Stati Generali della Cultura a Milano: l'ennesima e inutile chiacchierata


Il 21 novembre si terranno a Milano gli Stati Generali della Cultura organizzati dal Sole 24 Ore: ma non ci era già bastata l'esperienza dello scorso anno?

La scarsissima dose di simpatia di questo evento si evince già a partire dal nome che qualche mente eccelsa ha pensato di conferirgli: Stati generali della cultura. Ricorda l’assemblea dei ceti sociali della Francia pre-rivoluzionaria (e tutti sappiamo come andò a finire). Con l’aggravante che negli Stati generali della cultura, il “ceto” degli operatori del settore che lavorano nei musei, nelle biblioteche, negli archivi, nell’organizzazione di eventi, nella comunicazione, e tutto quello che volete aggiungere e che mi sono dimenticato, è completamente tagliato fuori. E con l’ulteriore aggravante che ormai la dicitura “Stati generali” è abusatissima, basta fare una ricerca su Google per rendersene conto.

Eppure pensavamo che Il Sole 24 Ore non avrebbe bissato l’iniziativa dal momento che l’edizione dello scorso anno è stata oggetto di numerose critiche: Tomaso Montanari, in un suo articolo sul Fatto Quotidiano, ha ribattezzato l’evento “gli Stati generali della retorica” e lo ha definito “un teatrino in cui i responsabili dello sfascio si parlano addosso commentando lo sfascio medesimo”. Fabrizia Memo di Tafter, commentando l’evento in un articolo, ha parlato di “tante parole, pochi fatti”. Sempre sulle pagine del Fatto Quotidiano, Manlio Lilli ha scritto che l’iniziativa ha rappresentato “il sunto di tutto quello che la cultura non dovrebbe essere”. Ancora, Arianna Di Genova del Manifesto concludeva il suo articolo dicendo che “precari, lavoratori e lavoratrici della cultura conoscono bene l’argomento trattato. E non vogliono più essere ipnotizzati”. Per non parlare dei blog tenuti dagli addetti del settore, blog dove i pezzi scritti sugli Stati generali della cultura non erano poi così lusinghieri.

Posto quindi che l’evento è stato più retorico e autoreferenziale che utile e interessante, posto che è stato subissato di critiche, posto che del poco che si è proposto nel 2012 è stato fatto praticamente niente, che senso ha replicare una iniziativa che ha già avuto scarso successo lo scorso anno e oltretutto riproporla con un programma che non lascia presagire niente di buono? Sì, perché il tema sarà il “ruolo delle imprese nella valorizzazione del patrimonio culturale italiano”, e con il parterre che ci viene proposto è già possibile immaginare di cosa si parlerà: il Presidente della Fondazione Roma che ci illustrerà quanto è fondamentale l’apporto dei privati nella gestione della cultura, il responsabile del Domenicale del Sole 24 Ore che ci dirà come in Italia (non) si applica l’articolo 9 della Costituzione, l’amministratore delegato di un noto gruppo dell’abbigliamento di lusso ci dirà quanto all’estero amano la nostra cultura e quanto questo fa bene al Made in Italy (e lo saprà senz’altro visto che il suo gruppo ha spostato parte della produzione in Cina). E per concludere in bellezza, interventi del presidente di Confindustria e del presidente del Consiglio (non vediamo l’ora). Sempre con il giusto contorno di autoreferenzialità che non guasta mai, dato che 5 interventi su 11 saranno condotti da chi organizza l’evento.

Può darsi che poi avrò torto, ma non credo che l’evento sarà memorabile. Anzi, credo che neppure ce ne accorgeremo. Ah, per finire: scommettiamo che ci sarà qualcuno che parlerà di cultura come petrolio d’Italia?


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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