Nel 2003 si tenne a Cesena un convegno che celebrava i 550 anni dall’apertura di uno dei più illustri gioielli culturali d’Italia, la Biblioteca Malatestiana, inaugurata nel 1454: gli organizzatori decisero di dare a quella giornata di studi un titolo, Il dono di Malatesta Novello, che intendeva rendere omaggio all’illuminato mecenate senza il quale la Biblioteca forse non sarebbe mai nata, ovvero Domenico Malatesta (Brescia, 1418 – Cesena, 1465), che decise d’assumere il soprannome “Novello” nel 1433, quando diventò cavaliere palatino nonché signore di Cesena. Malatesta Novello aveva un sogno: diffondere la cultura umanistica nella sua città e dare lustro e gloria alla propria famiglia attraverso le arti. Si trattava, in sostanza, di quanto suo fratello Sigismondo Malatesta (Brescia, 1417 – Rimini, 1468) si accingeva a fare, esattamente nello stesso periodo, con il Tempio Malatestiano di Rimini. Se dunque il fratello Sigismondo affidava all’architettura monumentale il compito di celebrare la propria grandezza, Malatesta Novello individuava nei libri e nel sapere il mezzo più efficace per lasciare un’eredità duratura.
E proprio nel 1450, l’anno in cui il tempio riminese veniva consacrato, a Cesena Malatesta Novello iniziava a interessarsi ai progetti dei frati del convento di San Francesco, che circa tre anni prima avevano potuto finalmente dare il via ai lavori per un edificio che potesse conservare i volumi raccolti in oltre duecento anni di presenza a Cesena. Nel 1445 infatti papa Eugenio IV aveva concesso ai frati che un lascito da loro ottenuto, e che doveva servire per costruire una cappella all’interno del convento, fosse invece destinato alla costruzione di una biblioteca. Nel 1448 si registrava la presenza in città dell’architetto Matteo Nuti (Colfiorito, 1405 circa – Fano, 1470), che qualche anno dopo avrebbe posto il proprio nome sull’iscrizione che ricorda la data della fine dei lavori: possiamo dunque ipotizzare, pur senza certezze, che la costruzione dell’edificio fosse iniziata proprio attorno al 1448. Ma senza aver riscontri oggettivi, c’è invece chi pensa che i lavori cominciarono nel 1450, quando si rese tangibile l’interesse di Malatesta Novello: quell’anno, il signore donò ai frati codici per un valore complessivo di cinquecento fiorini, una somma ragguardevole per una donazione che segnava l’ingresso di Malatesta Novello nell’impresa.
Il giovane signore di Cesena fu tra le figure più illustri del Rinascimento romagnolo. Appartenente alla potente dinastia dei Malatesta, che aveva esteso la propria influenza dalla Romagna alle Marche e alla Toscana, Malatesta Novello governava territori appartenenti formalmente allo Stato della Chiesa in qualità di vicario pontificio. Capitano d’arme di valore, fu costretto ad abbandonare la carriera militare nel 1447 a causa delle conseguenze di alcune ferite riportate durante le campagne belliche. Da quel momento concentrò le proprie energie nell’amministrazione dei territori e nella promozione delle arti e della cultura. Insieme alla moglie Violante da Montefeltro creò attorno a sé una corte aperta ai fermenti dell’umanesimo e stabilì relazioni con i principali centri culturali italiani.
L’idea originaria della biblioteca, tuttavia, non giunse direttamente da lui, anche se venne coinvolto con certezza, come detto, nel 1450. Il progetto dell’edificio fu così affidato a Matteo Nuti, e i lavori furono seguiti sia dai frati sia dal signore di Cesena: ancora oggi, aggirandoci per la Biblioteca, possiamo riscontrare le due anime di questo luogo, quella della tradizione conventuale e quella della cultura umanistica malatestiana. A Nuti si deve la concezione di uno spazio che ancora oggi sorprende per armonia, equilibrio e funzionalità.
