Palazzo Milzetti a Faenza, il neoclassicismo senza tempo


Palazzo Milzetti a Faenza, oggi Museo Nazionale dell’Età Neoclassica in Romagna, incarna una stagione in cui il gusto estetico cambiò radicalmente: architettura, pittura e arti applicate si fondono in un’opera totale.

L’eleganza sobria della sua facciata, situata lungo via Tonducci a Faenza, non lascia presagire le meraviglie che attende il visitatore oltre la soglia di Palazzo Milzetti: eppure, è così che si potrebbe considerare questo gioiello nel centro della città della ceramica. Ovvero come un luogo dello stupore, un edificio che, a duecento anni di distanza, riesce a raccontare con precisione la cultura di una famiglia nobile che visse e prosperò nell’epoca dell’Italia napoleonica. Considerato una delle dimore neoclassiche più rilevanti dell’intera penisola, Palazzo Milzetti non è soltanto un edificio storico, ma un palinsesto vivo della cultura aristocratica del tempo. Dal 2001, il palazzo ospita il Museo Nazionale dell’Età Neoclassica in Romagna, un’istituzione che ha saputo preservare l’integrità di un’epoca in cui ogni dettaglio, dalla disposizione degli ambienti alla scelta dei soggetti pittorici, rispondeva a un ideale di perfezione estetica e razionalità funzionale. Entrare in questi spazi significa immergersi in un dialogo costante tra le diverse arti: qui l’architettura di Giuseppe Pistocchi e Giovanni Antolini si sposa con il genio decorativo di Felice Giani, creando un unicum in cui la scultura in stucco e le arti applicate non sono semplici ornamenti, ma parti integranti di un progetto unitario. Il fascino di Palazzo Milzetti risiede proprio in questa conservazione: qui, a differenza di molte altre dimore coeve, il tempo sembra non aver alterato la fisionomia delle sue sale, dove le scene mitologiche e i temi dell’antichità continuano a sorprendere il pubblico moderno. La narrazione che il palazzo offre è quella di una famiglia, i Milzetti, capace di interpretare i fermenti di un secolo che guardava alla classicità non come a un passato remoto, ma come a un modello di rigore civile, oltre che di splendore artistico.

Le radici storiche di questa dimora affondano nel XV secolo, ma la sua identità neoclassica è figlia di un evento traumatico: il terremoto del 1781. Fu il conte Nicola Milzetti a commissionare la ricostruzione all’architetto Giuseppe Pistocchi (Faenza, 1744 – 1814) nell’agosto del 1792, cercando di conciliare le necessità statiche con il desiderio di un rinnovamento formale radicale. Pistocchi concepì una facciata monumentale ma sobria, caratterizzata da un bugnato a punta di diamante che enfatizza i volumi senza ricorrere a eccessive scompartizioni, un omaggio appassionato all’eredità di Giulio Romano e del manierismo mantovano. Tuttavia, la carriera di Pistocchi subì una battuta d’arresto nel 1796, quando le sue simpatie filo-francesi lo portarono alla detenzione nel forte di San Leo. Al suo ritorno, il clima politico era mutato e la committenza, guidata ora da Francesco Milzetti dopo la scomparsa del padre Nicola, preferì l’architetto Giovanni Antonio Antolini (Castel Bolognese, 1753 – Bologna, 1841). Antolini, formatosi a Roma e legato agli ambienti massonici della famiglia Laderchi, portò una nuova sensibilità, progettando il completamento dello scalone e del salone ottagonale tra il 1800 e il 1801. È in questa fase che si innesta la straordinaria opera di Felice Giani (San Sebastiano Curone, 1758 – Roma, 1823), il cui intervento iniziò ufficialmente il 19 ottobre 1802. In soli tre anni, Giani e la sua affiatata bottega (che includeva, tra gli altri, lo stuccatore Antonio Trentanove e l’ornatista Gaetano Bertolani) trasformarono gli interni in quello che potremmo dire un laboratorio di invenzione pittorica. Nonostante l’imponente investimento, i Milzetti non godettero a lungo della dimora; nel 1808, Francesco fu costretto a vendere il palazzo a causa di dissesti finanziari e dei suoi impegni presso la corte vicereale a Milano. Dopo un breve passaggio alla famiglia Papiani e l’uso dello stabile da parte delle autorità austriache, il palazzo fu acquistato nel 1817 dai Rondinini, che ne completarono gli arredi e ampliarono il giardino in senso romantico. La proprietà passò poi ai Magnaguti di Mantova e successivamente all’avvocato Bolognesi, finché nel 1973 lo Stato Italiano non acquisì l’intero complesso per farne un museo: il palazzo storico, dopo il restauro della Soprintendenza di Ravenna, è stato aperto al pubblico nel 1979, e poi, nel 2001, peraltro dopo la pubblicazione della prima guida del palazzo, risalente al 2000, è arrivato il riconoscimento che lo ha reso Museo Nazionale dell’Età Neoclassica in Romagna, denominazione già prevista fin dal momento in cui lo Stato aveva acquistato l’edificio.

