Schizzi di una museologia mediterranea


Da Bari a Malta, una riflessione di Sandro Debono sulla museologia mediterranea come spazio di relazioni, stratificazioni e memorie vive che attraversano comunità, rituali e luoghi quotidiani.

Questo testo è una rielaborazione divulgativa della keynote presentata all’assemblea nazionale e al convegno annuale ICOM Italia con il tema - Patrimoni del Mediterraneo: comunità, alleanze e orizzonti (Bari, 17-19 aprile 2026), la cui versione estesa sarà prossimamente pubblicata.

A Bari ci sono stato, più di una volta. Camminando per le strade del centro storico si incontrano edifici con muri levigati da secoli di contatto umano, pietra consumata non dall’erosione, ma dalla presenza. Le signore anziane sedute sull’uscio di casa con le mani impegnate nelle orecchiette incarnano un gesto immutato attraverso generazioni, eseguito senza consapevolezza di sé, per nessun pubblico. I panni stesi tra i vicoli sembrano quasi voler smorzare le conversazioni in barese stretto, scambi che a un orecchio forestiero suonano come litigi, e che invece non sono che parole quotidiane, intense e vissute. Qua e là un’edicola votiva s’incassa nel muro come una parentesi sacra mentre un motorino si insinua tra tutto questo come se ci appartenesse, perché ci appartiene, davvero. Nulla qui è messo in scena. Nulla è curato. Eppure tutto è stratificato.

Questi vicoli del centro storico di Bari sono i vicoli del Mediterraneo che questa volta portavano alla conferenza annuale ICOM affidata alle mani sapienti di ICOM Puglia – Patrimoni del Mediterraneo, comunità, alleanze, eredità condivise, nel cui ambito ho avuto l’onore di raccontare il museo mediterraneo come spazio culturale e narrativo portando all’attenzione dell’assemblea un percorso di ricerca ultradecennale con le prime riflessioni intorno all’idea di una museologia mediterranea presentate al Cartastorie – Museo dell’archivio storico del Banco di Napoli – nel 2022 e susseguentemente pubblicate.

Il Mediterraneo resiste alle definizioni e lo fa da sempre. Più che uno spazio geografico unitario il Mediterraneo si potrebbe raccontare anche come una condizione complessa, segnata dalla stratificazione, dalla prossimità e dalla differenza. È una regione che respinge la semplificazione con un’identità che non si fonda sull’uniformità, ma su storie e racconti che coesistono e si sovrappongono. Un Mediterraneo plasmato dall’interno anche dalle tre grandi religioni monoteistiche, ciascuna universale nelle aspirazioni eppure irriducibilmente particolare nelle proprie espressioni materiali e spaziali. Non è una sequenza. Non è una progressione. È, più che altro, un’accumulazione continua, irrisolta, viva. Una sedimentazione. E questo è il Mediterraneo che i nostri musei sono chiamati a interpretare, a custodire e, in un certo senso, a rappresentare.

Il contemporaneo in confronto con la stratificazione mediterranea - il Museo delle Civiltà Mediterranee a Marsiglia (Francia)
Il contemporaneo in confronto con la stratificazione mediterranea - il Museo delle Civiltà Mediterranee a Marsiglia (Francia). Foto: Unsplash/Bernd Dittrich

La sedimentazione è inscritta nel riuso e nella riconversione degli spazi architettonici. Edifici storici che diventano musei, siti archeologici frequentati nella quotidianità, anche perché parte integrante del tessuto urbano vivo. Una sedimentazione che vive nella persistenza di pratiche rituali le cui origini non appartengono più a nessuna tradizione singola.

Basti pensare alle processioni pasquali che attraversano ancora oggi strade e vicoli di decine di città mediterranee, alla presenza delle stesse persone di generazione in generazione. Nessuno organizza tutto questo come si organizza una mostra. Nessun pannello interpretativo lo spiega. Non si paga un biglietto. Eppure è, inequivocabilmente, un atto di musealità dove una comunità si incontra. L’oggetto al centro di quella processione non è un simbolo del passato. È una parte viva del presente. Non rappresenta la memoria. La porta. Quella stessa statua all’interno di un museo rischia di diventare un’altra cosa, diversa. Questa è, forse, la domanda centrale di una museologia mediterranea. Nel Mediterraneo, il passato non è mai completamente lontano. È presente, visibile, spesso tangibile. Gli strati della storia non si susseguono in modo lineare, ma convivono nello spazio e nell’esperienza quotidiana. Il museo, in questo senso, non si limita a rappresentare il passato ma lo riattiva continuamente nel presente.

Da qui prende forma una nuova lettura dello spazio museale attraverso la metafora, o meglio, il modello della piazza mediterranea che trae origine dall’agorà greca e dal foro romano, presente come spazio pubblico nel suk arabo e nella plateia greca, o nel cortile interno della moschea islamica. La piazza mediterranea, intesa come spazio pubblico d’incontro, non è soltanto uno spazio urbano; è una forma di vita pubblica, un luogo di incontro, prossimità e negoziazione, dove convivono voci diverse, spesso in tensione, senza necessariamente giungere a una sintesi. Pensare il museo come una piazza significa concepirlo come uno spazio relazionale, aperto, dove il significato emerge dall’interazione e non viene imposto dall’alto. Quando un museo fonda la propria pratica sulla modalità di pensiero che la piazza inquadra, allora diventa uno spazio di confronto, di scambi e di produzione di senso. Non rimane uno spazio che presenta cosa significano le cose, ma uno spazio che crea le condizioni nelle quali il significato diventa accessibile e si rivela grazie ad una triangolazione tra lo stesso oggetto, il visitatore e la comunità da cui entrambi provengono.