Dopo appena due anni di lavori, nel 1452, la grande aula della Biblioteca era terminata, e un altro biennio occorse per sistemare i volumi: il 15 agosto del 1454, come ricorda anche la data impressa sul portone ligneo realizzato da Cristoforo da San Giovanni in Persiceto, la Biblioteca Malatestiana fu solennemente inaugurata e aperta al pubblico. Studi condotti verso la metà del Novecento hanno riscontrato che la Biblioteca Malatestiana è una delle biblioteche civiche più antiche del mondo (c’è anche chi la considera la prima biblioteca civica in assoluto): gli studiosi del tempo potevano quindi recarsi qui per chiedere in prestito i volumi della Biblioteca. Sono inoltre rimasti documenti in grado di testimoniare che il Comune di Cesena, soprattutto quando Malatesta Novello fu in vita, esercitò un controllo serrato su tutto ciò che accadeva all’interno della biblioteca: le autorità cittadine curavano la gestione delle raccolte librarie, si occupavano del loro ampliamento, controllavano i prestiti, verificavano periodicamente che non mancassero libri e sceglievano il custode, la cui nomina era di spettanza del consiglio comunale. Era stato lo stesso Malatesta Novello a disporre che il Comune si occupasse, assieme ai monaci, della gestione della biblioteca. Una decisione sorprendentemente moderna che garantì una tutela costante del patrimonio.
La cultura umanistica di Malatesta Novello spiega anche l’organizzazione degli spazi all’interno dell’aula, oggi nota come “aula del Nuti”, dal nome dell’architetto al quale si deve la progettazione. Nuti ideò, probabilmente rifacendosi all’opera di Leon Battista Alberti (in particolare al De re aedificatoria), un ambiente suddiviso in tre navate, come se fosse chiesa, coprendo le navate laterali con volte a crociera e quella centrale con una volta a botte. L’ambiente s’ispirava alla prima biblioteca rinascimentale, quella progettata da Michelozzo nel 1444 per il convento di San Marco a Firenze: gli spazi sono scanditi, in rapporti geometrici sempre costanti, dalle eleganti colonne in pietra scanalate, la luce penetra nelle navate laterali attraverso una serie regolare di finestre ad arco acuto, due per ogni campata, mentre quella centrale riceve invece l’illuminazione dal grande rosone posto sulla parete di fondo che consente alla luce di posarsi sul piano di lettura dei plutei, in banchi in legno di pino su cui il lettore prendeva posto e a cui erano assicurati i volumi mediante catenelle che servivano a impedire che i libri venissero asportati dalla Biblioteca, o semplicemente scambiati di posto, costringendo i monaci a doverli ricollocare. Ancora oggi è possibile osservare gli antichi volumi della Biblioteca Malatestiana là dove erano conservati in origine: la Libraria Domini, come era nota in antico la Biblioteca Malatestiana (la “Libreria del Signore”, ovvero la Libreria di Malatesta Novello), è infatti l’unica biblioteca monastica-umanistica al mondo a essersi conservata intatta sia nell’edificio, sia negli arredi, sia nella collezione libraria. Sulla parete di fondo si apre un oculo, di gusto gotico, che illumina invece la navata centrale, priva di plutei in quanto doveva permettere l’accesso ai banchi delle navate laterali.
Anche il programma decorativo riflette l’identità della famiglia Malatesta. Il portale d’ingresso, in pietra locale, accoglie i visitatori con l’elefante, uno dei più noti simboli malatestiani, accompagnato dal cartiglio col motto Elephas indus culices non timet, “l’elefante indiano non teme le zanzare”, esortazione che intendeva sottolineare come le persone magnanime non dovessero preoccuparsi delle piccole ostilità. A fianco del portale, una lapide tramanda il nome dell’architetto, che con poca modestia si paragonava al mitico Dedalo, costruttore del Labirinto di Creta: MCCCCLII Matheus Nutius Fanensi ex urbe creatus Dedalus alter opus tantum deduxit ad unguem, (“Nell’anno 1452 Matteo Nuti, nato nella città di Fano, come un nuovo Dedalo portò a compimento un’opera tanto grande”). Sul pavimento e sull’architrave del portale, un’ulteriore lapide ricorda il nome del signore che donò la Biblioteca a Cesena: Mal. Nov. Pan. Fil. Mal. Nep. Dedit, (“Malatesta Novello, figlio di Pandolfo e nipote di Malatesta, donò”). Ovunque s’irradiano i simboli della famiglia: l’impresa delle tre teste, la rosa canina, l’impresa dello steccato dei Malatesta di Cesena, simbolo di forza ma anche allusione alla Biblioteca stessa, poiché i colori dello steccato malatesiano (il bianco, il rosso e il verde: i colori delle virtù teologali) richiamano quelli della Biblioteca (il bianco delle colonne, il rosso del cotto utilizzato per la pavimentazione, il verde delle pareti e del soffitto).