Facciata di Palazzo Milzetti
Facciata di Palazzo Milzetti

Il percorso museale si articola su tre livelli, iniziando dagli ambienti ipogei per poi risalire verso la magnificenza del piano nobile. Si comincia dall’interrato, dove si trova l’antica cucina, un ambiente che conserva il forno, il grande lavabo in sasso e un ingegnoso sistema di comunicazione con il pozzo esterno, che testimonia l’attenzione illuminista per la funzionalità domestica. Risalendo al piano terreno, il visitatore viene accolto in una sequenza di stanze destinate alla vita quotidiana di Francesco Milzetti prima delle nozze. Si attraversa l’Anticamera, priva di decorazioni, per giungere alla Saletta da pranzo, il cui soffitto presenta la decorazione del Banchetto dei Dei, ispirata ai triclinia romani. Segue la Camera per ricevere, che nel 1808 nel rogito di vendita era definito “come all’uso di Villa Adriana”, interamente rivestita da pitture che imitano il marmo grigio e stucchi monocromi di Gaetano Bertolani. Uno dei punti più alti di questo piano è l’Antibagno, denominato “all’uso delle Terme di Tito” sempre nel rogito del 1808, dove le pareti nere mettono in risalto decorazioni minute dai colori vivaci, richiamando lo stile pompeiano. La visita prosegue nella Biblioteca, un capolavoro di trompe-l’oeil dove la pittura finge scaffalature lignee e pannelli pirografati. Gli ambienti privati si completano con la Camera di compagnia delle Quattro Stagioni, la Camera da letto con il suo velario stellato, la Sala da musica dominata dalla musa Euterpe e un’ulteriore Camera di compagnia arricchita da uno stemma Milzetti in finto marmorino. L’itinerario raggiunge l’apice salendo il solenne Scalone, opera di Antolini e dei Ballanti Graziani, che conduce al piano nobile.

L'antibagno
L’antibagno
Dettaglio della decorazione dell'antibagno
Dettaglio della decorazione dell’antibagno
Biblioteca
Biblioteca

Qui si apre il Salone Ottagonale o Tempio di Apollo, fulcro simbolico della casa. Vero capolavoro architettonico di Giovanni Antonio Antolini, il Salone Ottagonale è concepito come uno spazio sacro dedicato al dio del sole, intriso di complessi significati massonici. L’ambiente è dominato da una grande finestra a serliana che inonda la stanza di luce, mettendo in risalto la calotta a sedici spicchi bombati, un’invenzione che richiama le volte a ombrello raffaellesche. Al centro del soffitto, Giani ha dipinto il trionfale carro di Apollo circondato dalle Ore danzanti, immerso in un cielo dorato che funge da metafora di un ordine cosmico e civile superiore. La decorazione monocroma del resto della volta accentua il senso di rigore e solennità, mentre le pareti ospitano rilievi in stucco bianco che narrano la storia di Fetonte, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio. Questi bassorilievi, attribuiti ad Antonio Trentanove e successivamente completati dai Ballanti Graziani, mostrano episodi di grande drammaticità, come la caduta di Fetonte fulminato da Giove. L’ambiente, infatti, è progettato per sorprendere il visitatore che sale dallo scalone: la discontinuità rispetto ai vani più modesti del piano terra è voluta per sottolineare il passaggio verso una dimensione di vivere “sublime”. Qui, l’architettura non è solo contenitore, ma parte attiva del racconto mitologico, e le colonne giganti e la simmetria dei profili contribuiscono a creare un’atmosfera di monumentale eleganza.