In questa rilettura, le collezioni non sono semplici portatori di significato, ma attivatori di relazioni. Diventano connettori di persone, memorie e contesti, funzionando da punti d’incontro. Il loro valore non è intrinseco, ma si costruisce attraverso le relazioni che rendono possibili. In pratica, un oggetto in un museo mediterraneo può portare simultaneamente un significato devozionale, storico ed estetico. Ridurlo a uno solo di questi registri non è chiarimento: è amputazione. È la negazione di una ricchezza che è costitutivamente mediterranea. Un oggetto che fu un’immagine devozionale, poi un simbolo politico, poi un trofeo culturale, poi un reperto museale perde significato quando presentato come una sola di queste cose. L’interpretazione polifonica non è una preferenza curatoriale né una moda. È una condizione di verità e di autenticità.

La stratificazione mediterranea vissuta nella quotidianità delle comunità che ne abitano - Rovine del Palazzo di Diocleziano a Spalato (Spalato, Croazia)
La stratificazione mediterranea vissuta nella quotidianità delle comunità che ne abitano - Rovine del Palazzo di Diocleziano a Spalato (Spalato, Croazia). Foto: Unsplash/Gianluca Garattoni
Nel Mediterraneo le opere d'arte spesso portano un significato che aspetta di essere riconosciuto - Museo d'Arte Bizantina e Cristiana ad Atene
Nel Mediterraneo le opere d’arte spesso portano un significato che aspetta di essere riconosciuto - Museo d’Arte Bizantina e Cristiana ad Atene. Foto: Ente del Turismo di Atene

Il museo mediterraneo non è dunque un contenitore, ma una condizione. Una condizione che si regge su tre piani che si intrecciano senza mai risolversi del tutto. Il tempo non vi scorre in sequenza ma si stratifica, rendendo il patrimonio culturale qualcosa di vivo nella quotidianità e non solo custodito nelle teche. Lo spazio non vi è neutro ma relazionale, modellato dalla logica della piazza. Uno spazio aperto, accessibile e capace di trasformare l’incontro in produzione di senso. E l’oggetto non vi è muto ma attivo, connettore di persone e memorie, il cui valore non precede la relazione ma ne emerge. Insieme, questi tre piani creano le condizioni perché il significato non venga trasmesso né imposto, ma costruito nell’incontro e riconosciuto prima ancora di essere definito.

Da qui la proposta di una museologia mediterranea intesa non come disciplina autonoma, ma come prospettiva: uno spostamento dell’attenzione da cosa il museo fa al come il museo esiste e opera all’interno di contesti culturali stratificati. La museologia mediterranea non propone un modello rigido, né una nuova ortodossia. Suggerisce piuttosto una disposizione, un modo di guardare al museo che tenga conto della complessità, della pluralità e della profondità storica che caratterizzano il Mediterraneo. Forse, più che chiedersi cosa il museo debba fare, è giunto il momento di chiedersi dove il museo si colloca e come questa collocazione ne trasformi radicalmente il senso. In un mondo sempre più impaziente di fronte alla complessità, che cerca risoluzioni prima di aver tollerato la difficoltà, un museo che mantiene aperto lo spazio dello scambio e del confronto sta compiendo un atto politico, nel senso più profondo di quella parola. Il Mediterraneo non ha mai risolto le proprie tensioni ma le ha sempre vissute dall’interno, produttivamente, per millenni. I nostri musei possono fare lo stesso.

È forse Malta, con i suoi chilometri quadrati di pietra globigerina color miele sotto un cielo azzurro terso, a rappresentare nel modo più concentrato e inequivocabile la condizione che questa museologia cerca di nominare come realtà vissuta ogni giorno da chi abita quegli strati senza saperlo, senza averne bisogno di saperlo.

Nel Mediterraneo, il senso non aspetta di essere spiegato. Aspetta di essere riconosciuto. E noi che custodiamo questi oggetti, questi spazi e queste memorie siamo i primi a doverlo riconoscere e a farlo insieme, ovunque le condizioni mediterranee esistano e persistano.



Sandro Debono

L'autore di questo articolo: Sandro Debono

Pensatore del museo e stratega culturale. Insegna museologia all'Università di Malta, è membro del comitato scientifico dell’Anchorage Museum (Alaska) oltre che membro della European Museum Academy. Curatore di svariate mostre internazionali, autore di svariati libri. Scrive spesso sui futuri del museo ed ha il suo blog: The Humanist Museum. Recentemente è stato riconosciuto dalla Presidenza della Repubblica Italiana cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia e dal Ministero della Cultura Francese Chevalier des Arts et des Lettres per il suo contributo nel campo della cultura.



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