Se l’edificio rappresenta un capolavoro dell’architettura rinascimentale, il patrimonio librario costituisce il suo tesoro più prezioso. La raccolta comprende 343 manoscritti, molti dei quali miniati con straordinaria raffinatezza. L’insieme dei manoscritti restituisce l’immagine di una biblioteca profondamente radicata nella cultura umanistica: accanto ai testi religiosi convivono infatti gli autori dell’antichità classica, le opere dei Padri della Chiesa, gli scritti scientifici e le testimonianze delle nuove correnti intellettuali del Quattrocento. Alla Malatestiana trovano posto opere di filosofia, teologia, medicina, scienze. E poi i libri di storia, materia di cui il signore di Cesena fu grande appassionato, autori classici greci e latini (Plinio, Plutarco, Tito Livio, Cicerone), codici ebraici, opere di umanisti contemporanei. Per dotare la biblioteca di una collezione adeguata, Malatesta Novello promosse anche la creazione di uno scrittorio specializzato. In circa vent’anni di attività, prima che l’invenzione della stampa rendesse obsoleto il loro lavoro, gli amanuensi cesenati produssero oltre centoventi codici. Ai manoscritti commissionati direttamente dal signore si aggiunsero poi quelli acquistati sul mercato librario e quelli provenienti dal fondo conventuale. Particolarmente significativi sono i quattordici codici greci, probabilmente acquistati a Costantinopoli, i sette codici ebraici e i numerosi volumi donati dal medico riminese Giovanni di Marco, appassionato collezionista che collaborò col signore di Cesena. Nel corso dei secoli la raccolta si arricchì inoltre di alcuni volumi a stampa dedicati ad autori cesenati.
A più di cinque secoli dalla sua inaugurazione, la Biblioteca Malatestiana continua a rappresentare uno dei luoghi più straordinari della cultura europea. Il sogno di Malatesta Novello non si è limitato a sopravvivere al tempo: è arrivato fino ai nostri giorni quasi immutato. Entrare nell’Aula del Nuti significa ancora oggi fare esperienza diretta di quel progetto rinascimentale che vedeva nella conoscenza uno strumento di crescita civile e collettiva. Questa, forse, è l’emozione più grande che si prova visitando questo luogo, un ambiente storico perfettamente conservato, avvolto dalla stessa luce che guizzava sulle pagine dei codici sfogliati dai visitatori antichi.
Non sorprende allora che nel 2005 l’Unesco abbia deciso di inserirla nel Registro della Memoria del Mondo, facendone la prima biblioteca italiana a entrare nella prestigiosa lista dei beni documentari ritenuti fondamentali per la storia dell’umanità. Un riconoscimento che ha consacrato definitivamente il valore universale di un luogo nato dalla convergenza tra l’ambizione culturale di un signore rinascimentale e il progetto educativo di una comunità religiosa. La sua eccezionale conservazione le ha permesso di attraversare il tempo senza perdere la propria identità originaria, tanto da essere considerata l’unico esempio al mondo di biblioteca umanistica conventuale giunta fino ai giorni nostri perfettamente integra nell’edificio, negli arredi e nella dotazione libraria. La perfetta conservazione dell’edificio, degli arredi e della raccolta libraria, dovuta anche al profondo legame dei cesenati con la loro cultura e con la loro storia, rende la Malatestiana un caso unico al mondo. Ma il suo valore va oltre l’eccezionalità materiale. La biblioteca continua infatti a testimoniare come la cultura possa diventare patrimonio condiviso, memoria viva e strumento per costruire il futuro. È questa l’eredità più autentica lasciata da Malatesta Novello alla sua città e al mondo intero.
Gli autori di questo articolo: Federico Giannini e Ilaria Baratta
Federico Giannini. Giornalista, co-fondatore di Finestre sull'Arte, direttore responsabile della testata. Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Per la tv è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5).
Ilaria Baratta. Giornalista, co-fondatrice di Finestre sull'Arte, caporedattrice della testata. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa in Lingue e Letterature Straniere.
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