Da qui si accede alla maestosa Sala delle Feste, nota anche come Galleria d’Achille: questa sala rappresenta il cuore mondano del palazzo, concepita per ospitare i ricevimenti e stupire l’aristocrazia giacobina dell’epoca. La sua forma rettangolare allungata è sormontata da una volta a sesto ribassato, dove il genio di Felice Giani ha saputo condensare gli episodi salienti dell’Iliade. Al centro della volta brillano cinque riquadri dai colori smaglianti, incorniciati da ventiquattro paraste a rilievo che scandiscono il ritmo delle pareti. Il tema dell’eroismo di Achille non è scelto a caso: riflette le ambizioni e lo status della famiglia Milzetti, integrandosi perfettamente con l’apparato decorativo dei fratelli Ballanti Graziani, autori dei raffinati stucchi bianchi che decorano le lunette delle testate. In questa sala, il contrasto tra il candore dei rilievi e la velocità esecutiva delle tempere di Giani crea un’atmosfera di vibrante dinamismo. L’illusione è totale: molti dei tendaggi e degli elementi architettonici che sembrano tridimensionali sono in realtà magistrali esercizi di pittura monocroma, pensati per amplificare lo spazio e conferire una ricchezza che va oltre il mero valore dei materiali utilizzati. Gli arredi, in parte risalenti alla proprietà Rondinini, includono specchiere che moltiplicano i punti di vista e divani in raso con braccioli zoomorfi a forma di sfinge, che dialogano con i motivi fantastici dipinti sulle pareti. La Galleria d’Achille rimane una delle testimonianze più felici della collaborazione tra Giani e Bertolani, un luogo dove la narrazione epica si trasforma in pura decorazione d’ambiente.

Il percorso prosegue nelle stanze affacciate su via Tonducci: si comincia con la Sala della Pace e della Guerra. Destinata a “Camera di compagnia”, come è ufficialmente detta, questa stanza deve il suo nome più celebre alle decorazioni che celebrano il giuramento di Annibale e le virtù militari romane. Al centro della volta, un episodio tratto dalle Storie di Tito Livio mostra il giovane Annibale, istigato dal padre Amilcare, mentre giura odio eterno ai Romani. Questa scena principale è affiancata da due ovali che raffigurano le allegorie della Pace e della Guerra: la prima identificabile con la Pax Augusta e la seconda con una figura maschile alla guida di una biga. È impossibile non scorgere in questi soggetti un omaggio alla carriera militare di Francesco Milzetti, capitano colonnello della Guardia d’Onore napoleonica, tracciando un parallelo tra gli eroi dell’antichità e le glorie contemporanee. La decorazione segue modelli raffaelleschi ispirati a Villa Madama, con un “tappeto” colorato al centro che si espande verso gli angoli con eleganti raccordi. Anche in questo ambiente, la collaborazione tra l’architettura di Antolini e la pittura di Giani raggiunge vertici di bellezza assoluta, dove ogni campitura cromatica è studiata per valorizzare la funzione di rappresentanza della sala. La presenza di figure storiche come il console Marcello sottolinea ulteriormente l’apprezzamento per le arti e le scienze inteso come dovere morale del comandante e del gentiluomo.

