neoclassico tedesco Emil Wolff ne realizzò una copia oggi conservata al castello di Charlottenburg, mentre l’opera fu citata anche dallo scrittore Stendhal. Queste testimonianze indicano che il busto era noto e discusso già tra XVIII e XIX secolo. La presenza di una tradizione attributiva antica, tuttavia, non costituisce di per sé una prova definitiva. In storia dell’arte, le attribuzioni si fondano su una combinazione di fonti documentarie, analisi stilistica e confronto con opere certe. Non è dunque raro che opere a lungo ritenute di un grande maestro vengano successivamente riconsiderate alla luce di nuove ricerche o di analisi più approfondite.
Proprio l’analisi stilistica rappresenta uno dei punti centrali del dibattito. Il volto del Cristo del busto romano presenta affinità con quello del Cristo Giustiniani, opera realizzata da Michelangelo tra il 1514 e il 1516. Allo stesso tempo, però, si evidenziano differenze significative: rispetto al modello michelangiolesco, la scultura di Sant’Agnese appare più statica e convenzionale, con una resa meno intensa nella modellazione e nel movimento dei tratti.
Un ulteriore elemento di discussione riguarda il comitato scientifico che avrebbe accompagnato la presentazione della scoperta. Tra i nomi citati dal Messaggero figurano studiosi e figure istituzionali di primo piano: William Wallace, Hugh Chapman, Barbara Jatta, Pietro Zander, Alessandro Cecchi e Cristina Acidini. Acidini, raggiunta da Finestre sull’Arte, ci ha detto di non aver visto il materiale proposto da Salerno, dunque non intende esprimersi. Chapman, Jatta e Wallace sono stati invece sentiti dalla Associated Press: Jatta ha preso le distanze dal comitato, il British Museum ha fatto sapere che Chapman non intende commentare, mentre Wallace, storico dell’arte con pubblicazioni su Michelangelo, l’unico ad aver commentato la notizia, ha contestato l’idea dell’esistenza d’un possibile “tesoro” di molte opere di Michelangelo sconosciute, e ha osservato in generale come negli ultimi decenni siano state avanzate numerose nuove attribuzioni al maestro, spesso presentate come scoperte sensazionali, ma raramente confermate dal consenso della comunità scientifica nel lungo periodo.
Nel corso del Novecento, infatti, diversi studiosi avevano già messo in dubbio l’attribuzione michelangiolesca del busto di Sant’Agnese. In una pubblicazione del 1924, Churches of Rome di Roger Thynne, si legge che in una cappella della chiesa si trova una scultura che “è stata ripetutamente e insistentemente ascritta a Michelangelo. Sembra non esserci evidenza storica per provare l’accuratezza di questa attribuzione, né, dal punto di vista artistico, c’è la minima ragione per credere che sia corretta. L’opera, che non è né buona né cattiva, manca troppo d’individualità per essere riconosciuta come altro da un lavoro indistinto del XVI secolo”. Alcune ipotesi alternative hanno suggerito che la scultura possa essere opera di un autore anonimo o, in alcuni casi, dello scultore seicentesco Nicolas Cordier. Oggi, invece, si tende a considerare l’opera come scultura d’ambito romano. Nella scheda del catalogo generale dei beni culturali, aggiornata l’ultima volta nel 2005, figura infatti come opera “di impronta michelangiolesca” della seconda metà del Cinquecento. Il processo di attribuzione artistica è infatti spesso complesso e soggetto a revisioni: con il progredire degli studi e l’ampliarsi delle conoscenze, opere un tempo considerate capolavori di grandi maestri possono essere riconsiderate, mentre nuove proposte di attribuzione richiedono verifiche approfondite e un confronto critico tra specialisti. Verifiche approfondite che, in questo caso, sembrano non esserci state.
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