Salone di Apollo
Salone di Apollo
Decorazione con Giove che fulmina Fetonte
Decorazione con Giove che fulmina Fetonte
Galleria di Achille
Galleria di Achille
Camera con l'alcova
Camera con l’alcova

Dopo una sosta nella Camera da letto con l’alcova, arricchita da un motivo di finta tappezzeria, si torna sui propri passi per passare alla solenne Sala di Numa Pompilio. Destinata a funzioni pubbliche e riunioni ufficiali, la Sala di Numa Pompilio si distingue per un carattere di severa ufficialità che riflette il ruolo dei Milzetti nella vita politica del tempo. Felice Giani ha dedicato la decorazione della volta alle leggende del secondo re di Roma, figura emblematica di legislatore e fondatore di istituzioni religiose. Nei tondi dipinti lungo il soffitto, spicca l’incontro tra Numa e la ninfa Egeria, descritto non come un idillio amoroso ma come un dialogo di alto valore morale e civile, durante il quale vengono dettate le leggi per la città. La pittura di Giani qui si fa carica di solennità, con brani narrativi incastonati in scomparti di ornato monocromo che esaltano la gravità dei temi trattati. Un altro episodio significativo raffigurato è l’istituzione del collegio delle Vestali, custodi del fuoco sacro, la cui severità è sottolineata dalla drammatica scena della punizione di una sacerdotessa trasgreditrice, condannata a essere sepolta viva. In questo ambiente, l’eco della formazione romana di Giani e l’influenza dei suoi studi sui maestri nord-europei sono particolarmente evidenti, conferendo alle figure una forza espressiva che anticipa sensibilità preromantiche. La sala funge quindi da specchio delle virtù civiche che la nobiltà del primo Ottocento intendeva promuovere attraverso il richiamo alla storia antica.

Si passa poi direttamente alla Sala di Ulisse, la camera nuziale di Francesco e Giacinta Milzetti, dedicata al tema del ritorno dell’eroe e della fedeltà coniugale, ispirata all’Odissea di Omero. Rispetto alle altre sale del piano nobile, la Sala di Ulisse si distingue per un uso del colore insolitamente acceso e audace: campiture di rosso, verde e lapislazzuli creano un forte contrasto con il fondo bianco della volta. La narrazione si articola in nove scene che circondano un ovale centrale, dove viene celebrato il ricongiungimento finale degli sposi. Giani attinge qui al vasto repertorio dei suoi taccuini di viaggio, popolando gli angoli della stanza con una ricchezza ineguagliabile di motivi vegetali, cupidi e figure fantastiche che sembrano sfidare le leggi della gravità. La trama decorativa è fittissima e rivela una libertà inventiva che attinge sia alla Domus Aurea che alla pittura di tardo manierismo, come i motivi delle “piramidi umane”. Nonostante l’usura del tempo abbia in parte sbiadito le sete originali che rivestivano le pareti (un tempo di un verde oliva dorato con stelle) l’ambiente conserva intatto il suo fascino intimo e prezioso. Al centro della stanza un tempo si trovava anche un raffinato tavolino da lavoro, oggi riacquistato dal museo, che completava l’arredo unitario pensato per questa zona della casa.

Ecco poi il raffinato Gabinetto d’Amore, un boudoir che conclude la sequenza degli appartamenti privati. Situato esattamente sopra l’Antibagno del piano terra, è dedicato al Trionfo d’Amore e rappresenta l’ambiente più intimo e riservato dell’intero appartamento. La struttura ottagonale della stanza è accentuata da doppie lesene a scanalature rosse e da una partitura della volta che suddivide lo spazio in spicchi trapezoidali. Al centro del soffitto, Giani ha inserito una scena ispirata ai Triumphi di Petrarca, dove l’Amore appare come il vero protagonista e motore delle stagioni e degli elementi. Le pareti sono decorate con scene tratte dalle Metamorfosi di Ovidio, come il Ratto di Proserpina e Apollo e Dafne, presentate sotto forma di quadri incorniciati che sembrano quasi finestre aperte su un mondo mitologico. Un dettaglio di grande rilievo storico è la data “MDCCCV” (1805) iscritta sotto lo stemma Milzetti, che segna la conclusione ufficiale dei lavori della bottega di Giani nel palazzo. L’effetto ottico è quello di una leggera vertigine, grazie all’uso sapiente di colonne in fuga scorciata e specchiere che moltiplicano lo spazio. Il Gabinetto d’Amore, con le sue decorazioni minute su fondo nero e la sua atmosfera soffusa, è il gioiello finale della dimora, un luogo dove la celebrazione dell’affetto coniugale si trasforma in un raffinato gioco intellettuale ispirato alla riscoperta delle antichità pompeiane. Prima di concludere, vale tuttavia la pena di segnalare la Cappella settecentesca e la sequenza di sale nell’ala ovest, oggi destinate a mostre temporanee.

Sala di Ulisse
Sala di Ulisse
Gabinetto d'amore
Gabinetto d’amore
Gabinetto d'amore, dettaglio della decorazione
Gabinetto d’amore, dettaglio della decorazione

C’è infine una notizia di straordinario rilievo ha recentemente arricchito la storia di Palazzo Milzetti: il 10 marzo 2026 è stata ufficializzata l’acquisizione della “capanna rustica” al patrimonio dello Stato. Questo bene, che faceva parte dell’originario giardino romantico della dimora, era stato separato dal complesso circa ottant’anni fa a seguito di una vendita a privati. Grazie a una sinergia virtuosa tra il Ministero della Cultura, il Demanio, FS Sistemi Urbani e Ferservizi, questo elemento storico e paesaggistico è finalmente tornato a far parte delle pertinenze del museo. “Interventi come questo”, ha detto in occasione dell’acquisizione il direttore generale musei Massimo Osanna, “contribuiscono a rendere più leggibili i complessi monumentali e a rafforzarne l’accessibilità culturale, consentendo al pubblico di comprendere meglio la storia e la configurazione originaria degli spazi. Il buon esito dell’operazione dimostra come il dialogo tra enti e istituzioni possa produrre risultati concreti per la valorizzazione del patrimonio e per la sua piena fruizione da parte dei cittadini”.

Capanno rustico
Capanno rustico
Decorazione interna del capanno rustico
Decorazione interna del capanno rustico

La capanna rustica, o hameau, si inserisce in una tradizione tipica dei giardini romantici del secondo Settecento, ispirata a modelli francesi come il parco di Versailles, dove piccole costruzioni eccentriche venivano edificate per sorprendere i visitatori. Realizzata nel 1851 dalla famiglia Rondinini, la capanna presenta un esterno rivestito da tronchi d’albero e un tetto in erbe palustri, ma è all’interno che nasconde il suo segreto più prezioso: una decorazione trompe-l’oeil integrale firmata da Romolo Liverani e dal figlio Tancredi. Le pareti dipinte simulano un rifugio da giardiniere, con vedute di campagne fantastiche, ripiani con uccellini in gabbia e attrezzi da giardino, creando un contrasto affascinante con la solennità neoclassica del palazzo principale. L’acquisizione non solo ricompone l’integrità originaria degli spazi, ma apre una nuova fase di restauri che saranno sostenuti anche attraverso l’attivazione di un Art Bonus, coinvolgendo direttamente la comunità nel recupero di questo bene unico. Come dichiarato dalla direttrice Elena Rossoni, il ricongiungimento della capanna al giardino è un obiettivo inseguito fin dal 1973, un’impresa che permetterà di rendere ancora più eccezionale l’esperienza di visita a uno dei poli museali più importanti d’Italia. “L’intervento”, ha detto, “si somma ai tanti lavori realizzati in questi ultimi due anni, con le riaperture e la rifunzionalizzazione di spazi già chiusi, gli adeguamenti impiantistici e tutto quanto fatto per portare il museo entro standard internazionali che siano a livello della sua qualità artistica, con l’intenzione di aumentarne la visibilità e il rapporto con i pubblici”. Con il ritorno della capanna al suo giardino, dunque, il museo non solo espande i propri spazi, ma completa la narrazione storica del palazzo, offrendo ai visitatori la possibilità di immergersi pienamente nel sogno romantico che ha seguito lo splendore dell’età napoleonica.




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